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“Portrait Of Ennio”, il lato jazz di Ennio Morricone. Intervista a Patrizio Destriere

“Portrait Of Ennio”, il lato jazz di Ennio Morricone. Intervista a Patrizio Destriere

25 agosto 2023

Patrizio Destriere, sassofonista napoletano classe 1976 e musicista attivo sia in ambito classico che moderno, che si è esibito sui più prestigiosi palcoscenici in formazioni che vanno dal duo con pianoforte al trio, dal quartetto a ensemble di sassofoni, dalle big band alle orchestre sinfoniche, sia come orchestrale che come solista, ci racconta il primo album a suo nome “Portrait Of Ennio”, pubblicato dalla giovane etichetta LaPOP, e dedicato alle musiche del grandissimo Maestro Ennio Morricone.

Ciao Patrizio e benvenuto su Jazzit! Partiamo dal passato: com’è nata la tua passione per la musica e in particolare per la musica jazz?
Buongiorno a te e a tutti i lettori di Jazzit e grazie per l’invito! La musica a casa mia è sempre stata presente, mio padre era un grande estimatore e aveva un’ampia collezione di dischi, soprattutto della Reader’s Digest di vario genere musicale. Ho iniziato a suonare il sassofono all’età di nove anni. Prima di questo periodo, dal momento che mio fratello maggiore studiava il pianoforte, io ero affascinato dalla possibilità di esprimersi attraverso uno strumento musicale, tanto da cimentarmi come autodidatta sulla sua tastiera. Un giorno mio padre vide che suonavo da solo il pianoforte (stavo eseguendo a orecchio Per Elisa dalla sonata K545 in Do per pianoforte di Ludwig van Beethoven!) e mi propose di studiare musica insieme a mio fratello gemello. Così con l’entusiasmo tipico del bambino curioso, iniziai il mio percorso alla scuola comunale di musica del mio paese. Scelsi il sassofono per caso (all’inizio volevo studiare la chitarra), perché bisognava formare la banda musicale del paese e servivano strumenti a fiato. Nonostante il mio insegnante dicesse che fossi bravo e avessi talento, si arrabbiava perché invece di studiare e seguire le lezioni, andavo a giocare con gli altri ragazzi a calcio nel campetto adiacente all’edificio che ospitava la scuola. All’età di circa undici anni avvenne un episodio che cambiò profondamente la mia vita e la prospettiva con cui mi approcciavo alla musica: mio fratello maggiore, l’unico che non suonava, (in famiglia siamo quattro fratelli), appassionato come me di Pino Daniele, portava a casa tutti gli LP del grande cantautore partenopeo appena venivano pubblicati. Un giorno torna a casa con il doppio vinile “Sció live” di Pino (conservo ancora l’originale!) e lo mette sul giradischi. Mentre lo ascoltiamo, arriva la traccia di Io vivo come te, registrato al Montreux Jazz Festival, con ospite al sax il grande e compianto Bob Berg, invitato per quella occasione sul palco perché anche lui suonava in quel festival. L’assolo che Bob suonò fu per me come una folgorazione, all’epoca non conoscevo chi fosse, ma dopo aver ascoltato quell’assolo (ancora adesso mi viene la pelle d’oca a sentirlo), caratterizzato da una grande potenza espressiva, esclamai tra me: “io devo imparare a suonare il sax come questo qui!”. Da quel momento in poi non ho più smesso di suonare, di esercitarmi e di cercare di superare i miei limiti di strumentista. Infatti mi sono diplomato negli anni a venire in sassofono, jazz, musica elettronica e ho conseguito diversi bienni specialistici in vari Conservatori d’Italia, che sceglievo in base al docente che volevo seguire. Ne è conseguita una passione sempre più crescente per la musica, senza averla mai catalogata. Ho cominciato a fare jazz senza rendermene conto perché suonavo con grande entusiasmo in qualsiasi contesto mi trovassi, cercando sempre di esprimere me stesso. Ascoltavo e suonavo musica di diverso genere, focalizzandomi sul rigore esecutivo e sulla qualità della mia performance, prendendo esempio dai grandi musicisti e compositori che seguivo (Bach, Beethoven, Stravinskij, Parker, Woods, Coltrane e tanti altri). Più tardi ho cominciato a realizzare che suonassi musica improvvisata e che il linguaggio jazzistico fosse per me un pozzo da cui attingere.

