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Piacenza Jazz Club. Intervista a Gianni Azzali

Piacenza Jazz Club. Intervista a Gianni Azzali

25 ottobre 2021

La maturità del Piacenza Jazz Club nei suoi diciotto anni di storia.

Intervistiamo il sassofonista Gianni Azzali, presidente e direttore artistico dell’associazione culturale Piacenza Jazz Club e insegnante della Milestone School of Music. Docente dalla pluriennale esperienza, ha insegnato flauto, sax, clarinetto, ear training, musica d’insieme e orchestra laboratorio, prima al Centro Musicale Tampa, poi all’Accademia della Musica di Piacenza. Diplomato in clarinetto, nel 2002 consegue a pieni voti il Diploma di Jazz al Conservatorio “A. Boito” di Parma. Dal 2003 è collaboratore esterno del Conservatorio “Giuseppe Nicolini” di Piacenza, insegnando ear training, armonia e composizione jazz.

di Andrea Parente

Raccontaci in breve la storia del Piacenza Jazz Club.
Il Piacenza Jazz Club è nato da un gruppo di musicisti appassionati di jazz, quasi per caso. Diciotto anni fa ricevo un sms – allora non c’era ancora WhatsApp – da un mio collega che mi manifesta la volontà di organizzare dei concerti di musica jazz a Piacenza. Io stavo partendo per Parigi nel tentativo di trovare lavoro all’estero; poi, nel giro di sei mesi sono rientrato in Italia e questa idea ha cominciato a farsi largo, trovando terreno fertile sia nel pubblico che in alcuni sponsor privati, insieme a una fondazione locale, la Fondazione di Piacenza e Vigevano, che è il nostro main sponsor. Abbiamo incominciato quest’avventura formando un’associazione culturale, che adesso è diventata Aps-Ets, una categoria dell’ente del terzo settore, e che ha avuto sin da subito più di duecento soci; ancora non avevamo una sede, e organizzavamo così concerti e piccole cose in giro per la città. Poi, nel 2007, c’è stata la svolta con l’ottenimento di una sede, attiva tuttora: il Milestone, uno spazio di circa quattrocento metri quadrati con una sala concerto piuttosto grande che riesce a ospitare circa cento persone e ha un palco attrezzato con pianoforte a coda, batteria e impianto di amplificazione americano. Dal 2007 in poi, i soci sono aumentati – ora siamo intorno ai settecento – e all’interno della sede si è costituita anche una scuola di musica. Questa è un po’ a grandi linee la storia del Piacenza Jazz Club.

Un’associazione cresciuta molto nel tempo.
È cresciuta parecchio perché comunque è stata gestita bene, soprattutto dal punto di vista della qualità: essendo musicisti, ci teniamo molto che l’ascolto e l’organizzazione siano perfetti. È importante gestire bene anche l’aspetto umano e logistico di un evento, per fare in modo che la musica arrivi al massimo. Un’altra caratteristica fondamentale è la promozione: investiamo un 25-30% del budget in promozione locale, regionale e nazionale.

Quali sono i valori perseguiti dall’associazione?
Essenzialmente, i valori della musica jazz: una musica che ha come sua caratteristica principale la contaminazione, l’attingere a varie culture. I valori che emergono sono quelli che hanno a che fare con l’inclusione, con la valorizzazione del diverso, aspetti che il jazz ha sempre considerato profondamente e che fanno parte del suo DNA. Oggi parlare di jazz significa parlare di musica inclusiva, che fondamentalmente non ha barriere. Quindi, già dall’anno scorso, abbiamo cominciato a utilizzare la promozione del festival per trasmettere un forte messaggio sociale: nella locandina del 2020, infatti, abbiamo utilizzato due mani – una bianca e una nera – che suonavano lo stesso pianoforte. Quest’anno ci siamo spinti un po’ più avanti con un abbraccio.

Un abbraccio in tempi di pandemia. Un messaggio molto forte.
Sì. Un abbraccio sorridente tra una persona di colore e una bianca, tra un uomo e una donna, entrambi senza mascherina, come augurio per il futuro. Questo è il messaggio che vuole racchiudere tutti i valori di cui ti parlavo prima.

