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“NY Jazz Stories”: immagini che sanno parlare. Intervista ad Andrea Boccalini

“NY Jazz Stories”: immagini che sanno parlare. Intervista ad Andrea Boccalini

20 gennaio 2022

In occasione della mostra fotografica “NY Jazz Stories”, allestita a Roma all’interno degli spazi industriali delle Officine Fotografiche alla fine del 2021, abbiamo intervistato l’autore delle opere esposte, Andrea Boccalini, eletto dai “readers pool” di Jazzit “miglior fotografo jazz italiano” per sei anni consecutivi nell’ambito dei Jazzit Awards, il quale, grazie alle tante collaborazioni illustri che hanno segnato il suo cammino professionale, viene considerato uno dei fotografi di jazz più stimati e apprezzati nel mondo.

a cura di Andrea Parente

Raccontaci in breve la tua storia. Come nasce la tua passione per la fotografia?
La mia passione nasce da piccolo, mio padre era un appassionato di fotografia, quindi sono cresciuto giocando con le macchine fotografiche e guardando immagini. Poi, dopo uno stop dovuto a una serie di motivi lunghi e noiosi da raccontare, ma riassumibili con la confusione che si può avere su ciò che si vuole fare della propria vita, ho interrotto questo percorso per quasi dieci anni fino al raggiungimento del ventinovesimo anno di età. A quel punto la passione si è riaccesa e mi sono lanciato, trovandomi costretto per questioni anagrafiche a bruciare le tappe. Sono stato fortunato ad esserci riuscito.

Hai iniziato la tua attività da professionista con i reportage, lavorando per diversi progetti in Guatemala. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Sicuramente mi ha lasciato un grande patrimonio di esperienze umane incredibili, che mi porto ancora dentro.

Qual è stato il tuo primo incontro con il jazz? Come si è evoluta questa passione?
Il mio primo incontro con il jazz è stato piuttosto casuale, realizzavo fotografie di scena per il cinema e il teatro e mi ritrovai per caso ad accompagnare a un concerto un amico che scriveva recensioni musicali per un quotidiano locale. Sono stato subito travolto da quel mondo e ho trovato il jazz affine alla mia maniera istintiva di fotografare. Ho capito così immediatamente che il mio modo di scattare le fotografie assecondava la musica, c’era intesa. Poi mi ritrovai coinvolto nel Terni Jazz Festival, il cui direttore artistico, Luciano Vanni, mi diede l’opportunità di seguire gli eventi e di pubblicare le mie foto sulla rivista che dirigeva, Jazzit. Fu una sorta di battesimo che mi fece entrare ufficialmente nel mondo del jazz. Poi un altro importante incontro fu quello con i promoter Enrico Iubatti e Isio Saba, che mi consentirono di seguire alcuni dei loro artisti più importanti, e questo fece da innesco per una serie di collaborazioni molto prestigiose.

Nel 2021 hai organizzato a Roma alle Officine Fotografiche la tua mostra fotografica “NY Jazz Stories”. Cosa ci dici al riguardo?
È un progetto che nasce dalla mia parentesi a New York, durata circa due anni, una città che ho raggiunto grazie al jazz e che ho deciso di raccontare attraverso il jazz stesso, che a mio avviso rimane la sua colonna sonora ufficiale, il ritmo di NY è il ritmo del jazz. Il progetto partì in seguito a una commissione da parte della rivista Rolling Stone, ma poi decisi di proseguirlo e nacque così un mosaico molto complesso e variegato di storie e maniere di vivere il jazz nella Grande Mela, fuori e dentro i circuiti dei jazz club più famosi, ma anche nelle strade.

Come ha reagito il pubblico? Ha soddisfatto le tue aspettative? Ha colto il tuo messaggio?
La mostra è andata benissimo, ci sono state centinaia di persone a visitarla e l’affluenza di pubblico è andata al di là di ogni più rosea aspettativa, merito in buona parte anche del bellissimo allestimento curato da Emilio D’Itri e dall’ottimo lavoro svolto da tutto lo staff di Officine Fotografiche. Insomma, dopo il successo ottenuto a Padova, dove la mostra è stata esposta per la prima volta grazie a Silvia Bazza, è stato emozionante vederla apprezzata anche a Roma in una nuova veste curata da Emilio.

Che emozioni hai provato nei due anni passati a New York? Qual è stato l’incontro che ti ha segnato maggiormente?
A NY ho trascorso due anni, e sono stati anni intensi, fondamentali per il mio percorso umano e artistico. Fotografare il jazz nella sua capitale mondiale, essere apprezzato come fotografo nel luogo dove si gioca la serie A di questo genere musicale è stato straordinario. New York è una città che, a prescindere da quale età ci si arrivi, rappresenta comunque un momento di crescita, soprattutto se ti occupi di un lavoro che ha a che fare con la creatività. Per certi aspetti è una città dura, veloce, stancante, ma anche uno stimolo continuo a crescere e a non fermarsi mai.

