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Luca Di Luzio</br> The Reward In The Process </br>Jazz Life

Luca Di Luzio
The Reward In The Process
Jazz Life

24 gennaio 2017

Nome e cognome: Luca di Luzio.

Data e luogo di nascita: San Severo (FG), 22/08/1973.

Strumento: chitarra.

Web: www.lucadiluzio.it, www.facebook/lucadiluziomusic.

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale?
Faccio il musicista, concentrandomi molto sull’attività live e sul lavoro di endorser per vari marchi legati al mondo della chitarra (Benedetto guitars, DV Mark, D’Orazio Strings, G-lab, ecc..).
Musicalmente porto avanti alcuni progetti, primo fra tutti un Hammond trio a mio nome con cui sto registrando un CD in questi giorni, poi un quartetto con la cantante canadese Lauren Bush, un quartetto di musica brasiliana ed un nuovo progetto internazionale a cui lavorerò a partire dal prossimo mese con il bassista Jimmy Hayslip.

Come si distingue il tuo lavoro dagli altri?
Partendo proprio dallo strumento: suono sia la chitarra sei corde che la chitarra sette corde, credo di aver sviluppato una certa duttilità suonando vari stili anche molto diversi tra loro, dalla musica brasiliana, al jazz mainstream, alla fusion e al blues moderno.
Lavoro su progetti specifici e cerco di portarli avanti per anni, con decine di concerti ogni anno, non amo particolarmente i concerti “jam session” dove si fanno le prove durante il sound check. Mi piace curare e far crescere ogni progetto nel singolo dettaglio, partendo ovviamente dalla parte sostanziale, quella musicale, sviluppando interplay tra i musicisti, scrivendo musica ad hoc, arrangiando i brani in modo che siano sempre “freschi”.

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Sono molto più concentrato sulla mia musica, sui progetti originali, sul lavoro in studio di registrazione mentre anni fa ero molto più interessato al numero annuale delle esibizioni live prescindendo dal contesto. Oggi, se non ho il progetto adeguato o se il contesto musicale non mi interessa, dico di no.

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Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Obiettivi di crescita artistica, musicale, di continua ricerca, di approfondimento ed evoluzione del mio linguaggio musicale. Sono ossessionato dallo studio e dal continuo apprendere… Ted Greene diceva “The Reward is in the process” e, pur considerando la musica un mezzo di espressione, un linguaggio per codificare le emozioni, mi lascio sedurre facilmente dal fascino dell’esplorare strade nuove. Questo è uno dei motivi per cui, da un anno a questa parte, suono la chitarra 7 corde: Howard Paul, un caro amico, grande chitarrista e presidente della Benedetto Guitars (azienda di chitarre di cui sono endorser) mi disse: “dovresti provare la chitarra 7 corde visto che suoni spesso in duo, ti si aprono nuovi orizzonti musicali, e mi ha convinto facilmente.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
L’improvvisazione è utile solo nel Jazz. Il mio passato è quello di un informatico professionista ed imprenditore, quando ho deciso di mollare tutto per dedicarmi alla musica ho cercato di portarmi dietro ciò che di buono avevo imparato in quindici anni di altra professione. Il musicista, come qualsiasi artigiano, ha bisogno di promozione, comunicazione, commercializzazione e poter contare su un gruppo di professionisti mi rende libero di potermi concentrare solo sulla qualità del mio prodotto, della musica che suono. Ho cercato nel corso degli anni di circondarmi di persone preparate, entusiaste del proprio lavoro ed umanamente coinvolte nei progetti a cui lavorano. Ho cercato “the best of breed” (il meglio della specie), professionisti preparati e determinati. Il mio team è formato da Laura Previati di Jazzlife (www.jazzlife.it) che cura il booking ed management dei miei concerti, da Fiorenza Gherardi De Candei che si occupa dell’ufficio stampa e da altri professionisti, che negli anni sono diventati dei grandi amici, come il fotografo Andrea Rotili, la BH Audio e le aziende di cui sono endorser come la Benedetto Guitars, la DV Mark, la D’Orazio Strings, la G-Lab.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? Che cosa ti piace di più del tuo mestiere, e cosa di meno?
Non parlerei di veri e propri problemi, credo che il limite principale dei musicisti stia proprio nei musicisti, ma sarebbe un discorso molto lungo. Del mio mestiere mi piace molto conoscere e scambiare idee, esperienze con altri musicisti di tutto il mondo. Mi piace il fatto di avere un linguaggio comune anche con persone mai viste prima. Mi piace lavorare ad una registrazione e vedere l’iter di vita di un brano, dall’idea alla traccia audio. Mi piace la sperimentazione ed il legame che si crea tra musicista e produttore di strumenti musicali, mi piace meno chi vuole instaurare competizioni, le chiacchiere da bar sui social, l’arroganza di alcuni operatori del settore, l’invidia ed il denigrare gli altri per cercare di mettersi in luce.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Tra due giorni parto per gli USA, dove rimarrò per circa un mese. Suonerò per il sesto anno al NAMM Show di Los Angeles, poi in Georgia ed in Florida. Esibirsi all’estero, soprattutto in USA é per me una grande fonte di stimoli, idee, entusiasmo, oltre ad una lezione continua. L’approccio alla musica degli americani è molto semplice: suono, cosa? Musica. Ma che genere? Musica.
Collaboro da anni con la Benedetto Guitars di Savannah (Georgia) per cui sono endorser e “ambassador” in Europa, e con la G-Lab, una azienda polacca che proprio durante il prossimo NAMM Show presenterà una pedalboard a mio nome ed alcuni effetti a pedale su cui abbiamo lavorato in stretta relazione.
Tornerò poi ad aprile in California per partecipare ad un Talk Show Televisivo sulla chitarra e per suonare ad un Festival Jazz.