Il festival principale dell’associazione, il “Piacenza Jazz Fest”, ha sempre aperto la stagione dei concerti. Quest’anno siete partiti direttamente con il “Summertime In Jazz”. È una scelta dettata dalla situazione pandemica?
Esattamente. Normalmente, il Piacenza Jazz Fest si è sempre svolto nel periodo invernale/primaverile, da fine febbraio agli inizi di aprile. Con lo stop improvviso e forzato dell’anno scorso, lo abbiamo rimandato al periodo autunnale, nei mesi di settembre/ottobre. Di conseguenza, quella che prima era l’appendice estiva del festival, adesso è diventato il prologo. Summertime In Jazz è una rassegna caratterizzata da una serie di concerti, associati a diverse degustazioni nelle cantine. Per quanto riguarda il nome, ci piaceva l’associazione tra uno degli standard più famosi del jazz e il periodo in cui si svolge la rassegna. Abbiamo cercato di coprire un pezzo di territorio piacentino che solitamente non era compreso all’interno del festival, il quale è abitualmente organizzato solo in città, concentrandoci sulla Val d’Arda e sulla Val Trebbia, cioè su Comuni che fanno fatica a svolgere attività culturali in quanto non dispongono di alti budget. Inoltre organizziamo la rassegna in location molto suggestive come Castell’Arquato, Vigoleno o Vernasca, che sono località medievali molto interessanti, soprattutto d’estate.

Una piena valorizzazione del territorio quindi.
Esatto. C’è da dire che il vino e il jazz hanno sempre avuto un rapporto molto stretto. Per quanto riguarda l’enologia, dalle nostre parti ci sono delle cantine storiche molto belle, con posti all’aperto decisamente attraenti, che abbiamo sfruttato per diversi concerti-degustazioni.

La pandemia vi ha fermato?
Sembra strano da dire, ma non ci siamo mai fermati. Come ti ho detto prima, l’anno scorso abbiamo organizzato proprio un reloaded, rimandando il festival a settembre/ottobre e concludendolo il 24 ottobre, così come è accaduto quest’anno; il 25 ottobre 2020 il governo ha chiuso i teatri. Insomma, ci è andata bene. Considera che l’estate scorsa c’era una tale voglia di stare all’aperto e di sentire musica dal vivo, che abbiamo avuto un riscontro anche superiore rispetto agli anni passati, sia dal punto di vista del pubblico che da quello dell’accoglienza da parte delle amministrazioni comunali. Uno stop forzato c’è stato esclusivamente per il club che gestiamo, il Milestone, che non ha potuto più svolgere attività e che è chiuso dal 20 febbraio 2020. Adesso però abbiamo ripreso con una serata dedicata al Capolinea, un omaggio allo storico locale di Milano, ed è stata la prima volta in cui abbiamo rivisto il pubblico al Milestone.

Che emozione ti ha dato il ritorno del pubblico?
Nonostante tutte le difficoltà del periodo (il distanziamento, la rilevazione della temperatura, la mascherina, il green pass, la capienza ridotta), è stato molto emozionante rivedere il pubblico al Milestone. C’è da dire che i musicisti presenti erano molto più emozionati di me, a causa dello stop feroce che hanno dovuto subire. Noi, organizzando tanti concerti, siamo sempre sul palco – si fa per dire – mentre loro non hanno avuto molte possibilità di esibirsi.

Che difficoltà hai dovuto affrontare e affronti tuttora?
Essenzialmente difficoltà logistiche legate alla capienza ridotta: questo fa sì che le esibizioni live si dividano in due set, per poter avere una bigliettazione che permetta di ospitare tutti. Ciò significa che i musicisti lavorano di più, anche se i set sono leggermente più corti della classica ora e mezza di concerto: ogni set dura cinquanta minuti (più il bis). Tra un set e l’altro, gli artisti cenano in camerino e noi sanifichiamo tutto l’ambiente, dalle poltrone ai bagni, apprestandoci ad accogliere il nuovo pubblico, con tutte le difficoltà che ci sono. Considerando le lunghe procedure per l’ingresso, si tratta comunque di un lavoro importante, soprattutto per i volontari.

