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Mistaken standards: intervista a Enzo Rocco

Mistaken standards: intervista a Enzo Rocco

17 dicembre 2019

Si intitola “Mistaken Standards” il nuovo progetto di Enzo Rocco

Si intitola “Mistaken Standards” il nuovo progetto di Enzo Rocco: una pagina Soundcloud (clicca qui!) in cui presenta – riarrangiati alla sua maniera – celebri standard, accompagnato da Tito Mangialajo e Ferdinando Faraò. L’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Ci racconti il tuo incontro con il jazz? E perché proprio la chitarra? Quali sono i musicisti che ti hanno ispirato di più?
Per cominciare dal principio, non è che i miei genitori non avessero tentato di darmi una educazione musicale “formale” attraverso delle regolari lezioni di pianoforte. A casa fin da piccolo ascoltavo affascinato l’opera – padre e madre verdiani convinti, giradischi perennemente in azione – e qualche cosa di sinfonico, soprattutto Beethoven che ricordo bene mi divertivo a “dirigere” in piedi sul tavolino del salotto. Normale quindi che alle elementari i miei mi iscrivessero al corso di pianoforte – una monaca veniva una volta alla settimana – , complice il fatto che per i fatti miei col ditino trovavo a orecchio qualche specie di melodia sul pianoforte campeggiante a scuola. La monaca però mi torturava con il solfeggio e con delle canzoncine che immagino mi lasciassero freddo, perché poco durò l’esperienza e non volli più sapere di lezioni. Tuttavia, su un piano mezzo scassato a casa, continuavo a trovare a orecchio le melodie delle canzoni che ascoltavo alla radio (no, Beethoven decisamente non mi veniva): con la mano destra, praticamente senza mai suonare gli accordi.

Fu dopo un bel po’, a 14 anni, che vidi pressoché per caso una chitarra in un negozio e semplicemente decisi di provare. Senza maestri, con la sola guida di un libretto “Chitarristi in 24 ore” fornitomi con l’orribile chitarra classica con le corde in acciaio.

A quell’età ricordo che non mi interessava minimamente la musica pop, tanto meno il rock, che piaceva invece tanto ai miei amici. Mi sentivo obbligato a imparare le canzoni perché era l’unica cosa che pensavo si potesse fare con la chitarra. Voglio dire: non sapevo nulla del rock e non potevo certo suonare la Traviata sulla chitarra. Le canzoni pop o dei cantautori erano allora l’ideale per imparare a fare gli accordi. Questo finché non mi innamorai follemente della musica popolare italiana, specie di quella del meridione d’Italia da cui proveniva la mia famiglia: era periodo del folk revival, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, di Eugenio Bennato e tutto il resto. L’epoca di “Ciao 2001” e dei libri del “Pane e le rose”, per chi se li ricordi.

A 16 anni ero un esperto di musica folk, però avevo anche cominciato ad ascoltare qualche gruppo italiano che mischiava in qualche modo folk, rock e jazz, su tutti gli Area, il Canzoniere del Lazio e Napoli Centrale. Niente Genesis, King Crimson, Soft Machine, altro di non italico: nulla di nulla, conscia ignoranza e orgoglioso disinteresse. Continuavo a non potere sopportare troppo il rock che i miei amici mi propinavano, però capivo istintivamente e apprezzavo il blues, soprattutto quello “rurale”. Penso succedesse semplicemente perché consideravo il vecchio blues per quello che era: una sincera, onesta forma di musica popolare.

Per farla breve fu tramite il jazz/rock/folk e quel pochino di blues che arrivai a incuriosirmi per il jazz. Per la parola, prima che per la musica, finché un giorno non incappai per caso in edicola dei primi strombazzati numeri della rivista “Musica Jazz”, passata a un nuovo editore e soprattutto venduta con un lp allegato. I primi tre dischi di jazz che possedetti e ascoltai furono “Coltranology vol.1” (con Dolphy!), “Blasé” di Archie Shepp e un live di Monk: shocking!

Mi misi presto alla ricerca di qualche chitarrista, ma rimanevo regolarmente deluso: nessuno aveva la stessa energia di Dolphy e di Charlie Rouse; solo più tardi ho cominciato ad apprezzare – non ad amare eccessivamente, ma ad apprezzare molto – Kessel, Montogomery, Farlow e soprattutto René Thomas: questi erano i chitarristi che ogni tanto “tolleravo” e che ho cercato evidentemente in qualche modo di imitare. Ma – molto importante – non bisogna dimenticare che dalle mie parti, Cremona e provincia, per molti anni vi fu un grande festival che proponeva musica classica, contemporanea, folk e jazz. Del jazz si occupava Filippo Bianchi che mi permise, imberbe, di ascoltare Braxton, Shepp, Mengelberg e Bennink e il resto della “scena creativa” europea. Ero totalmente affascinato e crebbi per alcuni mesi credendo che quella fosse la sola forma possibile di jazz. L’unico che non mi andava a genio era Derek Bailey: gettai letteralmente via “Improvisations for cello and guitar” con Dave Holland, salvo ricomprarmelo un paio di anni fa su ebay a un prezzo improbabile.

