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“Nerovivo”, un viaggio emotivo nei sentimenti attraverso le relazioni e i ricordi. Intervista a Evita Polidoro

“Nerovivo”, un viaggio emotivo nei sentimenti attraverso le relazioni e i ricordi. Intervista a Evita Polidoro

3 giugno 2024

Se vi è rimasto qualche spicciolo di curiosità e avete voglia di scoprire qualcosa di veramente originale, potete tranquillamente convergere su “Nerovivo”, l’album prodotto da Tǔk Music e firmato da Evita Polidoro, nome in rapida ascesa nella nostra comunità, in cui la batterista e cantante vola in alto, molto in alto, senza consentirci di fissare con certezza le sue coordinate di nuovi orizzonti, in questo caso condivisi con i chitarristi Davide Strangio e Nicolò Faraglia, e l’ulteriore supporto ai sinth di Ruggero Fornari e Stefano Bechini: «Si tratta – ribadisce Evita – di un capitolo per me molto importante. Sono accompagnata da due musicisti che non esito a definire straordinariamente originali, che mi sono stati al fianco sin dalle prime battute di un qualcosa che ha poi raggiunto lo spessore e l’identità attuale strada facendo».

a cura di Vittorio Pio

Mi sembra che ti piaccia proprio il dialogo fra l’elettronica e il jazz: ritieni che possa essere il tipo di musica che manifesti al meglio il nostro tempo?
Ormai la contaminazione tra generi è veramente molto grande e l’utilizzo dell’elettronica è ovunque. Alcune volte mi sembra che tutto questo sia solamente dettato dal seguire i gusti della massa, le mode del momento e non per una vera e propria scelta personale e viscerale, o perché ascolti musicali sinceri e quotidiani abbiano portato il jazz all’inserimento in un contesto diverso. Fatico a definire la mia musica jazz, sinceramente fatico proprio a darle un nome, un titolo, in generale: è un mix di tutto quello che ascolto, dal noise più totale alla musica classica, passando per il post punk e il pop d’autore.

E invece come si è realizzato l’incontro con un produttore attento e generoso come Paolo Fresu? Che tipo di rapporto avete instaurato?
Paolo ha assistito al nostro concerto all’interno del suo festival Time In Jazz. Ho un ricordo indelebile di quel mattino passato in mezzo alle campagne sarde a suonare davanti alla minuscola Chiesa di Tula. Da quel momento ha preso a cuore il progetto e mi ha proposto di far uscire il disco “Nerovivo” per la sua etichetta Tǔk Music. Non ha collaborato alla produzione, si è fidato. Abbiamo registrato al Cicaleto Recording Studio di Francesco Ponticelli insieme al mitico Stefano Bechini e il disco è poi uscito un annetto dopo. Ringrazio sempre Paolo e Luca Devito per aver deciso di inserire nel loro roster un disco “diverso” che, a dire il vero, umilmente parlando e con zero aspettative, sta andando piuttosto bene! Sono davvero molto felice.

Hai scoperto prima il canto o la batteria nel tuo percorso di crescita, in cui avrai fissato i tuoi riferimenti musicali…
Prima di ogni altra cosa è arrivato il pianoforte: ho iniziato a suonarlo all’asilo. Ho avuto la fortuna gigante di essere nata in una famiglia di amanti della musica, riusciti poi a renderla il loro mestiere effettivo. Quando ci siamo trasferiti sul Lago Maggiore abbiamo aperto un piccolo bar e mia madre ha iniziato a dare lezioni di canto, poi tutto si è ingrandito: lei e mio padre organizzavano spettacoli estivi per tutte le età nella piccola corte del locale. Da lì ho iniziato a fare veramente di tutto, anche grazie a mio padre (mi piace chiamarlo il Claudio Bisio del Lago Maggiore): batterista per hobby e showgirl a 360 gradi. Ho cantato, recitato, ballato, suonato. La batteria è entrata a far parte della mia vita molto naturalmente, non ci sono mai state imposizioni né obblighi da parte dei miei genitori. È semplicemente successo! Poi negli anni, alla soglia del mio esame di pianoforte al quinto anno di conservatorio, mi sono arresa e ho deciso che avrei continuato per davvero solo con la batteria. A quattordici anni ho fatto la scelta che sarebbe diventata la mia strada e il mio lavoro presente e futuro!

