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Red Hook Records, un’etichetta libera e visionaria. Intervista al suo fondatore Sun Chung
Photo Credit To Arianna Tae Cimarosti

Red Hook Records, un’etichetta libera e visionaria. Intervista al suo fondatore Sun Chung

21 giugno 2024

Ho per la prima volta incrociato il nome di Sun Chung in qualità di produttore di un più che mai imprevedibile album di casa ECM accreditato a Ben Monder, con la partecipazione di Paul Motian, Andrew Cyrille e Pete Rende, ritrovandolo poi nello straordinario album postumo di Masabumi Kikuchi, uno dei grandi eroi sottostimati del jazz, che ha tenuto a battesimo il suo progetto autonomo con la fondazione della Red Hook Records, etichetta libera e visionaria che ha appena pubblicato un sensazionale album in duo accreditato a Wadada Leo Smith e Amina Myers, ispirato alla placidità del Central Park a New York: in attesa delle prossime produzioni, con un’uscita già molto attesa che vedrà protagonisti lo stesso Cyrille, Bill Frisell e Kit Downes, questo era forse il momento più giusto per intervistarlo. Il suo habitat naturale è costituito dalle arti, non solo musicali, e a tal proposito giova ricordare che Mr. Chung ha vissuto un periodo cruciale della sua adolescenza in Italia, perché suo padre Myung-whun Chung è stato dal 1997 al 2005 il direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma. Quella che segue è stata una piacevole conversazione, che presenta vari spunti di interesse.

a cura di Vittorio Pio

So che la musica è sempre stata intorno a lei, essendo anche nipote di figure di primo piano nell’ambito ortodosso coreano, ma quando ne è diventato consapevole? Intendo dire se in qualche maniera si può fissare il momento in cui ha deciso che il suo futuro avrebbe avuto a che fare con essa.
Credo che il mio punto di svolta sia stato a 16, 17 anni, quando ho ascoltato per la prima volta il live di Miles Davis “My Funny Valentine” del 1964. Grazie a quell’album, ho sentito una connessione più profonda con la musica, che all’epoca non riuscivo a spiegare, ma l’immediatezza della sua energia e del suo spirito mi ha sicuramente colpito. Quella musica ha avuto in me un impatto duraturo, che risuona ancora oggi. Da allora ho iniziato a capire che sarei stato coinvolto nel mondo della musica, in un modo o nell’altro.

Qual è stato lo strumento che poi ha scelto?
Ho sempre amato suonare la chitarra, ed è sempre stato per me estremamente naturale farlo, ma salire poi sul palco per un’esibizione mi faceva provare delle sensazioni differenti, per cui ho deciso di non coltivare la dimensione professionale dell’essere musicista.

Con quali intenzioni e filosofia ha fondato la Red Hook Records?
Dopo aver trascorso quasi dieci anni alla ECM, sentivo il bisogno di un nuovo sbocco per espandere la mia creatività. Questo è il motivo principale per cui ho fondato la Red Hook Records. L’etichetta è in qualche modo una continuazione del lavoro di produzione che ho svolto per la ECM. Nel suo nucleo Red Hook è un luogo di incontri e interazioni creative, dove l’energia e lo spirito dissolvono i confini dei generi musicali. Credo fermamente che una casa discografica debba essere uno spazio in cui i musicisti possano incontrarsi e creare insieme, piuttosto che un’entità che funzioni solo come un meccanismo per pubblicare musica preregistrata o master già finiti. Per me le migliori etichette sono quelle che hanno un proprio particolare senso del gusto e dell’estetica, e non quelle che pubblicano genericamente la cosiddetta “grande musica”. Alla Red Hook accompagniamo i musicisti in ogni fase del percorso: dalla nascita e concettualizzazione della musica, alle discussioni approfondite sulla produzione, al tracciamento / editing / mixaggio / masterizzazione, alla selezione dell’opera d’arte, alla creazione con i migliori designer, fino alla collaborazione con pubblicisti e distributori appassionati, il tutto per portare la migliore musica possibile nelle mani degli ascoltatori. Si tratta di un lavoro meticoloso e a volte laborioso, fatto con la massima dedizione possibile nei confronti della musica. Ma per noi questo è l’unico modo significativo per servirla, per giustificare l’esistenza di un’etichetta discografica e l’uscita di un nuovo album, soprattutto al giorno d’oggi.

