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Questioni di estetica e di armonia tra strutture musicali: “Phylum”. Intervista a Nazareno Caputo

Questioni di estetica e di armonia tra strutture musicali: “Phylum”. Intervista a Nazareno Caputo

19 gennaio 2023

“Phylum”, edito da Aut Records, è la prima pubblicazione discografica da leader del vibrafonista lucano Nazareno Caputo, classe 1989, il quale trasferisce nei suoi progetti musicali la passione per lo studio dei rapporti particolari tra estetica e aspetti strutturali della musica, che dialogano armonicamente tra di loro e regolano tutte le opere artistiche, uniti da uno stesso concetto musicale, da un identico “phylum“.

a cura di Andrea Parente

“Phylum” (Aut Records, 2021) rappresenta il tuo primo lavoro discografico da leader. Cosa ti ha spinto a incidere questo album?
Tante cose hanno influito sulla nascita di questo progetto. Erano diversi anni che lavoravo su idee musicali, interrogandomi in particolare sugli aspetti formali e strutturali della musica, sia riguardo la scrittura che per ciò che concerne l’improvvisazione. Circa tre anni fa io e i musicisti che mi affiancano in questa prima avventura discografica, il contrabbassista Ferdinando Romano e il batterista Mattia Galeotti, abbiamo iniziato a lavorare alle prime composizioni e suonando assieme mi si è chiarito meglio il senso ultimo della musica che stavamo suonando. Si può dire che dentro questo disco siano confluite tutte le domande e le riflessioni che mi hanno accompagnato nei miei anni di formazione, sia per quanto riguarda gli studi musicali che per quelli architettonici.

Che emozione si prova a pubblicare il primo disco?
La pubblicazione del primo album da leader rappresenta sicuramente un momento molto particolare nella vita di un musicista. C’è gioia, eccitazione… ma anche ansia e preoccupazione. Si impara a lasciar andare la propria musica, che nel momento in cui viene pubblicata, non è più “tua”, ma diviene del mondo. Ho sempre avvertito fortemente la responsabilità nella pubblicazione di un album perché ritengo che, come per ogni opera che l’uomo produce per la comunità, bisogna chiedersi se sia necessario o arricchente per qualcuno che un determinato prodotto artistico venga reso pubblico. Spesso si sottovaluta questo aspetto negli ambiti artistici, come se il fatto che un’opera d’arte non possa “nuocere” fisicamente o in un senso più pratico all’altro (come una casa costruita male, ad esempio), implichi che si possa condividere qualsiasi cosa. A volte penso che una produzione smodata e inconsapevole non porti a nulla di positivo per la musica, ma tutt’al più possa avere un valore commerciale. Anche per il peso di queste considerazioni, ho aspettato tanto a far uscire un primo album a mio nome, perché volevo sentire davvero l’urgenza di pubblicare della musica che raccontasse qualcosa che potesse rappresentare uno spunto nuovo, anche se piccolo. Questo non significa ovviamente che consideri “necessario” il mio album per la comunità, ma semplicemente che ho sentito che potesse valere la pena di farlo ascoltare a qualcuno. E l’ho lasciato “andare”.

Che significato ha il titolo? Come hai sviluppato il percorso narrativo del disco?
Phylum” è una parola presa in prestito dalla botanica e dalla zoologia e viene usata per indicare una precisa categoria tassonomica. Nello specifico, serve a classificare e raggruppare organismi che condividono lo stesso piano strutturale, che non necessariamente mostrano nella morfologia esterna. Questo rapporto particolare tra l’estetica e le strutture interne, che regolano gli organismi viventi come le opere d’arte, mi affascina molto. La musica del trio parte da concetti simili, prendendo le mosse dallo sviluppo di una struttura musicale ed elabora la propria idea seguendo percorsi differenti e complementari. Il risultato sono brani che contengono elementi morfologici molto diversi tra loro e risultati estetico-stilistici riconducibili a vari linguaggi. La sfida del progetto era quella di far sì che tutti questi momenti esteticamente diversi dialogassero armonicamente tra di loro, uniti indissolubilmente dalla comune origine e appartenenza alla stessa idea musicale, allo stesso phylum.

Cosa ti ha motivato nello scegliere il contrabbassista Ferdinando Romano e il batterista Mattia Galeotti come collaboratori del disco?
La scelta di lavorare con Ferdinando e Mattia è avvenuta in maniera piuttosto naturale. Con Ferdinando siamo amici e colleghi da tanti anni (studiavamo nello stesso Conservatorio), quindi possiamo dire di essere cresciuti assieme, abbiamo collaborato e collaboriamo ancora in tanti altri progetti (come il suo “Totem”). La sua esperienza in ambito classico, oltre che jazzistico, lo rendeva inoltre la figura ideale per poter lavorare su un repertorio come quello di “Phylum”, dove i confini tra musica contemporanea e jazz, scrittura e improvvisazione, sono molto sfumati. Mattia l’ho conosciuto più recentemente, ma ho subito avvertito anche con lui una grande intesa nel modo di intendere la musica. Da percussionista, conoscendo bene il mondo batteristico, mi premeva avere nel gruppo qualcuno che fosse prima “musicista”, piuttosto che “batterista”, che avesse una grande sensibilità musicale e che sapesse mettersi sempre al servizio della musica. Mattia incarna proprio questo tipo di musicista.