Perché questo titolo, “Mistaken standards”?
Ovviamente perché, nonostante abbia cominciato la mia “carriera” tanti anni fa suonando gli standard, non ho mai imparato a suonarli. Da ragazzo, dopo il bagno nelle musiche di cui ho detto, ho dovuto cercare di imparare a “girare sugli accordi”: quello era “imparare il jazz”. Suonicchiavo – dopo parecchi tentativi fallimentari con amici aspiranti musici – a tarda notte in qualche localetto milanese azzardando un blues complice il tasso alcolico e la stanchezza degli astanti. Poi sono riuscito a migliorare un po’ e ho suonato pure in qualche gruppo più o meno improvvisato di musicisti milanesi “veri”. Ma sempre con qualche sbaglio suonavo, c’era poco da fare. Qualcuno diceva che non ero proprio padrone della tecnica, e aveva ragione. Qualcuno diceva che dovevo lavorarci sopra, sugli sbagli, per farli diventare “cose giuste” e trovare il mio stile. Ci ho provato e riprovato finché ho capito che era inutile adattare gli sbagli agli standard, era meglio fare una musica “di sbagli” che con gli standard non c’entrasse. E che soprattutto recuperasse – consciamente o meno – le influenze che mi portavo dentro fin da piccolo: l’opera, la musica popolare, il “neaples power”, il free dei primi dischi ascoltati. Una volta deciso per gioco di provare a risuonare qualche standard trent’anni dopo, come si poteva pretendere che uscissero “giusti”?

Come li hai concepiti, sviluppati e registrati?
Non sono certo interpretazioni sconvolgenti, le mie, per carità. Sono pezzi famosi suonati a volte rispettando il giro armonico, a volte no, a volte lasciandosi andare al flusso di coscienza. Certamente l’ispirazione per l’improvvisazione è data dalla melodia, altrimenti non si capirebbe la scelta di un tema piuttosto che di un altro. Ma per esempio, l’armonia a volte non viene troppo rispettata, altre non viene proprio tenuta in considerazione, lasciandosi andare a una specie di improvvisazione tematica. Direi che la chiave è stata questa, ho trovato volta per volta lo spunto che poteva servirmi per improvvisare sul brano di turno, ma senza pensarci troppo, sempre e solo un attimo prima di registrare il pezzo. Con Ferdinando e Tito non si è veramente parlato di come suonare i pezzi, è stata una cosa “di pancia”, basata sul reciproco ascolto e su qualche rara indicazione di atmosfera.

L’idea di tornare a suonare qualche standard è stata dettata forse dalla nostalgia. Nostalgia per certi autori, per certi brani imparati (parola grossa) da giovane, ma anche per le persone. Con Tito non ci si vedeva da tempo pur conoscendosi da tanti anni; con Ferdinando ci si è invece spesso incrociati, ma sempre suonando in progetti (termine idiota) altrui. E poi si dice che invecchiando tutti tornano alle cose classiche. Di me stesso devo dire che non ne sono così sicuro, però mi sono molto divertito e tanto basta.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? 
Riprendere, se possibile, a suonare dal vivo dopo un periodo di forzosamente scarsa attività. Soprattutto col mio trio con Simone Mauri e Davide Bussoleni. E naturalmente mi entusiasma sempre, dopo più di 20 anni, sapere di un qualche appuntamento con Carlo Actis Dato da qualche parte del mondo. Però nel frattempo cerco di inventarmi cose nuove, nuovi incontri. Ne vorrei e dovrei avere in Giappone, per esempio. Poi ho in elaborazione permanente un mio solo di chitarra che presento a volte in concerto e che mi piacerebbe registrare. Un paio poi di grosse (nel senso di impegnative) cose sono in cantiere col giovane pianista Francesco Orio – esordiremo in marzo a Oslo con un programma tutto speciale – e di nuovo con Ferdinando Faraò: se ne parlerà a tempo debito, è ora presto per farlo, ma già un po’ mi tremano i polsi.

© Jazzit 2019