Photo Credit To Arianna Tae Cimarosti

Trovarsi in studio con Manfred Eicher è sicuramente una sensazione molto profonda… come è iniziato e in seguito si è evoluto il prezioso rapporto professionale con lui?
Ho conosciuto Manfred grazie al bassista Ben Street, il quale faceva parte di una sessione di registrazione ECM con il quartetto di Billy Hart. Ben sapeva che io fossi interessato alla produzione, quindi mi ha invitato in studio. Io e Manfred ci siamo trovati molto bene fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati, e poco dopo mi ha offerto un lavoro come assistente produttore presso l’etichetta. All’inizio assistevo alle sessioni di registrazione con lui e assorbivo quante più informazioni possibili. Successivamente le mie responsabilità si sono progressivamente ampliate, per esempio ho lavorato alla rimasterizzazione di “Hymns Spheres” di Keith Jarrett e al mixaggio di “Encore” di Eberhard Weber. Con l’avanzare del tempo poi mi è stata data la possibilità di realizzare mie produzioni. Potrei paragonare il lavoro per ECM a quello di un giovane musicista che si unisce al gruppo di un maestro, o a quello di un’apprendista nella bottega di un grande artista. Ho sempre ritenuto importante imparare il mestiere della produzione attraverso l’apprendistato e l’esperienza diretta, anziché in classe o in forme mediate. Alla fine, tutte queste esperienze mi hanno dato la fiducia necessaria per fondare la Red Hook Records, consentendomi di affinare gli strumenti per realizzare quello che faccio oggi, e di questo ne sono molto grato.

Quale può essere la sfida più grande che un produttore deve affrontare in studio e quali sono i criteri che certificano il suono di Red Hook Records?
Direi che la sfida più grande è il tempo. Mi piacerebbe lavorare una settimana in studio, ma a causa dei budget limitati di solito abbiamo a disposizione solo due giorni di tracking in studio. Quindi dobbiamo assicurarci che tutti abbiano la giusta mentalità e siano pronti a dare il loro cento per cento fin dal primo minuto, ma allo stesso tempo dobbiamo mantenere un’atmosfera rilassata, che favorisca la creatività. Di solito organizziamo un lungo periodo di pre-produzione, quindi siamo tutti ben consapevoli della missione da svolgere. Il mio compito è quello di assicurarmi che tutti gli aspetti (la natura e qualità del suono, la valorizzazione delle intuizioni emerse in pre-produzione, l’energia dei musicisti, la gestione delle tempistiche) siano in armonia durante la sessione e di apportare le conseguenti modifiche, se necessario. Si tratta di mantenere un equilibrio tra ciò che è stato pianificato come linea guida durante la sessione, e le eventuali modifiche o riorganizzazioni totali. Non sono sicuro di cosa identifichi precisamente il suono di Red Hook. Forse è l’impegno incrollabile nei confronti della musica, l’essere sempre il più spietatamente onesti possibile in termini di produzione e la volontà, senza compromessi, di fare ciò che serve per realizzare un grande album. I musicisti con cui scegliamo di lavorare devono essere in grado di trasformarsi in un medium, attraverso il quale la musica e i suoni fluiscano nel modo più puro possibile. Come un filo d’argento che conduce l’elettricità.

Quando ci si trova in studio, immagino che una delle sfide più importanti per ogni musicista sia la creazione di un contesto\ambiente efficace. Anche lei come produttore svolge un ruolo in questo processo?
Sono una persona che ama essere molto preparata per le sessioni di tracking e registrazione. In questo modo, se qualcosa non va per il verso giusto, abbiamo eventualmente a disposizione altre soluzioni sulle quali poter contare. A causa di varie circostanze, a volte questo modo di lavorare non è sempre possibile, nel qual caso l’istinto per la musica deve prendere il sopravvento.