Il disco è composto da nove brani originali. Da cosa ti lasci ispirare quando componi?
In questo lavoro sicuramente un ruolo importante l’ha avuto il concetto di fondo del disco stesso, ovvero partire da semplici elementi che avrebbero funto da struttura per tutto il brano. Alcune volte si tratta di una melodia, altre volte di una cellula ritmica, di un concetto musicale, di un procedimento compositivo. In genere la forma del brano è la prima cosa che mi si chiarisce in testa, anche se il primo spunto è sempre dato da un’idea musicale. Spesso mi capita poi che siano stimoli extra musicali a darmi l’ispirazione per comporre un brano (ad esempio la storia di Adam Rainer, a cui è dedicato un brano del disco).

La tua formazione è un trio. Cosa ha significato questo a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento?
Lavorare in trio è una cosa che amo molto, perché si creano degli equilibri decisamente interessanti. La formazione di “Phylum”, in particolare, ha delle caratteristiche del trio standard (strumento armonico affiancato dalla classica sezione ritmica), ma anche delle peculiarità tutte sue: sicuramente la doppia valenza del vibrafono, che è uno strumento armonico (quindi vicino al mondo del pianoforte, per intenderci), ma essenzialmente appartenente alla famiglia delle percussioni (da qui il prezioso dialogo con la batteria); inoltre la commistione dei timbri del vibrafono e del contrabbasso, molto affascinante, e allo stesso tempo la sfida di mettere a dialogare due strumenti che hanno caratteristiche a tratti lontane (come per esempio l’estensione: i due strumenti sono quasi completamente complementari in quanto hanno in comune pochissime note). Arrangiare “Phylum” ha significato, a tratti, spingersi fino alle estreme periferie delle potenzialità di questi strumenti, cercando di indagare a fondo tutte le possibilità tecniche ed espressive. È stata una sfida che ho voluto porre a me stesso in primis, ad esempio non utilizzando anche altri strumenti per arricchire il mio set, come la marimba, che sto invece usando molto in altri miei lavori.

Hai registrato dei dischi sia come “sideman”, sia come “co-leader”, che come “leader”. Ci spieghi come varia il tipo di approccio in base al tuo ruolo nel progetto?
Il mio approccio varia chiaramente dal punto di vista compositivo e di direzione artistica del progetto. Quando sono l’ideatore di quest’ultimo e il responsabile della direzione che lo stesso prenderà, tendo a dare una forte impronta concettuale al lavoro. Quindi è nella fase di creazione della composizione che pongo vincoli, obiettivi e contorni. Nel momento in cui la musica entra in sala prova con il gruppo, mi viene spontaneo lasciare che tutti i musicisti pariteticamente apportino il loro contributo di idee e soluzioni, una volta spiegata qual è l’idea alla base del brano in questione. Quindi nella fase performativa il mio approccio è, più o meno, quello che ho nei progetti in cui sono co-leader (con l’unica differenza che sento più responsabilità, essendo tutta la musica scritta da me). Anche come sideman mi piace dare un contributo che vada oltre il semplice atto performativo. In genere accetto di far parte di progetti che mi piacciono e lavoro con persone con cui ho una bella intesa. Quindi mi viene naturale essere propositivo e collaborativo su ogni aspetto della gestazione dell’album.

Chiudiamo con il futuro. Che progetti hai per i prossimi mesi?
Ci sono tante cose che bollono in pentola e sono molto eccitato per questo. Tra i vari progetti ne segnalo uno che vedrà la luce proprio nei prossimi mesi. Si tratta di “Naom”, un progetto sviluppato in duo con il percussionista Omar Cecchi, esperto di konnakol, che è stato registrato recentemente. È un progetto a cui tengo molto, dove non lavoro soltanto con il vibrafono, ma con un set più ampio, e la musica che ne è venuta fuori ha un linguaggio davvero molto particolare. Per poter realizzare questo progetto è partita da poco una campagna di crowdfunding (maggiori informazioni potete trovarle sulla pagina del progetto: www.gofundme.com/f/naom). Nei prossimi mesi sarò inoltre impegnato anche come sideman, sia in Italia che all’estero, (uscirà, sempre per Aut Records, il disco del sassofonista sloveno Blaž Švagan, al quale ho preso parte come ospite) e come membro dell’ONJGT, diretta da Paolo Damiani, in compagnia di altri bravissimi musicisti. E poi, ovviamente, siamo già proiettati al progetto successivo a “Phylum”!

INFO

www.nazarenocaputo.com

 

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