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Rough Line<br/>Intervista ad Angelo Mastronardi

Rough Line
Intervista ad Angelo Mastronardi

6 gennaio 2020

Con “Rough Line”, prodotto dalla GleAM Records, Angelo Mastronardi, giunto alla sua terza fatica da leader, dimostra uno stile pianistico originale e maturo e una solida sensibilità compositiva, capace di far convivere in modo equilibrato tradizione e sperimentazione.

Di Fabio Caruso

“Rough Line” è il tuo terzo album da leader, dopo “Like At The Beginning” del 2014 e “New Things, Same Words” del 2017. Quanto c’è dei due dischi precedenti in questo nuovo lavoro?
Sicuramente un filo conduttore tra i primi due lavori e l’ultimo è rintracciabile nell’esigenza di esprimere solo il necessario, valorizzando il silenzio e il racconto. Ciò che li differenzia è, invece, un mio cambio di sensibilità rispetto agli equilibri tra scrittura e improvvisazione. Nel primo album la mia attenzione era sulla scrittura e l’improvvisazione si inseriva in un contesto più cameristico per ottenere delle forme episodiche più estese. Nel secondo ho lasciato più spazio all’interplay con una scrittura meno fitta. La sfida era cercare la giusta coesione in quartetto, consolidata attraverso un lungo periodo di prove. Nell’ultimo lavoro ho deciso di conciliare i due aspetti, recuperando un’idea di scrittura ad episodi e, allo stesso tempo, lasciandomi più andare nel flusso improvvisativo, forse anche in ragione di una crescita musicale nel linguaggio jazzistico, su cui continuo a concentrare il mio studio.

In questo album ti sei concentrato molto sulla ricerca ritmica e hai inserito in maniera corposa le sonorità del Fender Rhodes e di sintetizzatori.
Alle volte il suono del piano acustico non è sufficiente per esprimere alcune idee. L’uso del Fender e dei sinth mi ha perciò aiutato ad arricchire la tessitura su alcuni brani. Nel caso delle tracce in solo ho voluto sperimentare le possibilità timbriche del Fender per trovare una nuova forma di completezza, differente da quella offerta dal pianoforte acustico.

Nelle sei composizioni da te scritte (All In My Hands e Ev’rything I Need, giusto per citarne un paio) hai lasciato spazio alla sperimentazione, che, però, è ben inserita all’interno di forme e linguaggi più tradizionali.
Il senso della forma e la sperimentazione sono sempre in funzione della melodia e del discorso che voglio costruire. Sono sicuramente lontano, almeno in trio e quartetto, da forme totalmente aperte. Sul versante improvvisativo, mi piace pensare che si possano ancora trovare nuove strade, conciliando la spontaneità e il rischio con una ricerca più meditata in cui convivano la tradizione del jazz con idee più personali.

La tracklist del disco è completata da Oleo e da una versione molto particolare di All The Things You Are. Ci sono dei motivi precisi per la scelta di questi due brani?
Ho scelto dei brani che suono abitualmente per potermi concentrare sull’improvvisazione melodica e armonica: scegliendo brani molto conosciuti, i cambiamenti apportati diventano ben evidenti ed è possibile offrire all’ascoltatore una più immediata chiave di lettura del mio progetto estetico.

Come mai con “Rough Line” sei tornato alla formazione in piano trio?

Le composizioni a cui ho lavorato sono state pensate per questa formazione perché ritenevo fosse giunto il momento per riprovarci, alla luce anche di una certa maturazione e sicurezza personale sul piano solistico. Il piano trio offre maggiore libertà per il mio strumento, ma comporta anche una forte responsabilità nel condurre il flusso e la sensibilità di capire quando assecondare le idee degli altri musicisti.

Come hai conosciuto i tuoi compagni di viaggio?
Il batterista, Melo Miceli, lo conosco dal 2016. È un musicista straordinario ed estremamente versatile. Abbiamo frequentato insieme le Clinics del Berklee College a Perugia durante Umbria Jazz. Dopo qualche anno siamo riusciti ad accorciare le distanze e a condividere finalmente questo progetto. L’incontro con il bassista, Rogers Anning, è stato casuale. È un giovane musicista che qualche mese all’anno si trova qui in Italia. La sua dimestichezza con il linguaggio del jazz tradizionale e l’apertura verso una certa ricerca ritmica e armonica più contemporanea mi ha permesso di far convivere nel disco brani meno ortodossi come All in My Hands, Away From The Scene e Even If con Follow Me e Oleo in cui il mood è più legato allo swing e al postbop.

“Rough Line” è stato prodotto dalla GleAM Records, etichetta da te fondata circa tre anni fa. Ci racconti di questo tuo progetto?
Dal mio secondo album ho deciso che il progetto estetico avrebbe dovuto materializzarsi anche sotto altri aspetti. Volevo decidere da me un po’ tutte le fasi di produzione e ho iniziato così a lavorare a un’idea di suono, a dei colori, al logo dell’etichetta. Inizialmente ho dovuto delegare a esterni il lavoro di ufficio stampa e di grafica. Dopo due anni, un po’ aiutato dai miei studi di marketing e da una breve esperienza post universitaria in un ufficio stampa, sto iniziando a muovere i primi passi con sempre maggiore consapevolezza, anche avvalendomi dell’aiuto di collaboratori volenterosi che si occupano della grafica e della comunicazione. Io mi occupo di questioni di ambito amministrativo e di ascoltare i progetti che ci vengono sottoposti. È un’esperienza che mi sta dando la possibilità di guardare la scena musicale da un’altra prospettiva e capire, oltre alle primarie esigenze degli artisti, come potrebbe trasformarsi il lavoro discografico ed editoriale in relazione ai cambiamenti del mercato e alle modalità di consumo della musica registrata e dal vivo. È un progetto che cresce lentamente e che cerco con tutte le forze di conciliare con il resto della mia vita, dalla famiglia all’attività concertistica e didattica.

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