E quando hai deciso di intraprendere la carriera del musicista? Ce la racconti?
Il mio primo “ingaggio” come musicista professionista avvenne all’età di quattordici anni. Firmai il mio primo contratto per tenere una serie di concerti con una cantante americana in giro per il sud Italia. Ero felice di sentirmi considerato come un musicista professionista, anche se per andare a suonare dovevo chiedere al musicista di turno o a mio padre di accompagnarmi! Naturalmente non pensavo al mio futuro professionale, perché vivevo l’esigenza di fare musica per il piacere di suonare, esprimermi e condividere con altre persone (spesso amici) bei momenti musicali. La mia “fortuna professionale” è stata quella di intuire che dovessi apprendere al meglio il linguaggio dell’estetica musicale che andavo ad eseguire, per poter risultare quanto più credibile ed efficace nell’esecuzione. Studiavo a fondo la musica che suonavo, ma andavo ancor più in profondità, immergendomi nell’ascolto di quel contesto musicale per conoscerlo al meglio. Così sono diventato un “jolly” che suonava in un’orchestra di musica classica, piuttosto che in una big band di jazz, in un quartetto di sassofoni, o per un turno di musica pop. Questa mia capacità di suonare in diversi contesti musicali ha favorito la mia carriera e le varie collaborazioni artistiche anche durante il periodo in cui ero studente al Conservatorio, consentendomi di avere già un nutrito curriculum all’età di diciotto anni. A ventisette ho vinto il concorso per esecutore nella Banda Musicale della Marina Militare, entrando a far parte di un organico di musicisti professionisti, che mi ha portato a tenere concerti in Italia e all’estero, affiancando la mia attività privata a quella della banda.

Il tuo primo disco da leader, “Portrait of Ennio”, è dedicato al grandissimo Maestro Ennio Morricone: come mai hai deciso di confrontarti con questo mostro sacro della storia della musica? E come ti sei avvicinato alle sue opere e hai selezionato e interpretato il suo immenso corpus musicale?
“Portrait of Ennio” è fondamentalmente la testimonianza su disco di un’esperienza musicale vissuta negli anni, con la collaborazione di diversi musicisti, sulla musica di Ennio Morricone. Con questo concept sul Maestro ci siamo esibiti in diverse città d’Italia e all’estero e reduci da queste esperienze abbiamo deciso di incidere un disco. Siamo entrati quindi in studio con un certo timore, perché andare a manipolare questo materiale così autorevole e famoso, anche alla luce dei tanti omaggi fatti al Maestro Morricone da musicisti importanti, ci poneva nella condizione di avere un rispetto direi reverenziale. Ne è uscito però il nostro personale ritratto di questo grande compositore esaltando, come dice lo stesso sottotitolo dell’album, “il lato jazz di Ennio Morricone“. La musica del Maestro è sempre stata presente nella mia attività concertistica anche in passato; come dicevo prima ho collaborato con diverse orchestre sinfoniche e anche nella stessa Banda Musicale della Marina Militare ho eseguito e letto tantissime partiture famose e meno famose. Nello scegliere i brani che dovevo inserire nel disco ho prediletto le partiture che hanno reso celebre il suo nome, ovvero ho attinto dalla produzione delle più di seicento colonne sonore composte dal Maestro, prediligendo le musiche a cui ero affezionato nella mia gioventù e con cui sono cresciuto.

