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Sensorial – Portraits in Bossa & Jazz: intervista a Mafalda Minnozzi

Sensorial – Portraits in Bossa & Jazz: intervista a Mafalda Minnozzi

5 novembre 2020

La cantante Mafalda Minnozzi ci racconta il suo ultimo album “Sensorial – Portraits in Bossa & Jazz” e la sua interessante storia artistica, divisa tra Italia e Brasile.

Di Luciano Vanni

Partiamo dal presentarti ai nostri lettori: ci introduci brevemente a questa tua storia che incrocia Italia e Brasile?

La risposta alla tua domanda potrebbe essere molto complessa, ma guardando indietro e rivedendo la mia storia e le mie origini credo che siano stati il destino e la mia smisurata curiosità a portarmi così tanto lontano dalla mia Italia.

Fin da giovane, principalmente dal momento in cui mi sono affacciata sulla scena musicale romana, ho seguito un percorso importante di studio e di esperienze musicali, e ho lavorato tanto per rispondere alla mia sete di musica attraverso l’approfondimento di repertori diversi, spaziando dalla canzone d’autore alla musica napoletana e al jazz.

Ho maturato una lunga esperienza come voce solista nell’orchestra del maestro violinista Cristian Pintilie a “Uno Mattina” (su Rai 1), mi sono esibita per oltre quattro anni alla “Cabala” di Roma, facendomi apprezzare dal sofisticato ed esigente pubblico dello storico locale della Capitale, ho partecipato a tantissimi festival e concorsi canori, vincendo o comunque piazzandomi sempre nelle prime posizioni, come a “Castrocaro” nel 1993. In quegli anni ho anche scritto, diretto e interpretato tre recital teatrali con repertori abbastanza impegnativi, che andavano da Jacques Brel a Édith Piaf, da Frank Sinatra a Billie Holiday, da Caterina Valente a Ornella Vanoni, e ho vissuto esperienze musicali in ambito europeo, in teatri e jazz club, a Parigi, Malta e in Grecia.

Poi, nel momento in cui una serie di incontri e di coincidenze hanno iniziato a prospettare seriamente un mio accesso alla vetrina sanremese, il grande “tumulto” di idee che mi contraddistingue e la voglia di orientarmi verso altre culture musicali, come il jazz e la bossa nova, mi hanno spinto, nel 1996, a rispondere con entusiasmo a un importante invito: quello di diventare la voce interprete di musica italiana in un importante locale di Rio de Janeiro, insieme a grandi musicisti della scena carioca come Nico Assumpção, Raul Mascarenhas, Luiz Avellar, Jurim Moreira, Armando Marçal, Cristovão Bastos e Carlos Bala.

Ho lavorato duramente, ho fatto tanti sacrifici e ho avuto così un grande successo, da parte mia inaspettato e imprevedibile. Dal punto di vista artistico, le soddisfazioni che ho avuto in quel periodo sono state la linfa che ha alimentato tutti i miei successivi passi, portandomi a consolidare una lunga carriera discografica e televisiva, che dal Brasile si è poi ramificata in Sudamerica ed è arrivata successivamente a New York.

A proposito della musica brasiliana: dove e come si differenzia dalla nostra e più genericamente dalle sonorità mediterranee?

Le sonorità mediterranee hanno un’estetica armonica raffinata che ha influenzato notevolmente le culture musicali d’oltreoceano, come lo chorinho brasiliano, il ragtime e il dixieland a New Orleans, sin dal loro inizio. Il jazz, così come il samba e la bossa nova, hanno radici africane e la loro forza è costruita su un sofisticato senso del ritmo, misterioso e profondo, tanto quanto la musica classica europea. Per molti decenni questo non è stato accettato nei circoli intellettuali, ma grazie alla forza di questa musica (possiamo ricordare Pixinguinha, Thelonious Monk, João Gilberto), la bellezza e la perfezione alla fine hanno trionfato!

Per rispondere alla tua domanda, esiste sì una differenza, ma è appunto questa la mia più grande sfida, ossia quella di suonare con la ferma volontà di assimilare questo linguaggio ritmico dalla cultura nativa. I musicisti come me, che hanno avuto la possibilità di vivere a Rio e a New York per lungo tempo, possono testimoniare l’importanza di questa convivenza e dell’alchimia che ne deriva, ponendo al centro la conoscenza, lo studio e la convivenza con l’origine del suono stesso.

