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Segni invisibili. Intervista ad Antonella Vitale
Photo Credit To Fabrizio Sodani

Segni invisibili. Intervista ad Antonella Vitale

28 dicembre 2021

“Segni Invisibili” è il nuovo disco della cantante Antonella Vitale, uscito per l’etichetta Filibusta Records. Un album che mescola jazz, musica d’autore e soul: per l’occasione abbiamo intervistato l’artista per conoscere meglio questo suo nuovissimo progetto.

“Segni Invisibili” è un disco che si muove tra jazz e cantautorato, con tante altre influenze musicali. Vuoi descrivercelo brevemente?
“Segni Invisibili” è un progetto che volge lo sguardo a qualcosa di più personale e intimista. Lasciando per un momento da parte il mainstream jazzistico ho cercato di dirigere il suono e la mia vocalità verso una dimensione libera da vincoli stilistici. Ho scritto la maggior parte dei brani e dei testi, alcuni dei quali composti in tandem con Gianluca Massetti, pianista e autore di tutti gli arrangiamenti. In “Segni Invisibili” ho sintetizzato tutto il mio percorso artistico, il mio background musicale che va dal jazz, al soul al blues, fino ad arrivare al pop e alla musica brasiliana, e l’insieme di questi stili ha tessuto la trama della mia sensibilità artistica. Sono nata e cresciuta nel periodo in cui la musica era il vessillo di una società in piena rivoluzione culturale, a cavallo degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta e ne rifletteva tutto il fermento innovativo e l’ideologia politica; erano gli anni della contestazione giovanile e delle avanguardie, e quindi devo esserne stata influenzata, anche se inconsapevolmente.

E oltre ad esserne interprete, hai anche composto i brani presenti nell’album.
Il CD contiene otto tracce, di cui sei originali e due cover: i brani che ho scritto non hanno una struttura particolarmente complessa, ho pensato e composto “canzoni” e tali volevo che restassero nella loro veste originale, con la loro semplicità. Non amo essere una cantante troppo concettuale, quello che cerco nella musica è la sincerità, la poesia, il senso dello spazio inteso come dimensione ancestrale dove riconnettersi, il brano In Superficie ne è un esempio. Mi piace la ricerca della melodia sugli accordi, estrapolarla dal profondo e finché non la trovo non mi fermo. Parlo di melodia, quella con la “M maiuscola”, quella che ti rimane in testa anche di notte quando cerchi di dormire e non ci riesci perché continui a canticchiarla come un mantra.

Qual è stato il percorso che ti ha spinto a lasciare un jazz forse più tradizionale abbracciando questo nuovo modo di comporre e fare musica?
Mi sono sempre dedicata alla scrittura, anche se in punta di piedi, e in alcuni dei miei precedenti CD come “The Look Of Love” (AlfaMusic), “Raindrops” (Velut Luna), “Songs In My Heart” (Velut Luna), “Hand Luggage”, realizzato con l’Ajugada Quartet (Filibusta Records), ho inserito accanto agli standards anche brani di mia composizione. Tuttavia desideravo da tempo dedicarmi a un intero progetto in veste di autrice e non solo di interprete. Non ho assolutamente lasciato il jazz. Il jazz è la mia zona di comfort, il mio baricentro musicale, ma questa volta ho messo il focus sul mio mondo interiore e non su quello stilistico.

Quali musicisti ti hanno affiancato in questa nuova avventura discografica?
“Segni Invisibili” ha preso forma in un work in progress, un lavoro svolto insieme a Gianluca Massetti con molta calma e relax nell’arco di un periodo di tempo non brevissimo che ci ha permesso di costruire intorno alle musiche e ai testi le giuste atmosfere, e soltanto alla fine della registrazione in studio ci siamo resi conto di quanto i brani dialogassero tra di loro in assoluta armonia. Il merito è senz’altro dei musicisti che ho coinvolto in questo nuovo viaggio, con i quali si è instaurata sin da subito una forte intesa, un bellissimo feeling umano e artistico: Francesco de Rubeis (batteria), Andrea Colella (contrabbasso) la mia amica Danielle di Majo (sassofoni e flauto) e Gianluca Massetti (pianoforte/keyboards e arrangiamenti). Un grazie speciale va proprio a quest’ultimo, che ha dato al progetto il sound che avevo in mente, rivelandosi un musicista di grande talento e versatilità, e a Stefano Isola di Arcipelago Studio, fonico sensibilissimo grazie al quale ritengo che la resa del suono di questo album sia di altissimo livello.

Come si è evoluto nel tempo il tuo modo di cantare?
Il canto è un qualcosa di vivo, che dimora nella nostra anima. Siamo altamente recettivi e le nostre esperienze le accogliamo e le trasformiamo in suono come in un processo alchemico. La voce è l’espressione del nostro mondo interiore, quello più nascosto, quello dove risiedono i traumi, ma anche risorse sconosciute e il soffio della voce le porta in superficie e le libera. Io sono in continua evoluzione, il mio modo di cantare nel tempo è cambiato, cambierà ancora e mai smetterò di sperimentarmi.

