Ultime News
Pianoforte complementare</br>Parla Michele Francesconi

Pianoforte complementare
Parla Michele Francesconi

In occasione dell’uscita del metodo per pianoforte dal titolo Pianoforte complementare in stile pop jazz (Volontè & Co., 2015) firmato dal pianista e didatta Michele Francesconi, abbiamo incontrato l’autore.

di Luciano Vanni

Come, quando e perché nasce l’idea di questo metodo?
Questo libro è frutto di vent’anni di attività didattica. Ho cominciato a insegnare presto, subito dopo il vecchio esame di ottavo anno, nelle scuole di musica moderna di Faenza, poi sono approdato alla Scuola Sarti, la scuola comunale dove tuttora insegno pianoforte jazz. Parallelamente, dal 2004 circa ho avuto la possibilità di lavorare in cinque diversi conservatori. Per me avere qualche schema nell’insegnamento rappresenta un aiuto, per cui, pur promuovendo costantemente la dimensione creativa del jazz, ho sentito la necessità di dare agli allievi delle direttive, soprattutto per non disperdere le energie durante le lezioni.

Il titolo è una dichiarazione d’intenti: qual è l’obiettivo didattico che ti sei posto?
Questo metodo non è da considerarsi come un manuale di solfeggio, teoria o armonia, e non insegna i rudimenti per la lettura della musica, anche se fa largo uso di esempi scritti. È pensato invece per un approccio da accompagnatore/arrangiatore/compositore, e da qui trae il titolo, Pianoforte complementare. Si distingue, perciò, dallo studio, vastissimo, rivolto alla sfera gestuale legata all’improvvisazione, a strutture come il blues e i rhythm changes o all’analisi del repertorio del jazz. Il libro si concentra sull’accompagnamento basilare delle pop ballad e sull’armonizzazione delle song, terreno nel quale è possibile, a mio giudizio, elaborare la materia armonica anche in maniera molto complessa, seppur con competenze tecniche assimilabili nell’arco di circa un triennio di studio.

img

Ci spieghi come è stato strutturato questo volume?
Il metodo è diviso in due parti. La prima presenta un’impostazione pianistica in cui il pianoforte è complementare alla linea melodica, e quindi risulta funzionale all’accompagnamento di brani pop del repertorio internazionale. La seconda mostra invece come suonare sia la linea melodica sia gli accordi, distribuendoli su entrambe le mani, e prende in esame il repertorio del Great American Songbook. Il sistema che ho voluto sviluppare si ispira a due criteri principali. In primo luogo, la praticità: l’intero metodo nasce dall’esperienza con i ragazzi e risponde alle loro esigenze, ai loro problemi sullo strumento. In secondo luogo, ho cercato di renderlo il più sintetico possibile, perchè credo che la sintesi sia una delle risorse più preziose da sfruttare nei processi di apprendimento.

Che cosa significa, per te, trasferire l’esperienza del suonare? Quanto, e soprattutto come, si può insegnare?
Si può insegnare tutto, intendendo l’insegnamento nel significato più nobile di trasmissione di un’esperienza. Credo che dipenda dalla chiarezza e dalla passione con le quali si attua questo meccanismo. Il jazz è un linguaggio vivo e contiene, nella sua essenza, un seme per così dire “rivoluzionario”, punta al superamento delle sue stesse regole. Credo che non possa essere insegnato cercando un’unica strada, un’unica verità, ma questo presupposto non deve escludere un tipo di analisi tecnica, storica e musicologica approfondita che è necessaria anche per capire la musica che ci circonda oggi.