Veniamo al tuo nuovo album “Sensorial – Portraits in Bossa & Jazz”. C’è molto di nuovo, nonostante l’opera si inserisca in una tua ricerca espressiva che affonda le sue radici nel passato: perché, a differenza dello storico duo con il chitarrista Paul Ricci, in questo caso direttore musicale della produzione, l’album è meno cameristico e più ampio, con una straordinaria varietà timbrica, grazie all’azione dell’ensemble [piano, contrabbasso, batteria e percussioni]. Da dove nasce la scelta dell’organico e di questo assetto?

In realtà gli arrangiamenti dell’eMPathia Jazz Duo, composto da me come voce e da Paul Ricci alle chitarre, con tre album all’attivo e cinque anni di tour in giro per il mondo, sono stati creati con il desiderio di catturare tutti gli elementi orchestrali di un quintetto e proporli poi nella dimensione di chitarra e voce.

Ho usato appunto tutti i colori della mia voce per assimilare i suoni che nella mia testa avrebbero potuto essere la tromba, il sax, il pianoforte e ovviamente le percussioni, e Paul ha messo da parte il suo virtuosismo per realizzare una solida base sulle linee del basso e creare così movimenti armonici (nell’idea di una sezione di archi) a supporto dell’arrangiamento.

Quando è arrivato il momento di adattare il suono del duo a quello di una band, tutto è successo nella forma più naturale possibile, ed è stato come aprire le nostre ali. Grazie in gran parte alla musicalità e all’indiscusso talento del quintetto formato dai grandi musicisti con i quali ho condiviso il progetto “Sensorial – Portraits in Bossa & Jazz”, io e Paul siamo riusciti a preservare l’impronta digitale del duo all’interno della nuova formazione, e la chitarra ha così potuto mantenere il suo ruolo di supporto alla mia voce con maggiore libertà.

Mi piace inoltre ricordare che in studio di registrazione il pianista Art Hirahara è stato la nostra terza voce, visto che aveva partecipato con noi a due tour in Italia e avevamo già suonato insieme al Birdland, al Mezzrow e in altri club di New York.

Il dialogo è stato molto organico anche con il percussionista Rogerio Boccato (di origini brasiliane ma che vive a New York da oltre vent’anni), che aveva suonato con noi a New York in diverse occasioni.

Nell’album c’è un diffuso senso di delicatezza, intensità, gusto, grazia, relax e anche una forte spiritualità, non trovi?

Grazie per le tue parole preziose e veramente gentili. Sono felice che tu abbia colto il mio “desiderio sonoro” di incorporare nel nostro lavoro forse l’elemento più seducente della musica brasiliana, ovvero quel senso di pace che la musica e lo swing trasmettono all’ascoltatore.

I grandi musicisti jazz (come Chet Baker, Barney Kessel, Erroll Garner) hanno ispirato i “pionieri” della bossa nova a Rio de Janeiro negli anni Cinquanta. Io e Paul (arrangiatori dell’album) abbiamo sempre rispettato questo legame e abbiamo voluto anche aggiungere quelle fonti ispiratrici che ci hanno influenzato e orientato fino ad oggi. Le sonorità di João Gilberto, Gil Evans, Roberto Murolo e l’esplosivo samba jazz che si suonava nel mitico “Beco das Garrafas” (a Copacabana) tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta, sono una parte rilevante dello stato creativo ed emozionale che ha generato l’album “Sensorial”; così come il ritmo “Afoxé” (afro-bahiano), che ha ispirato per esempio la nostra versione di É Preciso Perdoar, in cui Paul Ricci ha voluto ricordare il linguaggio modale di McCoy Tyner e di John Coltrane. Sì, hai ragione quando parli di forte spiritualità! Siamo realmente arrivati a una straordinaria unificazione della musica “improvvisata”, dove un antico ritmo bahiano può respirare liberamente accanto a una melodia di Coltrane dal sapore blues, se i musicisti sono disposti a concedersi nell’atto creativo, svincolati dagli stereotipi.

Arriviamo al repertorio, che omaggia i grandi maestri della canzone brasiliana (come Jobim, Buarque, Baden Powell) e autori meno popolari. Come hai gestito la scelta dei brani da interpretare?