Ci sono quindi dei “segni invisibili” che si possono cogliere ascoltando il disco o anche i testi delle tue canzoni?
I segni invisibili sono le tracce del mio passato, le tante piccole vite che ho vissuto. Spesso ripenso ai momenti della mia infanzia o della mia adolescenza, ricordandoli però da spettatrice estranea, come se il tempo rompesse gli argini in cui i ricordi scorrono e li disperdesse al punto che poi fai fatica a dargli una collocazione, rimangono solo frammenti brevi e poco chiari. Ho quindi riavvolto a ritroso il nastro della memoria per tornare, anche solo per un attimo, a quelle sensazioni che sono i miei segni invisibili intangibili, ma che hanno contribuito a dare forma a quello che sono oggi.

Come ti sei avvicinata alla musica jazz? Raccontaci in breve la tua storia e il tuo percorso artistico.
Mia madre amava il jazz americano e avevamo in casa i suoi 78 giri, quelli delle grandi orchestre americane di Glenn Miller, Count Basie, Duke Ellington ed Erroll Garner, le cui note sono entrate nella mia testa già da piccolissima, fungendo da colonna sonora fino alla mia adolescenza. Più tardi ho capito che il canto fosse qualcosa da prendere veramente sul serio, quindi mi sono iscritta alla Scuola Popolare di Musica Testaccio di Roma e da lì tutto è iniziato. Trascorrevo pomeriggi interi all’interno di quelle aule piene di allievi, e soprattutto piene di jazz, un luogo magico per me dove ho fatto delle esperienze fantastiche con l’orchestra diretta da Danilo Terenzi e Marco Tiso, partecipando ai laboratori di musica d’insieme tenuti da Nicola Stilo; insomma lì ero nella mia vera dimensione. Presto poi ho iniziato a frequentare i jazz club romani di quei primissimi anni Novanta, ero in una fase di vera dipendenza dal jazz e da quel mondo fumoso pieno di note bellissime e astratte. Il jazz si studia perché già in qualche modo ci sei dentro, senti un’appartenenza che va oltre i concetti acquisiti con l’esercizio. Si parla di linguaggio jazz, di swing, di pronuncia, tutte caratteristiche imprescindibili per un musicista, credo comunque che al di là degli idiomi consueti conti molto l’attitudine naturale che orienta un musicista verso determinati mondi sonori, quelli di Bill Evans, Charlie Parker, Keith Jarrett, John Coltrane e ci si sente in perfetta consonanza.

Quali sono stati i musicisti che ti hanno ispirato nella tua carriera?
Le grandi voci del jazz come Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Carmen McRae, Anita O’Day sono il must da cui non si può prescindere, ma a parte loro e il jazz in generale i miei ascolti sono stati molto eterogenei, dal rock progressive anni Settanta al funk, fusion, musica classica di Chopin, Vivaldi ma fra tutti forse Pat Metheny nei primi anni Ottanta è quello che mi ha letteralmente stregata.

Visto che è un disco ricco di contaminazioni, ti facciamo una domanda diretta: cosa è per te il jazz?
Spesso mi domando anche io cosa sia per me il jazz e non riesco mai a trovare una definizione che lo riassuma a 360 gradi. È certamente una forma ideale di linguaggio espressivo in cui la propria identità musicale trova uno spazio immenso per manifestarsi. Tuttavia razionalmente non saprei spiegare di più. Amo il jazz perché è come sentirsi sempre a casa.

La pandemia in questo periodo ha cambiato molte cose, a partire dal fatto che non ci sono i live. Come hai vissuto questo momento?
Ho vissuto questo momento come tutti, lo scorso anno quando a marzo 2020 il mondo si è fermato, lo sgomento misto a paura e all’incertezza per il futuro erano gli unici pensieri presenti. Non avendo ancora chiara la portata di un evento così drammatico mai vissuto prima, l’umore certo non era al massimo, ricordo il grande silenzio fuori, le strade deserte, insomma ci siamo ritrovati tutti improvvisamente ai confini della realtà. Approfittando però di questo momento di stop totale, in cui il tempo a disposizione era diradato al massimo, ho pensato da subito a come tenere attivo lo stato vitale e, dal momento che la musica è la più alta forma di nutrimento per l’anima, ho realizzato dei video insieme ad altri cari amici musicisti; tutto questo grazie anche a mio marito Stefano Isola, che con la sua professionalità ne ha reso alta la qualità audio, nonostante registrati in differita, dentro casa, con mezzi rudimentali (non in studio). Oggi sono pubblicati sul mio canale YouTube e rappresentano per me un carissimo e prezioso ricordo.

E per i tuoi prossimi progetti, vuoi parlarci di qualcosa?
Al momento non ho progetti nuovi a cui pensare per il futuro. “Segni Invisibili” è uscito a novembre 2020 per Filibusta Records, ha avuto ottime recensioni e adesso vorrei presentarlo live su un bel palco dove poter cantare le mie canzoni, davanti a un buon pubblico. Nessuna fretta, con molta calma e molto sentire. Intanto continuo a realizzare video con amici che pubblicherò presto sempre sul mio canale YouTube.

 

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