Nella sua produzione il jazz è presente con materiale di pregevole fattura, per esempio nei film degli inizi anni Ottanta, permeati da colonne sonore di stampo jazzistico. Ce ne parli?
Partendo da La leggenda del pianista sull’oceano e tornando a ritroso, la musica del M° Morricone ha sempre avuto un’attenzione nei confronti del jazz, anche se egli considerava questa musica molto distante da lui. Negli anni Ottanta collaborava con il produttore Franco Cristaldi, che aveva impostato una visione del cinema italiano molto simile a quello americano (sugli esempi di Clint Eastwood o Charles Bronson), producendo diversi film basati su quello che oggi definiremmo “stile urban“, con pellicole poliziesche interpretate dagli attori di grido di quell’epoca. Ma anche i film più leggeri sono sempre permeati da uno stile jazz che definirei alla Stan Kenton o alla Buddy Rich, seppur molto distanti nelle sonorità (ad esempio la serie de Il vizietto, con il grande Ugo Tognazzi). Quello che colpisce è l’eccezionale sapienza nell’usare strumenti come batteria, basso, tastiere e sintetizzatori in maniera creativa e sempre attuale per il periodo in cui componeva, nonostante si definisse un compositore di musica colta e contemporanea. Per tanti anni il M°Morricone ha dovuto nascondere questa sua attività, a causa dei fondamentalismi che a volte vivevano e che vivono ancora oggi negli ambienti della musica cosiddetta “colta”. Non possiamo inoltre dimenticare la grande collaborazione negli anni Sessanta e Settanta con la RCA Italiana, per la quale ha composto arrangiamenti di brani pop famosi come Sapore di sale, Con le pinne fucile ed occhiali, Abbronzatissima e tanti altri ancora. Una sera ero a cena con il grande pianista Enrico Pieranunzi e, parlando con lui appunto del mio disco, abbiamo iniziato una passerella di suoi ricordi, dei quali mi raccontava la sua esperienza come pianista e tastierista per Morricone. Per esempio, i sintetizzatori utilizzati nelle musiche del film Un sacco bello sono stati registrati da lui.

Qual è stato il tuo personale approccio nell’arrangiamento di alcuni tra i più celebri brani della storia della musica composti dal Maestro Morricone?
Come suggerisce il titolo, questo lavoro è una sorta di ritratto del Maestro sotto diverse prospettive. Le tracce del disco vanno ascoltate e “viste” come quadri diversi, che disegnano un Ennio Morricone a volte dadaista, a volte espressionista, altre astrattista. In un brano abbiamo anche omaggiato John Coltrane e l’incontro tra questi due giganti della musica in un unico flusso sonoro ha come risultato qualcosa di magico, che invito tutti ad ascoltare! Non si riesce a capire dove finisce John e inizia Ennio. Come evidenziato nel sottotitolo, il nostro intento è quello di tirare fuori dalla meravigliosa musica di Ennio il suo lato jazz, il suo lato più libero ed espressivo possibile, senza dover snaturare la bellezza e il profilo delle sue meravigliose melodie. Fanno da cornice gli arrangiamenti curati da me e dal bravo pianista Francesco Venerucci, la perizia esecutiva di Claudio D’Amato, Giuseppe Civiletti e Giampaolo Scatozza,  che hanno partecipato con entusiasmo alla realizzazione del disco, e tutte le persone coinvolte nella creazione di quest’opera.

In questo album sei appunto affiancato da Claudio D’Amato al pianoforte, Giuseppe Civiletti al contrabbasso e Giampaolo Scatozza alla batteria. Che puoi dirci di questi colleghi con cui hai condiviso questo straordinario progetto?
Questo quartetto è la metamorfosi delle diverse collaborazioni che si sono succedute nel tempo e che hanno visto tantissimi bravi musicisti alternarsi al mio fianco, fino ad arrivare a quella che è la formazione attuale. È doveroso nominarli tutti per il loro prezioso lavoro: alla batteria Francesco Bonofiglio ed Ettore Fioravanti, al contrabbasso Giuseppe Civiletti, Dario Piccioni e Damiano Lanciano, al pianoforte Francesco Venerucci, Manuel Magrini, Emanuele Rizzo e Pierpaolo Principato. I musicisti che si sono succeduti hanno lasciato un contributo importante, che ha delineato sempre di più la musica del progetto. I miei compagni di viaggio sono stati e sono musicisti straordinari, dotati di grande professionalità ed estro artistico. La loro collaborazione è stata fondamentale per la realizzazione di questo progetto e non posso che ringraziarli per il loro prezioso apporto. La scelta della formazione del quartetto classico è risultata perfetta per gli equilibri che si sono andati a concretizzare nelle performance. L’interplay creatosi e le sonorità raggiunte non fanno assolutamente rimpiangere le orchestrazioni originali di molte musiche inserite nel disco rispetto al sound del gruppo. Attualmente il quartetto è formato da me ai sassofoni, Claudio D’Amato al pianoforte, Damiano Lanciano al contrabbasso e Giampaolo Scatozza alla batteria.