Mi piace molto immaginare che sono state le canzoni ad avermi scelto e non il contrario! Tra i brani meno conosciuti del repertorio di “Sensorial”, Jogral sta diventando nel tempo un nuovo classico del jazz brasiliano e i suoi autori Filó Machado e José Neto sono due cari amici con cui ho collaborato, quindi è stata quasi una scelta predestinata.

Anche Mocidade è un samba eseguito raramente persino dal suo stesso autore, il grande Toninho Horta, ma ne sono stata rapita fin dal primo ascolto. In questo caso ho voluto anche fare un omaggio a Paul Ricci che nel 1994, a New York, trascorse tre giorni in studio con Toninho, per poi collaborare alla registrazione dei cori dello stesso brano.

Ho sempre portato con me una delle più belle canzoni di Buarque de Holanda ricordando che ho vissuto oltre un anno proprio ai piedi del Morro Dois Irmãos e la composizione di Chico, dedicata alla bellezza di quella montagna, ha parlato direttamente alla mia anima.

Un altro addio è stata nel mio corpo sin da quando ero bambina e ho sempre immaginato di condurla un giorno verso una lettura jazz. Al tempo stesso ho voluto fare un omaggio all’immensa Ornella Vanoni e a ciò che ha significato per me durante tutta la mia vita.

Per quanto riguarda i classici Desafinado, Triste e Dindi, era quasi “fisiologico” che il maestro Antônio Carlos Jobim ci facesse da guida nel nostro viaggio musicale mentre i testi di Vinícius De Moraes hanno giocato un ruolo cruciale nella scelta dei brani A Felicidade, Chega de Saudade e Samba da Benção.

A proposito. Quanto è importante, per te, approfondire e ispirarsi al significato dei testi? Entriamo nei dettagli. Che meraviglia Samba da Benção: c’è un equilibro tra canto, parola e musica davvero sorprendente.

Nel momento in cui decido di entrare in studio di registrazione, so già di dovermi concentrare e studiare per un lungo periodo i testi di ogni brano da cantare. La mia preparazione è meticolosa e i percorsi non sono mai uguali, perché comunque ogni volta mi trovo a vivere momenti diversi in situazioni nuove, esaltanti, sensuali, stimolanti e quasi sempre sorprendenti. Lasciare un album ai posteri è per me motivo di grande responsabilità, mi rivolgo a tutti coloro che sono già vissuti, a coloro che oggi si identificano con il mio mondo spirituale e anche a quelli che verranno poi. Il ruolo dell’interprete si addice tantissimo al mio senso più intimo dell’arte, e interpretare le parole di autorevoli autori/poeti come Vinícius De Moraes e Chico Buarque significa cercare dentro di me l’anima del brano, trovarne l’intenzione, l’emozione giusta e poter così trasmettere tutta l’intensità che possiede.

Nel brano Samba da Benção (“Samba della Benedizione”) il tamburo udu nigeriano di Will Calhoun dà vita al mantra di ispirazione africana che accompagna la seducente chitarra di Paul Ricci e la danza minimalista del piano di Art Hirahara, indispensabile per sublimare ogni parola di uno dei più bei testi di samba mai scritti. È un brano di profonda inspirazione filosofica, scritto da Vinícius de Moraes nel 1966, che è stato citato recentemente persino da Papa Francesco nella sua nuova enciclica Fratelli Tutti, dove il Papa scrive «La vita è l’arte dell’incontro, anche se nella vita c’è tanto disaccordo». La frase è stata usata per incoraggiare appunto la cultura dell’incontro, in cui ognuno può imparare qualcosa dagli altri. Nel testo del brano il poeta Vinicius, bianco, dice: «Perché il samba è nato a Bahia e sebbene sia bianco nella sua poesia, è così tanto nero nel suo cuore». Questo testo è magico, e senza mettere la mia anima nel canto è quasi impossibile che la magia riesca!

Ci racconti come avete operato, assieme a Paul Ricci, per costruire l’ambiente sonoro di questa opera? Quali sono i brani che ti hanno emozionato maggiormente?