Che clima si respira tra un set e l’altro?
Devo dire che il clima che creiamo è sempre molto bello: una caratteristica del nostro entourage è stata sin dall’inizio quella di essere innanzitutto amici, e poi appassionati e musicisti. Inoltre, ci siamo adattati celermente alle norme anti-Covid e ormai la macchina è oliata, dato che è il secondo anno che lavoriamo così. Ora, con la capienza tornata al cento per cento, tiriamo un sospiro di sollievo!

Il “Piacenza Jazz Fest” è incominciato il 18 settembre con la cantante francese Camille Bertault. A seguire, nomi del calibro di Franco D’Andrea (23/09) e Trilok Gurtu (26/09). Come sta procedendo?
Piuttosto bene. Ci sono un po’ di problemi legati alle misure anti-Covid, per cui ci sono persone che al chiuso non si sentono ancora a loro agio, altre che non hanno il green pass, e questo limita un po’ tutto. Però devo dire che la risposta del pubblico è sempre buona e la voglia di musica dal vivo è sempre presente. Quest’anno siamo riusciti ad ospitare sia artisti internazionali che nazionali. È importante proporre grandi nomi, come Trilok Gurtu, Billy Hart, John Scofield, ma è altrettanto fondamentale rivolgere l’attenzione al jazz italiano: Franco D’Andrea, Marco Colonna, il duo “Mingus World”, tutti artisti che rendono onore alla creatività italiana. Inoltre, abbiamo organizzato un evento speciale dedicato al cinema muto: sabato 2 e domenica 3 ottobre abbiamo ospitato Mauro Ottolini & Sousaphonix, che hanno musicato Inferno (1911) di Francesco Bertolini, il primo film nella storia del cinema con effetti speciali, e un omaggio a Buster Keaton grazie al film Seven Chances (1925), con musica dal vivo che ha animato le immagini.

Ci sono altri progetti da evidenziare?
Sì, quest’anno in programma c’è molta improvvisazione: ad esempio, la serata di martedì 28 settembre mi ha visto personalmente coinvolto come sassofonista nel Piccolo Museo della Poesia di San Cristoforo, insieme al percussionista Franco D’Auria e al poeta Massimo Silvotti, proponendo un’interazione estemporanea tra musica e poesia. Stessa cosa è successa con il teatro, con lo spettacolo Free (il 21 ottobre), un progetto che abbiamo realizzato con i TraAttori, un’associazione di teatro e improvvisazione. Anche qui c’è stata un’interazione incredibile tra musicisti e attori sul palco, senza un canovaccio, né un copione. Sono esperimenti molto interessanti che possono avere esiti anche incerti, ma questo è il bello, anche, del jazz, ovvero quello di non avere una rete di protezione per le cadute.

Interessanti questi esperimenti tra musica e teatro.
Assolutamente. La cosa interessante è che l’uno influenza l’altro, e viceversa: la storia narrativa può prendere una certa piega in base alla musica che c’è sotto, oppure la musica può cambiare perché la storia prende un’altra strada. Il tutto è tanto aleatorio, quanto interessante.

Sono presenti anche momenti conviviali?
Certo. Abbiamo programmato un jazz brunch all’Hotel Roma e uno in un locale che si chiama Dubliner’s Irish Pub. Due anni fa, prima del Covid, avevamo sperimentato anche la colazione jazz al Park Hotel di Piacenza, con un gruppo che suonava dalle 8 alle 10 del mattino con la colazione a buffet, non solo per gli ospiti dell’albergo, ma anche per un pubblico proveniente da fuori. L’idea è stata molto gradita.