Hai pensato subito al jazz? Non ti è venuto in mente che ci potesse essere qualcos’altro nella musica che ti avrebbe permesso di guadagnare qualche soldino in più o comunque di fare meno sacrifici?
Il jazz è arrivato dopo, alla fine delle superiori, un po’ per caso. Ai tempi studiavo con Riccardo Chiaberta da un anno o poco più, ero rimasta affascinata dal suo modo di suonare e volevo capire un po’ come funzionasse il linguaggio jazzistico, per me totalmente nuovo. Io arrivo dal rock, dall’indie, dal grunge, insomma da dinamiche forti! Avevo delle band sul Lago Maggiore. Con i Rumor abbiamo partecipato a Sanremo Giovani nel 2016. È la mia band del cuore, per sempre. Tanti sogni e chilometri fatti insieme. Poi le nostre strade si sono divise, per scelta mia: è stata la fine di una vera e propria relazione. Abbiamo preso direzioni diverse poiché Riccardo aveva iniziato a parlarmi di Siena Jazz, dove avrei potuto intraprendere un percorso accademico universitario. La scelta migliore che potessi fare in quel momento della mia vita! Gli anni più belli di sempre, me li sono proprio vissuti e goduti tutti. All’inizio facevo avanti e indietro, poi ho compiuto il grande salto e mi sono trasferita in Toscana. L’insegnamento è sempre stato un tarlo presente nella mia testa, ma non penso di essere adatta, né mi fa impazzire l’idea di praticarlo. In passato ho insegnato nella piccola scuola, associazione di musica dei miei genitori, fondata in nome di mia madre, purtroppo venuta a mancare nel 2015. Ho sempre ricevuto un enorme appoggio da parte loro, che mi hanno permesso di inseguire i miei sogni, nonostante i sacrifici e le difficoltà di chi decide di fare questo mestiere (il più bello del mondo).

Sei certamente dotata di una mente aperta e curiosa, di conseguenza ti sei dimostrata anche duttile verso altri generi e situazioni, difatti hai collaborato con due personaggi molto diversi come Dee Dee Bridgewater e Francesca Michielin: cosa concorre a formare il tuo interesse a collaborare e com’è andata con loro?
Mi piace proprio tenere il piede in più scarpe, essere versatile al cento per cento, poiché anche i miei ascolti sono, come già detto sopra, estremamente disparati. È andata molto bene con entrambe. Con Dee Dee ormai collaboro da tre anni, poi negli ultimi tempi il nostro rapporto e i concerti si sono decisamente intensificati. È una donna pazzesca e sono felice di condividere con lei questa parte della mia vita. L’incontro con Francesca è stato molto inaspettato! Vabbè anche con Dee Dee lo era stato: cado sempre dal pero, cerco di non farmi mai travolgere da sogni e aspettative. Comunque dicevo… con Francesca è stato molto bello, era da anni che non suonavo a click, con sequenze, un repertorio pop. Un altro mondo, un po’ mi mancava! All’inizio non è stato facile rientrare in quel linguaggio, ero parecchio arrugginita! Una gran bella esperienza, ho dei bei ricordi, sia del tour invernale che di quello estivo. In futuro si vedrà, chi lo sa!

Attraverso quali step si realizza il tuo processo compositivo?
Parto sempre prima dalla composizione musicale, il testo, se presente, viene in un secondo momento. Mi metto alla chitarra a strimpellare (molto male), o al pianoforte, oppure al computer su Ableton, anche se sono ancora ai primi step. Da un po’ di tempo sto utilizzando il computer molto più spesso! I testi invece sono strettamente legati a momenti di vita vissuti, a storie e fatti reali, con dediche a persone specifiche o a me stessa.

Negli anni passati si è molto parlato di uno specifico jazz italiano: secondo te è ancora individuabile?
Non posso rispondere con veridicità a questa domanda, proprio non me la sento. Mi ritengo abbastanza ignorante in materia! Mi permetto solamente di dire che la firma di alcuni grandi artisti si sente e l’identità è molto forte. Risulterei pedante se riaprissi il discorso sulle mode ecc, ma è difficile sentire qualcosa di nuovo al giorno d’oggi. Passo e chiudo.

Chi sta facendo delle altre cose interessanti fra i musicisti della tua generazione?
Tantissimi amici e sono super felice! Persone e anime che hanno tanto da dire e che scrivono musica bella, sincera e viscerale. Uno dei miei preferiti è sicuramente Andrea Bambini, poi ci sono i fratelli (anche miei, ma purtroppo non di sangue) Miriam e Ruggero Fornari, Elisabetta Pasquale aka Orelle, Nicholas Remondino, Francesco Panconesi, Emma Nolde, Daniela Pes. Vabbè, la lista è lunga! C’è fermento e tanta voglia di fare, di costruire. Per me linfa vitale, sempre!

INFO

www.facebook.com/evita.polidoro

 

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