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Poliedricità e Musica</br>Intervista a Stefano Maccagno
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Poliedricità e Musica
Intervista a Stefano Maccagno

20 giugno 2017

Conosco Stefano Maccagno da più di quindici anni perché siamo stati colleghi all’Istituto Musicale Città di Rivoli, nel quale lui aveva la cattedra di pianoforte jazz, prima di diventarne il Direttore dopo una lunga battaglia che ci ha visto con molti altri insegnanti contrapporci all’amministrazione comunale. Pianista e compositore versatile, ben rappresenta il musicista contemporaneo onnivoro che alterna con estrema facilità classica, jazz, insonorizzazione di film muti al Museo Nazionale del Cinema, direzione orchestrale e composizione.

Di Eugenio Mirti

Come sei diventato musicista?
Per caso, nel senso che in prima media iniziai le prime lezioni di musica; mentre tutti tiravano petardi e pallini io mi innamoravo della materia attraverso gli ascolti della professoressa, mi pare fossero delle sinfonie di Mozart; dissi allora a mio padre che mi sarebbe piaciuto suonare il pianoforte, un suo amico ne aveva uno e lo portammo a casa, trovammo un insegnante e così iniziai il mio percorso. Continuai poi le lezioni di musica classica ma essendo curioso suonavo anche insieme ai miei amici delle medie, ero attratto dai Moog e dai sintetizzatori, ricordo che avevo affittato un Moog con un amplificatore: già mi piaceva mischiare.

E come sei arrivato al jazz?
Una volta ascoltando un pianista jazz in tv mi intrigò il sound particolare; proprio in quegli anni apriva il Centro Jazz Torino, la cattedra era di Mario Rusca così mi iscrissi e frequentai due anni, e da lì iniziò l’innamoramento per questa musica, che poi mi portò ad avere  il trio fisso al Capolinea e a suonare alla Contea e in  molti locali storici; quello che più avevo sposato era l’Amsterdam di via Giulia di Barolo: un classico locale da jazz sito nella cantina.

Da studente quali musicisti ti ispirarono?
Da ragazzo mi regalarono due dischi di Oscar Peterson e Bill Evans,  ma la figura pianistica che mi ha sempre esaltato – specie nel primo periodo Blue Note – è Herbie Hancock; mentre in Italia vorrei citare  il mio caro amico Antonio Faraò. Come compositori ne ho studiati moltissimi, ma la voglia di scrivere seriamente è arrivata dopo aver ascoltato il Concerto in Sol Maggiore per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel, uno dei compositori a mio avviso più grandi.

Poi compare il Museo Nazionale del Cinema.
Ampliavo le mie abilità ma avevo sempre i piedi in due scarpe, perché suonavo jazz ma il primo amore era la musica classica, e avevo anche seguito corsi di composizione;  il mio caro amico Ezio Bosso mi invitò a partecipare a un festival di cinema muto come pianista improvvisatore, il Festival del Cinema Ritrovato di Bologna. Da lì ho poi suonato per cinque anni per questo festival e si aprirono i contatti con il Museo Nazionale del Cinema. Importante fu  il restauro del film Cabiria perché  io ne divenni l’accompagnatore e facemmo il giro del mondo, frequentando tutti i festival più importanti: Cannes, Berlino, Tokyo, S. Francisco. Intanto arrivavano le prime commissioni di scritture e partiture dal museo, grandi lavori, di grande durata per i migliori gruppi strumentali come il trio Debussy. Così ho  cominciato a scrivere molto; ad oggi la commissione più grossa è stata quella per il Maggio Fiorentino 2016, un lavoro di musica sinfonica imperniato sui Led Zeppelin.

Come nasce la tua poliedricità?
Sono curioso; credo che queste cose che ho studiato siano ben compenetrate, ognuna di esse esalta l’altra parte; per esempio  il fatto di aver studiato jazz negli esami di composizione per me è stato di grande aiuto per velocità e capacità di cambiare negli stili.

Nell’era della specializzazione chi è versatile spesso non ha molta fortuna.
Infatti è una ricerca, devi essere conscio che l’improvvisazione nel jazz non può essere uguale a quella di un film muto, e il linguaggio in un quartetto d’archi è diverso; alla base c’è uno studio approfondito, saper usare stilemi diversi ma saperli scindere o al contrario inglobare. Ritengo si possa lavorare in più settori, è più difficile ma non impossibile,

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Credo che per un compositore il massimo sia poter scrivere un corposo lavoro sinfonico e dirigerlo, come ho fatto a Firenze; dirigere non è la mia specializzazione ma ho studiato e studio direzione e dirigo un’orchestra giovanile; è una maniera di relazionarsi alle persone e approfondire ulteriormente lo studio della musica. Psicologicamente è una esperienza davvero forte, l’adrenalina pulsa quando hai a che fare i primi minuti di un’orchestra, soprattutto se di alto livello.

Abbiamo insieme fatto una battaglia epocale a Rivoli, quali sono i principii che ti animano in questo nuovo ruolo di Direttore?
Protagonista è stato un nucleo molto forte di insegnanti; principalmente credo che la rabbia iniziale per la situazione sgradevole subita, perdere il lavoro e subire decisioni o l’ingresso di terzi in un posto che abbiamo costruito negli anni, tutto questo si è tramutato ed è nato il piacere di conoscere e lavorare con persone che ho poi riconosciuto essere speciali. Ringrazio tutti i colleghi che hanno collaborato, è stato un grande arricchimento.

 

 

 

 

 

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