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Pinturas<br/>Intervista a Ugo Moroni

Pinturas
Intervista a Ugo Moroni

27 novembre 2018

Abbiamo intervistato Ugo Moroni in occasione dell’uscita di Pinturas, in parte dedicato alla figura del pittore Francisco Goya, e da poco pubblicato per Dodicilune.

Di Eugenio Mirti

Come nasce la passione per Goya?
Forse tra i banchi del “DAMS” di Bologna nei primi anni duemila. Rimasi folgorato dalla figura di questo grande artista di cultura illuminista e dal temperamento romantico, capace di mettere in scena il suo pensiero con estrema libertà espressiva. Il suo stile è inconfondibile; libero da ogni ideale accademico e capace di passare da visioni limpide a grottesche, tragiche ed orride.
Ciò che più mi affascina di Goya è quindi proprio quest’idea di estrema libertà, secondo la quale non ci sono regole, ma ciò che conta è la personalità del pittore.

Come hai lavorato alle tre composizioni a lui dedicate?
Volevo esprimere il dualismo “Eros/Thanatos” come aspetti unilaterali dell’animo umano messi appunto in scena nelle “pitture nere” di Goya, e pensai: come potrei tradurre in musica questo conflitto? Da lì poi una serie di intuizioni che mi hanno portato a scrivere
Pinturas.
Ad esempio: “Saturno divora i suoi figli” è una composizione bitematica con dei corridoi di passaggio che servono da transizione da un tema all’altro. Qui i due temi si contrappongono nello stile: il primo tema più energico e ritmico in 4/4 che si ripete due volte, il secondo più contrappuntistico in ¾. Oppure anche associando melodia e rumore, pieno e vuoto e solisti dalle diverse attitudini improvvisative.

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Ti piace un gruppo di lavoro grande; come scrivi gli arrangiamenti?
Con questa domanda colgo l’occasione per citare e ringraziare tutti gli straordinari musicisti che mi hanno seguito in questo lavoro e a cui devo la riuscita dello stesso Pinturas: Marco Vecchio (sax alto e soprano), Federico Eterno (sax alto), Giovanni Benvenuti (sax tenore), Gaetano Santoro (sax baritono), Daniele D’Alessandro (clarinetto basso), Olivia Bignardi (clarinetto soprano), Gabriele Polimeni (tromba), Roberto Solimando (trombone), Valeria Sturba (violino elettrico, theremin), Irene Giuliani (piano), Filippo Cassanelli (contrabbasso e basso elettrico), Gabriele Quartarone (basso elettrico) e Vincenzo Messina (batteria).
Per quanto riguarda gli arrangiamenti, li scrivo con “Finale” che è un noto programma di scrittura musicale. Generalmente ho un approccio lineare, cioè ogni linea deve avere una melodia che può funzionare anche estrapolata dalla totalità del gruppo, spesso andando anche contro le blasonate regole accademiche… C’è da dire che per questo lavoro sono state fatte anche molte ore di prova (non so come mi abbiano sopportato), ma questo ha permesso ad un gruppo così folto di eseguire un live in studio così come lo si sente nel disco, registrato “alla vecchia”.

 

Chi sono i chitarristi che più ti hanno influenzato? E gli arrangiatori?
Tra i chitarristi, quello che mi ha influenzato di più in assoluto è stato sicuramente il mio maestro Domenico Caliri. Poi, sicuramente J. Scofield, Marc Ribot, P. Metheny, K. Rosenwinkel, J. Lage, Jim Hall, ma anche J. Page, B.B. King, Muddy Waters… anche se, a dire la verità, ho sempre preferito studiare e trascrivere strumenti a fiato come i sassofonisti Jackie McLean, George Adamas o Art Pepper..
Per quanto riguarda i compositori C. Mingus, Ellington, George Russell ma anche Don Ellis, Butch Morris. Ascolto anche molto rock, blues, rock progressive, amo  Led Zeppelin, king Crimson, Gentle Giant, giusto per citarne alcuni.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Per un po’ vorrei lavorare con formazioni più contenute: duo, trio e quartetto. Mi piacerebbe prendere anche direzioni più sperimentali, elettroniche… vedremo!

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