Il disco è stato pubblicato dalla giovane etichetta LaPOP: come l’hai scelta? E ci parli della vostra collaborazione?
LaPop Music è una giovane etichetta con cui ho collaborato anche per altri progetti musicali e che ha curato la pubblicazione di diversi dischi. È composta da ragazzi straordinari che ti supportano e si interessano alle tue idee. Avendo avuto quindi un’esperienza più che positiva con loro, la scelta è stata direi logica. Essendo un’etichetta giovane, LaPop vuole spaziare e non rinchiudersi in un determinato mercato e ciò favorisce uno scambio anche tra i musicisti di diversa estrazione musicale presenti nel catalogo. Il team, coordinato da Luca, è un gruppo dinamico con cui puoi confrontarti e trovare insieme soluzioni interessanti, anche in campi dove io non ho specifica competenza. Abbiamo una visione comune del lavoro futuro, con una programmazione già in fase di realizzazione.

È previsto un tour per presentare questo nuovissimo progetto?
Sì, abbiamo iniziato con un bellissimo concerto nel Palazzo Petrignani di Amelia (TR) lo scorso 26 marzo, con una sala sold out e un pubblico attento ed entusiasta. Poi abbiamo proseguito con la presentazione del disco a Roma il 23 aprile al Teatro di Villa Lazzaroni e a seguire abbiamo tenuto concerti a Treviso, Milano, Perugia e altre città si stanno attualmente inserendo. Inoltre siamo in contatto per una serie di concerti in Francia e in Giappone. Naturalmente siete tutti invitati a partecipare!

Potresti descriverci la tua musica da un punto di vista stilistico-tecnico-compositivo, per evidenziarne le caratteristiche specifiche a livello espressivo?
Nel descrivere la mia musica trovare una collocazione mi risulta un po’ restrittivo. Possiedo una cultura musicale che mi ha permesso di collaborare con musicisti e leggere musica proveniente da diverse regioni del mondo e da culture molto differenti. Il mio amore per il jazz naturalmente emerge prepotentemente nel mio stile, ma non manca l’influenza della grande produzione di musica classica, che ho studiato ed eseguito, oppure le tendenze della musica cubana, grazie alla collaborazione con Elvio Ghigliordini, o ancora l’esperienza con la musica swing in diverse formazioni. Mi piacciono (ma non vorrei sembrare presuntuoso) le performance muscolari, non solo in termini di tecnica, ma soprattutto in termini di espressività: ad esempio amo moltissimo un sassofonista degli anni Trenta di nome Charlie Ventura, un vero e proprio funambolo del sassofono, che però rendeva le sue performance efficaci per l’espressività della sua musica. Il lirismo poi è un aspetto basilare, perché per me è fondamentale comunicare con chi vuole ascoltare il mio messaggio musicale. Credo poi che un buon musicista debba sempre mettersi al servizio della musica, che rimane ogni volta il fine ultimo.

E infine, progetti e obiettivi futuri?
Nel 2023 ritornerò in studio di registrazione almeno altre due volte: la prima sarà per realizzare un disco con Stefano Meloccaro, conduttore di Sky, amante del jazz ed ottimo crooner. Insieme registreremo un disco di songs americane, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza. Mentre a novembre rientrerò in studio per la seconda volta, con il mio Hammond Trio, composto da Claudio D’Amato all’organo Hammond e dal giovane e talentuoso Luca Monaldi alla batteria. Il progetto, che va oltre il jazz, avrà un sound più elettronico e trasversale ai generi della black music. Ho anche in cantiere la realizzazione e la completa produzione di un disco suonato solo da me in quartetto di sassofoni sull’integrale de L’arte della Fuga di J.S.Bach, del quale sto curando la trascrizione e l’arrangiamento per quartetto di sassofoni.

(intervista a cura di Rosario Moreno)

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