Dalla programmazione si evince uno spazio importante dedicato ai musicisti nostrani. Come si pone l’associazione culturale Piacenza Jazz Club nei confronti dei giovani talenti del jazz italiano?
C’è sempre stata una particolare attenzione verso i giovani. L’esempio è l’istituzione del Concorso Nazionale “Chicco Bettinardi” per Nuovi Talenti del Jazz Italiano, dedicato all’amico e fondatore Chicco Bettinardi, purtroppo scomparso in un incidente stradale. È un concorso in cui noi investiamo tanto, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista delle energie. È partito come un concorso per solisti (sezione A), con una ritmica che accompagna; poi, data la richiesta di molti gruppi, si è aperta la sezione B, dedicata a loro. Infine, abbiamo aperto anche la sezione C, dedicata ai cantanti. Sono tre sezioni importanti con giurati prestigiosi come Tino Tracanna (sezione B), oppure Diana Torto (sezione C), o ancora Attilio Zanchi, Massimo Manzi Roberto Cipelli nella sezione A. Molti tra i vincitori e partecipanti sono adesso riconosciuti come nuovi talenti del jazz italiano, ad esempio Francesco Diodati, chitarrista che suona con Enrico Rava, o Enrico Zanisi, solo per citarne alcuni. Insomma, fin dal primo anno di attività del Piacenza Jazz Club, c’è sempre stato questo concorso, a dimostrazione che diamo – da sempre – visibilità ai giovani talenti del jazz italiano, sia attraverso la promozione dei risultati del concorso, sia dando la possibilità ai vincitori di suonare al festival successivo, aprendo i concerti dei cosiddetti “big” che vi partecipano. Sono previsti anche premi in denaro, ovviamente, ma vedo che ciò che più conta per i ragazzi è la possibilità di poter essere inseriti in un cartellone nazionale, cominciando ad avere visibilità e a costruirsi un curriculum.

Come si pone l’associazione nei confronti del sociale?
Già da alcuni anni l’aspetto del “welfare” è diventato molto importante per noi. Secondo il nostro modo di vedere, un festival non può avere solamente un cartellone di grandi nomi; abbiamo sempre pensato di iniziare la manifestazione dalla piazza principale di Piacenza, Piazza Cavalli. Da un paio d’anni a questa parte non lo facciamo più, ma organizziamo un gazebo durante la giornata del sabato, nelle quattro settimane prima del festival, dove si possono ottenere informazioni e acquistare i biglietti in prevendita, il tutto favorito dalla presenza di musicisti. Il messaggio è chiaro: si può usufruire del jazz in qualsiasi posto, non solo a teatro. Inoltre, cerchiamo di far capire che il jazz è per tutti, e può anche essere molto divertente.

Quanto è importante portare la “cultura del jazz” nelle scuole?
Portare il jazz nelle scuole è sicuramente molto importante. Abbiamo cominciato ad essere presenti nelle classi e, soprattutto, nelle aule magne, proponendo delle “lezioni-concerto”: si suona e ci si diverte, marcando il lato leggero e umoristico dell’iniziativa. Per le scuole abbiamo intrapreso anche delle iniziative dedicate alle elementari, con racconti e fiabe a tema jazz, pubblicate da Curcio Editore.

Ci sono altri luoghi dove avete portato il jazz?
Innanzitutto, in ospedale. Da un’idea dell’associazione “Donatori di musica”, che opera soprattutto nei reparti di oncologia, abbiamo creato con l’ASL di Piacenza una zona dell’ospedale in cui c’è un pianoforte fisso e un impianto di amplificazione. Durante il festival, abbiamo portato la musica – dalle 14 alle 15 del pomeriggio – come regalo a chi è ricoverato, ed è stata un’esperienza molto forte e bella. Un’esperienza altrettanto intensa è anche quella nel carcere delle Novate, dove è da dieci anni che organizziamo un concerto. Qui le difficoltà sono maggiori, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione: alcune volte abbiamo realizzato i concerti all’interno della palestra, altre volte nella cappella. Ultimamente stiamo organizzando anche degli eventi itineranti: una band dixieland che gira e suona nelle varie sezioni del carcere, il tutto nella massima sicurezza possibile. Devo dire che chi non conosce l’ambiente carcerario non può rendersi conto di quanto sia importante fare queste cose. Anche nelle case protette – chiamate “ospizi” – portiamo il jazz tradizionale: una musica che rappresenta un passepartout un po’ per tutto. Ovviamente quest’anno non è stato possibile attivare le donazioni in ospedale e nemmeno nelle case protette, a causa dell’impossibilità organizzativa dettata dalla situazione pandemica.

