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Ricordando John Coltrane</br>Intervista a Daniele Scannapieco

Ricordando John Coltrane
Intervista a Daniele Scannapieco

4 aprile 2017

Cinquant’anni dopo la morte di John Coltrane – scomparso il 17 luglio del 1967 – arriva uno dei tanti tributi al suo straordinario repertorio, precisamente in Puglia, allo Zapoj di Foggia, piccolo ma vivace locale votato alla musica live. A ricordare il sassofonista e compositore di Hamlet uno dei migliori interpreti italiani del suo linguaggio musicale, Daniele Scannapieco, special guest della formazione guidata dal chitarrista Francesco Palmitessa e composta dal bassista Tommaso Scannapieco e dal batterista Giovanni Scasciamacchia. La serata di venerdì 31 marzo ha aperto un’interessante mini rassegna che avrà cadenza mensile (prossimi appuntamenti Eddy Palermo il 28 aprile e Vince Abbracciante il 26 maggio). Pochi minuti prima dell’inizio del concerto, Daniele Scannapieco ha raccontato il “suo” John Coltrane in esclusiva per Jazzit.

Di Alessandro Galano

Come nasce il tuo amore per questo straordinario artista?
Non ricordo esattamente quand’è stata la prima volta che ho ascoltato Coltrane… ma ricordo di esserne rimasto folgorato. Più o meno doveva essere intorno alla fine degli anni ’80, praticamente quando ho cominciato: la sua musica ha accompagnato tutta la mia vita professionale.

Cosa, di preciso, può folgorare della musica di questo grande artista?
Quello che colpisce di Coltrane, al di là del tecnicismo, è il suono del sassofono. Credo che  abbia il suono più bello di sax tenore mai sentito fino ad oggi, in assoluto. È chiaro che un musicista, uno studioso della sua musica, riesce a cogliere anche delle sfumature più sottili ma non c’è alcun dubbio che la cosa più bella sia la qualità del suono, il timbro.

Sei anche insegnante di musica, come fai a far percepire ai tuoi allievi l’importanza della musica di Coltrane?
Il jazz, in assoluto, va imparato a orecchio. Potremmo teorizzare per ore, senza concludere niente. Per Coltrane poi, è ancora più complesso il discorso, anche perché ha attraversato diverse fasi: be-bop, hard-bop, modale, free jazz; bisogna andarci cauti: far sentire a un ragazzino un brano come “Interstellar Space” non ha forse molto senso.

C’è il rischio di spaventarlo?
Sì, assolutamente. Però ci sono anche tutti quei dischi degli anni ’50, ad esempio, che sono meravigliosi e dai quali si può di certo cominciare. Personalmente, cerco di trasmettere loro l’emozione dell’ascolto, quell’emozione che tocca un sentimento. Non mi interessa l’ascolto colto, dove uno va a individuare una certa nota suonata sopra un certo accordo. Cerco piuttosto di abituarli al linguaggio di un musicista.

Cosa vuol dire per un professionista suonare Coltrane?
John Coltrane e Sonny Rollins sono i miei due punti di riferimento, quelli che suono con maggior piacere. Per me, ogni volta è una sfida interessante suonare pezzi scritti e interpretati da loro, ma il confronto è solo con il repertorio, non con loro, naturalmente.

Nel 1960 Coltrane incontra il batterista Elvin Jones, il compagno di viaggio sonoro più importante, forse, in un momento in cui il sassofonista sembra aver raggiunto la perfezione tecnica. Ma è solo quando va a pescare nel fondo delle sue radici che entra effettivamente nella storia: la poliritmia africana, le scale orientali, l’India, sonorità poco ortodosse con il jazz di quel periodo che però danno vita a “My Favourite Things”, il suo disco più famoso. Cosa ne pensi di questo passaggio da una fase all’altra?
Non era perfetto, in quei dischi, Coltrane. Ma è vero che intorno al ’58, ’59, suonava in modo cristallino: lì è completamente dentro gli accordi, tra l’altro nel momento storico più alto dell’hard-bop, in assoluto. Ciò che viene dopo è sicuramente molto più complicato, come sempre accade nelle fasi di passaggio di un grande artista: il Coltrane di Crescent, ad esempio, non è il Coltrane di Kind of blue. Ciò che crea con My Favourite Things poi, è qualcosa di totalmente nuovo, di diverso, e non mi stupisce che sia stato criticato, anche. In tanti hanno criticato persino Charlie Parker, ma è così, da sempre: è ciò che succede quando si crea un linguaggio completamente nuovo.

E poi c’è A Love Supreme: la spiritualità che entra nella musica. Ti piace questo lavoro? Oppure hai qualche altro disco a cui sei più affezionato?
Mi piace moltissimo. È il momento più alto, spiritualmente parlando, delle composizioni e dei dischi di Coltrane, senza dubbio. Ma Crescent, che viene prima, mi piace anche di più, perché ha delle linee melodiche persino più intense di A Love Supreme, anche se quest’ultima opera va intesa più come una suite in quattro parti, tanto che probabilmente risulta essere il suo lavoro più completo.

Coltrane è figlio del suo periodo storico: all’epoca, la musica cambiava le persone. Nelle note di copertina dei suoi dischi compaiono parole come “divinità”, “universalità”, “anima”, “trascendenza”. Brani di Coltrane sono diventati dei salmi, c’è addirittura una chiesa in America a lui dedicata.
Sì, lui è considerato un santo per questa chiesa, pensa un po’!

Ma oggi, ha ancora senso accostare la musica alla spiritualità, addirittura alla religione?
Se uno lo sente, assolutamente sì. Se uno sente la religiosità e la mette in musica, perché no. Forse non è il mio caso, nello specifico, ma credo che abbia ancora senso, sì.

Se volessi accostare l’eredità musicale di Coltrane ad un compositore di musica classica?
Rachmaninoff è il mio preferito nel classico: è in grado di darmi le stesse emozioni di Coltrane. Il senso della musica, al di là dei repertori, dei generi, della tecnica, sta nelle sensazioni.

Infine, quali sono i “tenoristi” contemporanei che ammiri di più?
Ci sono tanti giovani e bravi musicisti, difficile citarli tutti. Parlando di tenoristi, nello specifico, non posso non citare interpreti come Chris Potter, Mark Turner e Joshua Redman. Ma anche Joe Lovano e soprattutto George Garzone e Jerry Bergonzi: questi ultimi, anzi, direi che sono i miei preferiti. Tra i giovani poi c’è Ben Wendel, anche, molto bravo e da ascoltare con attenzione. ]