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Marco Colonna
Anelito e constatazione
Jazz Life

Marco Colonna</br>Anelito e constatazione</br>Jazz Life

Nome e cognome Marco Colonna
Luogo e data di nascita Roma, 21 dicembre 1978
Strumento Clarinetto, compositore, improvvisatore
Web  marcocolonna.blogspot.it

di Luciano Vanni

Quali caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale? Cosa distingue il tuo lavoro dagli altri?
Direi l’estrema versatilità e la non dipendenza da strutture fisse. Di contro l’assoluta irrilevanza dei sostegni di cui gode un lavoratore dipendente. Se mi ammalo non lavoro, e il mio lavoro oramai consiste in moltissime funzioni. La prima e assolutamente irrinunciabile è quella dello studio quotidiano, della ricerca e della promozione. Lavori che non possono essere retribuiti ma che comunque impegnano una parte notevole della mia vita professionale.

Com’è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Faccio il musicista professionista dal 1998. Come musicista di fila, in compagnia di teatro, sui palchi della world music, nelle hall per la musica contemporanea, nelle università e nei festival di jazz. È dura perché si parte spesso, si sta fuori casa e non si ha una routine, e spesso le esigenze con la propria famiglia divergono. Ma dopo anni di lavoro, comincia a essere più semplice far passare il proprio lavoro, interagire con strutture migliori e vivere in contesti più adeguati. Il lavoro cambia perché cambiano le abilità, le nozioni e le capacità. Bisogna crederci profondamente. Sempre.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
L’indipendenza, la costruzione di un linguaggio personale che sia inclusivo delle mie varie esperienze. Divulgare i procedimenti e le conoscenze acquisite, essere parte di un mondo come questo in maniera attiva e propositiva, mantenendo fluidi i pensieri e le attività. Assumermi la responsabilità del mio ruolo sociale e politico come individuo e come artista.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Sono solo. E nel tempo sono diventato grafico, designer, tecnico del suono, e ultimamente suono spessissimo da solo, per cui…

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? Cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
Vivere un ambiente non inclusivo, spesso settario, poco aperto a istanze differenti, una struttura del lavoro assolutamente ridicola, la mancanza atavica di soldi, il primeggiare di personaggi “coperti” da diritto di nascita, la difficoltà nell’accedere ai contatti con direttori artistici di enti istituzionali. E molte altre cose. Ma il mio mestiere è lavorare sulla bellezza, sul senso e il valore del contenuto. Ed è un privilegio di ogni giorno poterlo vivere. Il contatto con il pubblico, il trasportare memoria e senso con la propria vita. Avere un posto in questa giostra di mondo. Questo mi piace e mi fa andare avanti. La cosa che mi piace meno è dover vivere con questa sensibilità in un contesto socio-culturale ridotto a un oleografico medioevo, in cui alcune cose non sono più un valore. Per cui vivo la dicotomia fra anelito e constatazione.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Sono convinto che una delle strade (e forse l’unica) è pensare sempre che esiste il mondo e non la propria realtà geografica. L’Italia è un territorio tendenzialmente provinciale, fatto di regole non scritte, asfissiata dal nepotismo e da lacune culturali drammatiche. Non sempre al di fuori dei confini si trova la “terra promessa”, ma capita di avere chiaro quanto alcuni procedimenti al di fuori del nostro contesto siano semplicemente impossibili. Nella mia economia non è certo l’estero a essere risolutivo, lo sono di più le piccole associazioni e gruppi di resistenza culturale sparsi nella penisola con cui si condivide la resistenza e si promuove il cambiamento di alcune regole. E agire in tali contesti mi finanzia sia economicamente sia da un punto di vista semplicemente di “valore”.

A fianco della tua attività artistica ne affianchi anche altre (promoter, direttore artistico, booking agency, didatta, autore di libri-metodi)?
Sono didatta. In maniera marginale. Organizzo laboratori in cui uso il metodo della conduction e nel tempo ho avuto esperienze interessanti, lavorando con i ragazzi delle bande, ensemble di sassofoni e organici grandi. Sono ovviamente promoter di me stesso e cerco di collaborare attivamente con gli spazi amici della mia città. Ma non ho niente di ufficiale. La mia primaria fonte di sostentamento sono i concerti.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social network? Se sì, quanto tempo e su quali social? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, e così via, oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Facebook è stata una rivoluzione. A un certo punto direttori artistici, promoter, etichette, musicisti, club si trovavano nello stesso contenitore. Per cui i contatti sono schizzati alle stelle. Non uso altri social anche perché non riesco ad avere troppo tempo per starci sopra. E per me sono strumenti da utilizzare con cautela profonda, ma indispensabili al lavoro oggi. Non amo particolarmente la tecnologia e poco riesco a seguire le ondate di tendenza. Uso la mia pagina personale anche come voce artistica, anche perché non c’è divisione fra le due. E spesso si stabiliscono contatti con persone per lavoro che poi diventano amici e con cui si scambia molto. Ecco, questa è la cosa che più apprezzo dello stato di comunicazione attuale. Anche se poi si rischia sempre la degenerazione. Ma in fondo ogni parola condivisa è importante. E cerco di vivere questa cosa con responsabilità.