Altre iniziative di questo genere?
Un’altra iniziativa interessante è “Jazz Bus”, realizzata in collaborazione con SETA (la ditta che si occupa del trasporto pubblico a Piacenza), per cui ci sono alcune linee che ospitano un quintetto di jazz tradizionale che suona di pullman in pullman sulle linee concordate con la ditta. Poi ci sono le “Incursioni Jazz”, in cui c’è una band che fa delle “improvvisate” in città, in qualsiasi posto gli venga in mente di farle (uffici, centri commerciali, scuole, negozi, etc.), con lo scopo di far avvicinare al jazz ogni tipo di cittadino presente sul territorio.

Come reagisce la comunità a questo genere di iniziative?
Molto, molto bene. Abbiamo però registrato anche dei negozi che ci hanno chiesto di uscire dal progetto, ma questo fa parte poi della sensibilità delle persone, che non sempre coincide tra di loro. Con le “incursioni” infatti siamo sempre pronti a tutto, ma di solito la gente apprezza molto la nostra iniziativa. Il problema, in Italia, è che la musica jazz, soprattutto dal vivo, è poco ascoltata. Quando proponi una band con i fiati (tromba, sassofono, clarinetto), trovi un pubblico che non è per nulla abituato a queste sonorità, e ciò desta sorpresa, piacere e, a volte, anche spavento. Queste iniziative sono orientate a educare tutta la comunità all’ascolto.

Ti occupi anche di approfondimenti sul jazz e la sua storia?
Certo. Gli approfondimenti rappresentano una parte importante della programmazione. Quest’anno c’è stata la presentazione del libro su Franco D’Andrea (Franco D’Andrea. Un ritratto), poi quella di Flavio Massarutto sul fumetto (Il jazz dentro. Storia e cultura nel fumetto a ritmo di jazz). In più abbiamo organizzato incontri con musicologi importantissimi, quali Marcello Piras e Stefano Zenni, e con il musicista Maurizio Giammarco. Abbiamo realizzato inoltre lo “Speciale Capolinea” sul docufilm di Marianna Cattaneo Al Capolinea – Quando a Milano c’era il jazz”, con il concerto del quartetto di Andrea Ferrario. Poi realizzeremo un altro speciale su Ornette Coleman con i ragazzi di Siena Jazz che gli dedicheranno un concerto; a seguire, il docufilm Ornette: Made in America, con i sottotitoli in italiano. Insomma, cerchiamo di organizzare un festival articolato nelle sue varie sezioni: dal cinema al teatro, dalla poesia ai filmati di approfondimento, dai jazz brunch ai concerti nelle scuole e nelle carceri.

Ho notato che ti muovi molto nel sociale e cerchi di coinvolgere parecchio la comunità. Quanto è importante per un musicista riuscire a coinvolgere il pubblico?
È fondamentale. Una cosa che ho notato negli anni, e personalmente quando suono, è che se coinvolgi il pubblico, anche solo parlando, succede qualcosa di importante. Quando i musicisti fanno così, la gente esce dalle sale con il sorriso, soddisfatta per la vera partecipazione all’evento. Se non si crea empatia con il pubblico, si rischia di creare l’ambiente di uno studio di registrazione: suoni il brano e finisce lì, il pubblico applaude ma non viene coinvolto. Bisogna evitare di organizzare un concerto come se fosse una messa: un evento ha bisogno di un’interazione attiva tra il pubblico e i musicisti, in linea con i valori del jazz.

Che progetti hai per il futuro?
Mi hai posto una domanda a cui è difficile rispondere. In queste condizioni, fare progetti per il futuro è quasi impossibile. Ti devo rispondere che al momento non ce l’ho, se non quello di resistere alla situazione pandemica e continuare a organizzare un festival più articolato e diffuso possibile. Ho sempre avuto tante idee nel cassetto, ma in questo momento è dura concretizzarle.

INFO

www.piacenzajazzclub.it

 

 

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