La ricerca del suono è stata guidata dalla grande influenza che la musica jazz ha avuto sul samba e dal desiderio di sentire come il samba e la bossa nova potessero chiudere il cerchio influenzando il jazz di oggi. Appena terminata la prima giornata di registrazione in studio ho ricevuto un bellissimo messaggio dal bassista Essiet Okon Essiet. Nel ringraziarmi ha detto che la session era stata bellissima, scusandosi per non avere familiarità con tanti tipi di ritmi brasiliani. Ma era proprio questa l’idea caro Essiet! Siamo riusciti a catturare le sensazioni che questi arrangiamenti hanno provocato nei musicisti e il risultato finale è l’esatta fotografia dell’atmosfera che si è creata in quel momento. Il suo basso in Once I Loved è quasi funky e nel suo accompagnamento di É Preciso Perdoar sembra quasi Jimmy Garrison. Questo è esattamente ciò che io e Paul volevamo per “Sensorial”. L’idea del groove di Vivo Sonhando è stata ispirata dalla Motown e non avrebbe potuto avere un batterista migliore di Victor Jones.

È stata una scommessa perché non abbiamo fatto tante prove, anzi! Abbiamo eseguito due o tre takes di ognuno dei tredici brani in due soli pomeriggi e per sentirci ancor più pervasi dal suono ho voluto registrare tutto dal vivo anche in video. Risultato? Tredici brani audio incisi e tredici brani video registrati dal vivo (a cura di Sara Pettinella della Little Comb Productions), riguardando i quali le emozioni sono arrivate ancora più forti e chiare! (Sette video sono già disponibili nel canale di Mafalda Minnozzi su YouTube e per la fine dell’anno saranno tutti pubblicati).

Adoro l’approccio samba/jazz e lo scat di Desafinado e Chega de Saudade, quasi onnipresente. La melodia di Morro Dois Irmãos mi ha davvero toccato in senso spirituale, perché sentivo che mi stesse dando l’opportunità di esplorare una melodia raramente ascoltata in un ambiente jazz.

La possibilità di inserire i grandi classici già consacrati accanto a brani che meritano di essere annoverati nella stessa categoria è stata molto gratificante e tutti mi hanno toccato allo stesso modo.

Vorrei concludere con una nota sul tuo canto, che si distingue per una forte attenzione al dettaglio del timbro, per un’alternanza di profondità e di acuti, mantenendo comunque sempre forte un carattere e un’identità. Quali sono stati i tuoi riferimenti espressivi?

La natura con i suoi suoni, i colori di Miles, i cinque sensi e il sorriso di Caterina Valente.

E per finire: cosa ti piace di più di questo album?

Che siamo riusciti, almeno per me, a restituire qualcosa di nostro a questi incredibili compositori. Ho vissuto, registrato e girato in tour in tutto il Brasile per quasi venticinque anni.

In questo lungo periodo ho avuto una forte convivenza con tante sfaccettature della cultura brasiliana e mi sono esibita in tutti gli angoli di questo immenso Paese (centinaia di palcoscenici, teatri, televisioni e radio).

Sono stata all’interno e sul palco della Mangueira, la più bella scuola di samba della terra, ho cantato nell’album e nel DVD del leggendario Martinho Da Vila, ho diviso il palcoscenico con Milton Nascimento, Guinga, Leny Andrade, Paulo Moura, Toquinho, André Mehmari, Fabiana Cozza, Leila Pinheiro e tanti altri ancora, ma nonostante tutta questa esperienza non mi sono mai definita un’artista brasiliana. Volevo solo assimilare tutto quello che ho poi imparato, studiato e vissuto per ottenere un suono che era nella mia testa e che non avevo mai sentito prima registrato su un disco.

Adoro quello che è successo con “Sensorial”, perché sono riuscita a esprimere me stessa, un’artista orgogliosa di essere italiana, nutrita per tanto tempo dal jazz a New York e cresciuta nella e attraverso la cultura brasiliana per una lunga parte della propria esistenza. Mi piace anche essere riuscita ad ampliare la mia “empathia” con Paul Ricci, cosa che mi arricchisce e mi spinge con coraggio verso nuove avventure musicali.

Miles una volta ha detto: «Sometimes you have to play a long time to be able to play like yourself» («A volte devi suonare molto tempo per poter suonare come te stesso»), e come amo sempre ripetere, con l’aiuto di questi grandi musicisti, in due pomeriggi a Brooklyn, abbiamo affrontato la sfida e siamo riusciti a dare il nostro contributo e a dire la nostra. È questo quello che più mi piace di “Sensorial”.

Un sogno? Sedermi con Jobim e ascoltare le sue impressioni e i suoi commenti.

 

 

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