Hai collaborato con i più grandi musicisti del panorama jazzistico nazionale e internazionale. C’è un aspetto che accomuna tutti questi artisti, oppure ognuno presenta un mondo a sé stante?
Parafrasando Tolstoj mi verrebbe da dire che tutti i grandi artisti si somigliano, ma ognuno è geniale a modo suo. Nel senso che spesso i grandi artisti sono anche persone straordinarie, in pace con il mondo, che non hanno bisogno di atteggiarsi quando stanno fuori dal palco, in quanto la loro grandezza la dimostrano suonando. Quindi, oltre a grandi incontri artistici, si è trattato spesso anche di grandi incontri umani.

Qual è stata l’esperienza che ricordi con più entusiasmo?
Sono tante… Per esempio mi ricordo quando in un momento difficile Massimo Nunzi, senza che ci conoscessimo, mi scrisse per intervistarmi per la sua rubrica “La fanfara frenetica” su Linkiesta, fu una grande iniezione di fiducia. Ricordo inoltre quando scattai un ritratto a Sonny Rollins, mi fece entrare in camerino dopo un concerto mentre si rilassava suonando il pianoforte. Avevo lo stomaco chiuso dall’emozione, stavo per ritrarre un gigante come lui e mentre ci preparavamo stavo lì seduto ad ascoltarlo come se suonasse il piano per me. Mi offrì un frutto, che ovviamente non mi andava, ma che non riuscii a rifiutare, fu la mela più buona e incredibile che abbia mai mangiato. Ma gli aneddoti sono davvero tanti: ripenso alle tournée con Horacio “El Negro” Hernández e Giovanni Hidalgo, o quelle con Roy Hargrove, piene di storie e di racconti. Oppure quando scattai una foto a un anziano musicista di strada che suonava su una panchina a Tompkins Square. Scoprii poi che fosse Giuseppi Logan, uno dei padri del free jazz, scomparso dalle scene alimentando il suo mito. Oppure la session che feci con Jon Batiste in giro per NY, cazzeggiando e improvvisando. Oggi Jon è il secondo musicista di colore della storia ad aver vinto un Oscar, ed è candidato in tutte le undici più importanti categorie dei Grammy.

Sei stato eletto diverse volte ai Jazzit Awards “miglior fotografo di jazz italiano”. Come vivi questa nomina? Come una responsabilità, oppure come uno sprone a fare sempre meglio?
Indubbiamente come uno sprone, e sicuramente rappresenta per me una grande soddisfazione, anche perché è sempre avvenuta in maniera spontanea senza che chiedessi mai un voto o svolgessi attività che non fossero quelle di scattare foto per ottenere questo straordinario riconoscimento.

Da dove prendi l’ispirazione per le tue foto? Hai qualche segreto da svelarci?
Conoscere la tecnica e seguire il proprio istinto, innamorarsi ed essere curiosi di conoscere ciò che si fotografa, innanzitutto ricordarsi che fotografare è un’esperienza umana, prima ancora che artistica e fotografica.

La pandemia ha drammaticamente fermato tutto il settore artistico. Come hai reagito a tale situazione?
Per molti artisti e colleghi è stato un duro colpo, non solo economico ma anche psicologico, io ho avuto il privilegio di uscire abbastanza bene da questa situazione, ma mi rendo conto che, laddove non ci ha colpito direttamente, ci ha reso sicuramente più fragili.

Quali sono le sfide che hai dovuto affrontare e che affronti tuttora?
Le sfide più difficili sono quelle che ti trovi ad affrontare soprattutto all’inizio, quando prendi le botte, quando ricevi delusioni, ed è solo la grandissima passione che hai dentro a farti andare avanti, occorre credere davvero in ciò che si fa. La sfida più grande è stata quella contro me stesso, contro le mie insicurezze e le mie paure, soprattutto quella di sentirmi sempre inadeguato e mai all’altezza di ciò che mi stava accadendo. Una sfida che non si vincerà mai del tutto e l’unica soluzione è trasformare la paura e l’insicurezza da nemiche in alleate, per poter crescere e migliorare grazie a loro.

Che progetti hai per il futuro?
Nella mia vita ora è entrata la passione per il video, che mi sta dando anche qualche piccola soddisfazione, anche perché ho avuto la fortuna di avvicinarmi ad esso grazie a un maestro come Alex Brambilla. Fotograficamente abbiamo in cantiere un progetto su Roma molto originale, che realizzeremo insieme a Graziano Panfili e Giuseppe Chiantera e che al momento è in stand by. Inoltre ho ripreso a fotografare il jazz grazie a Eugenio Rubei, che mi ha coinvolto per un progetto all’Alexanderplatz. Adoro fotografare nei club, e probabilmente non sarei potuto tornare a fotografare jazz dal vivo se non ripartendo da qui, dove ritrovo quella libertà di movimento e quella dimensione creativa che spesso sotto i palchi viene limitata da una prospettiva obbligata per ovvie ragioni.

INFO

www.andreaboccalini.it

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