L’altra componente delle sue produzioni è il particolare design grafico: come ha formulato il suo approccio in merito?
Un aspetto importante nella gestione di un’etichetta, che ho imparato nei miei anni in ECM, è l’importanza di avere una forte componente visiva da accompagnare alla musica. Così come la musica di un’etichetta deve possedere una propria identità sonora, lo stesso vale per l’aspetto grafico. È un pacchetto unico. L’ho capito subito e questo ci ha sicuramente aiutato a far affermare la nostra etichetta, soprattutto in un periodo in cui le persone acquistano meno album fisici. Io ho un discreto senso dell’estetica visiva, ma non sono affatto un esperto. Poiché il design non è musica, parlo molto con persone che possiedono più talento di me in questo ambito e che hanno una migliore comprensione del reparto visivo. Credo che per ogni persona sia molto importante avere la consapevolezza dei propri punti di forza e dei propri limiti, e riconoscere in quali settori abbia bisogno di aiuto, per saperlo ricercare in altri professionisti. In questo caso avere “buone orecchie” non significa necessariamente avere “buoni occhi”. Quindi, sebbene io dia una direzione generale al progetto, condivida i miei gusti personali e abbia l’ultima parola, mi piace confrontarmi con altre sensibilità. In effetti, cercare di trovare la copertina perfetta per ogni album è una vera e propria sfida e sono felice di collaborare con un fidato pool, che mi facilita il compito di scegliere tra un’ampia rosa di opzioni possibili.

Ho molto ammirato quanto ha realizzato al fianco di Masabumi Kikuchi, un pianista fantasmagorico che certamente avrebbe meritato un’altra carriera; ho ascoltato una buona parte dei suoi dischi, compreso l’ultimo in studio che ha segnato l’inizio della sua avventura con la Red Hook nel 2021: come è andata in quell’occasione? Ci sono altri brani inediti delle sessioni di “Hanamichi”?
Ho incontrato Masabumi per la prima volta al Village Vanguard, mentre si esibiva con Paul Motian. Il suo modo di suonare mi ha colpito molto e abbiamo parlato subito dopo lo spettacolo. È stata poi abbastanza consequenziale la successiva decisione di registrare insieme. Non è stato un processo facile da organizzare e la sessione stessa ha avuto le sue sfide da affrontare, soprattutto a causa dei problemi di salute di Masabumi. Abbiamo avuto delle discussioni e deciso una linea guida di base prima della registrazione, ma molto di ciò che è venuto fuori si è basato su interazioni intuitive avvenute spontaneamente tra me e lui durante la sessione. Posso anticipare che nel 2025 uscirà una versione deluxe di “Hanamichi”, contenente materiale non precedentemente pubblicato da quella sessione, per commemorare i dieci anni dalla scomparsa di Masabumi.

Il piano di produzione della RHR è ancora quello di realizzare 3\4 album all’anno?
Idealmente il nostro obiettivo sarebbe quello di raggiungere le 5-6 uscite all’anno, ma tutto dipende dalla possibilità di trovare ulteriori finanziamenti per l’etichetta. Al momento, lavorando perlopiù da soli, con dei freelance di tanto in tanto, non sarebbe possibile pubblicare più di tre album all’anno. Questo è dovuto ancora una volta ai nostri ideali di produzione e alla nostra filosofia di dedicare la massima cura possibile ad ogni singola uscita, e sarebbe necessario uno staff aggiuntivo per sostenere un più alto livello.

Ascolterebbe con maggior piacere un’ultima produzione avanguardista di casa ECM o una ristampa Blue Note?
Direi entrambe le cose. Come appassionato di musica, ovviamente apprezzo le ristampe di grandi album. Come produttore che ascolta e ricerca sempre musica che rifletta i tempi in cui ci troviamo, sceglierei una nuova produzione.

Chi potrebbe rappresentare la personalità ideale dell’artista/musicista contemporaneo con cui le piacerebbe lavorare?
Questa è una domanda difficile, perché ce ne sono molti. Come priorità direi che lavorare con maestri del calibro di Jack DeJohnette, Herbie Hancock, Terry Riley, ma anche Al Foster, sarebbe un sogno.

Per finire ha dei ricordi particolari che la legano all’Italia?
Ne ho molti, dato che la mia famiglia ha viaggiato molto in Italia fin dalla mia giovinezza. Se dovessi scegliere un ricordo musicale, uno che mi è particolarmente caro è quello di aver registrato l’album per pianoforte solo di mio padre per ECM a La Fenice di Venezia. Lui è conosciuto principalmente come direttore d’orchestra, ma è anche un grande pianista. Non avevamo mai lavorato insieme e anche lui non aveva mai registrato un disco di pianoforte da solista, quindi è stata un’esperienza estremamente significativa per entrambi.

INFO

www.redhookrecords.com

 

 

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