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager?
Cerco di stabilire contatti: a volte ci si riesce, a volte no…

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale YouTube?
Il video permette di avere un facile strumento promozionale da far vedere. I tempi che dedicano alle proposte sono minimi, per cui avere una rapidità di dimostrazione diventa prioritario. Il limite ovviamente è che poco la dimostrazione ha a che fare con il senso di un live. Ma insomma, si cerca di utilizzare gli strumenti necessari in questi tempi.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
È uno strumento di catalogazione, e database materiale. Cerco di tenere aggiornato il mio blog e a breve dovrebbe essere online il sito ufficiale. È un’interfaccia per acquisire informazioni complete, ma nelle ricerche è difficile che si vada oltre la prima pagina. Per cui è uno strumento, ma non decisivo.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Mi pongo il problema della musica italiana. Il jazz passa per essere un ambito elitario e molto dipende dal punto di vista. Vedo molto movimento, ma non c’è stato ancora un direttore artistico che non abbia pianto miseria nel momento della trattativa economica. I musicisti che “agiscono” vivono situazioni parossistiche con estremi divari fra club e festival, morse SIAE indecenti su piccoli spazi, ma anche grandi eventi, festival milionari con un po’ troppe contraddizioni dentro (ovviamente parlo di contraddizioni economiche, non sta a me analizzare quelle stilistiche che dal mio punto di vista non ci sono da tempo visto che i programmi si assomigliano tutti). Sembra che le risorse ci siano, almeno in parte. Ma so che c’è molta difficoltà per molti musicisti di poter presentare i propri progetti. E se un progetto non può esistere continuativamente è destinato a sparire. E così si fanno molti dischi e pochi concerti e la situazione a volte sa molto di ridicolo. Ma ovvio che se faceste la stessa domanda a Rava non avrebbe lo stesso punto di vista.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di cd?
Continuando il discorso appena accennato. La discografia è diventata per una grossa fetta di mercato uno strumento promozionale. Per cui si fanno dischi, si producono i dischi (perché non mi risulta che molte etichette li producano) per avere recensioni, e visibilità mediatica. Si pagano uffici stampa per “promozionarli” e cercare di aumentare la propria forza contrattuale. Ma se la cosa funzionasse per tutti non ci sarebbero location sufficienti… per cui si mettono su un micro mercato decine di migliaia di supporti che forse non andranno dopo il primo ascolto, supporti inquinanti e spesso dal packaging qualunque. Che sono costati migliaia di euro e che non hanno portato molto indietro. Dal mio punto di vista sono anni che non ha senso fare i dischi. E le volte che li ho fatti, sono state occasioni particolari, tentativi di mettere in discussione questa riflessione. Ma devo dire che l’utilizzo del web mi ha aiutato a capire come poter non regalare la mia musica e sto valutando progettualità diverse con cui far collaborare il pubblico, visto che la prima fonte di valore del mercato discografico oramai sono i concerti. Continuo a dire che probabilmente Rava avrebbe una visione differente della cosa. E non me ne voglia Enrico, ma è ovvio che il punto di vista è fondamentale per certe valutazioni.

Hai dei modelli specifici che riconosci di qualità non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Artisti di riferimento? Da entrambi i punti di vista credo che Fred Ho e John Zorn siano fari ineguagliabili. Ma ci sono decine di artisti che fanno del loro meglio. Il lavoro di El Gallo Rojo, di Desuonatori, di Fonterossa, in Italia sono eccellenze per me: capaci di autoprodurre, di movimentare la scena, di essere catalizzatori di energie positive. La qualità di molte delle loro produzioni è internazionale. Sulle strategie di music business, beh, ci si lavora sempre per migliorare…

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un doping ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te “investimento pubblico in cultura”?
Non sono contrario, anzi. Il finanziamento pubblico dovrebbe consentire a un festival di poter costruire una sua identità culturale. La cosa che in Italia non capisco è per quale motivo se ci sono finanziamenti pubblici non ci debbano essere chiarezza e limpidezza nella gestione artistica delle cose. Perché non si facciano bandi, perché non si stimoli il territorio, perché non si facciano cose educative che non siano workshop a pagamento, ma perché non si operi una strategia divulgativa. Insomma la mia visione della cosa è che il valore del finanziamento pubblico è sacrosanto. Ma è sacrosanto che non sia un modo per speculare e che con quei soldi si faccia realmente cultura e non solo business.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione?
Ognuno di noi ha un ruolo sociale. I musicisti e gli artisti anche. Ogni comunicazione necessita senso e significato. Nella musica ci sono elementi strutturali che evocano elementi sociali e organici alla società. Il rispetto degli spazi, l’ascolto reciproco, il lavoro di insieme, la condivisione, l’inclusione di elementi eterogenei e distanti fra loro, la ricerca di sintesi fra elementi di provenienza differente sono elementi sociali. E noi dobbiamo esserne oltre che convinti anche e profondamente rispettosi.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business relativo alla musica jazz?
Meglio non pensare “me” in un ruolo importante per una struttura politica come quella attuale. I cambiamenti da fare sono tanti e molto più profondi e strutturali che una semplice politica per il music business.

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante in questo ambiente, come ti comporteresti?
Stessa risposta di sopra.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Mi vedo a lavorare per la bellezza, fomentando strategie e possibilità nuove, al lavoro duramente per migliorare una condizione non solo personale, ma dell’ambiente che mi circonda. Artisticamente non so rispondere, in dieci anni molti mondi saranno da scoprire. Ma professionalmente credo che la strada che ho percorso fino a qui sia indice di come io vedo il mondo, e non potrà cambiare di molto, spero che ottenga sempre più risultati e spero di partecipare sempre attivamente alla comunità a cui appartengo, cioè quella dei comunicatori.