Parallelamente alla tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistic, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Curo la programmazione di un Jazz Club a Ravenna, il Mariani e faccio il direttore artistico per il Comacchio Jazz Festival. Ho deliberatamente scelto di non insegnare in scuole o privatamente, sono attività molto impegnative che richiedono, volendole affrontare con serietà, una dedizione costante che mi porterebbe lontano dalla mia attività artistica. Tengo alcuni seminari in giro per il mondo, occasionalmente faccio qualche lezione via Skype ma nulla di cadenzato o strutturato. Ho appena finito di registrare una serie di video didattici che metterò in rete a breve, in forma gratuita. Sono video pensati come risposta alle centinaia di domande che mi arrivano via mail o tramite i social, domande che spaziano dalla tecnica strumentale, all’armonia, al suono e all’effettistica per chitarra, alla registrazione o anche solo alcuni consigli su cosa e come studiare. Sono felice di condividere ciò che ho imparato senza vere però la pretesa di “insegnare”. Sono stato fortunato ad aver avuto dei grandi insegnanti che mi hanno trasmesso molto sia musicalmente che umanamente: Garrison Fewell è stato il mio punto di riferimento ed il mio mentore ed a lui devo molto, poi anche Roberto Spadoni, Antonio Cavicchi, Dean Brown, Les Wise, ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di importante da sviluppare; continuo a considerare lo studio una pratica quotidiana fondamentale per fare questo mestiere e non sono mai uscito dal piacevole ruolo di “studente”.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social? E se sì, quanto tempo e su quali social (Facebook, Twitter, Instagram)? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Sono sempre connesso alla rete quindi uso costantemente i social, soprattutto Facebook e Instagram. Ho un profilo ed una pagina fan, parlo prevalentemente di musica e di ciò che faccio professionalmente, niente politica, religione, calcio (di cui non so nulla), nessuna polemica con colleghi ed amici virtuali; carico spesso dei video di spezzoni dei miei concerti o di prove in studio. Cerco di essere sempre me stesso sia sui social che fuori senza pensare di dovermi “creare un personaggio”. Oggi reputo la rete ed i social importantissimi per la comunicazione digitale.

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager, etc?
I rapporti con i giornali ed i media sono gestiti da Fiorenza mentre il rapporto con i direttori artistici dei festival, promoter, ecc. sono gestiti da Jazzlife. Io faccio del mio meglio per elevare il livello della musica che faccio e i collaboratori di cui mi avvalgo sono molto bravi nel veicolare le informazioni a riguardo.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale YouTube?
Credo sia oggi molto importante. E’ economica, accessibile a tutti senza grandi mezzi, ho il mio canale YouTube ed uso Facebook per le dirette video.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Il mio sito internet é aggiornato costantemente sia sul calendario concerti che sui progetti musicali e sulla strumentazione che uso. Oggi è ancora importante come fonte di informazioni a cui attingere (foto, video, contenuti) ma decisamente meno di alcuni anni fa dove invece il sito era il proprio orticello da coltivare ed il fulcro della comunicazione. I social stanno rimpiazzando il sito web cosi come lo smartphone sta rimpiazzando il computer. Quindi il tipo di comunicazione cambia sia nei contenuti che nella forma.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Rispetto al passato mi sembra che ci siano molti festival, occasioni per tutti musicisti di proporsi, anche grazie ad Internet. Manca una regolamentazione chiara per i professionisti, manca un cartello comune che tutti i musicisti dovrebbero adottare per avere una linea comune nel rapporto con i club, le rassegne, i Festivals. Funziona la sperimentazione, l’avanguardia, la contaminazione. Funzionano meno l’associazionismo e la solidarietà.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di CD?
Per quanto oggi la musica sia “liquida” vedo un grande ritorno del vinile sia come oggetto di culto e di collezione si come supporto per rievocare certe sonorità. Il cd potrà scomparire solo quando ogni casa sarà cablata in fibra ottica ad alta velocità e potremo in pochi secondi accedere a file di grandi dimensioni…quindi vedo la strada ancora lunga. C’è anche da dire che oggi la produzione di un CD è una operazione a basso costo ed alla portata quasi di tutti.

Hai dei modelli specifici che riconosci “di qualità” non tanto sul fronte artistico ma su quello del music business?
Non necessariamente un modello che funziona per il music business è poi di qualità, ma è la gente che giudica, apprezza, compra e detta i risultati dei modelli.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
I festival vanno preservati come le mostre di arte e qualsiasi evento culturale. Il festival non ha solo una valenza artistico-musicale, se organizzato bene diventa parte integrante del comparto turistico. Basti pensare ad Umbria Jazz e al peso che oggi ha questo festival sul bilancio turistico di Perugia, di Orvieto (in inverno) e dell’Umbria in generale. Non si dovrebbe ragionare a compartimenti stagni, anche in questo caso la “contaminazione” é l’elemento vincente. Vado a vedere un concerto ad un festival, scopro un territorio, l’enogastronomia, l’arte, poi magari ci torno in vacanza con la famiglia. Sarebbe un’occasione ottima per coinvolgere poi gli operatore del settore turistico ad investire nel jazz come forma di interesse per i turisti.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione?
Il popolo del jazz è stato il primo, anche grazie a Paolo Fresu, ad essersi mobilitato per le raccolte fondi di L’Aquila ed Amatrice. Credo abbia dato un grande segno di responsabilità civile e sociale. Il ruolo del musicista, come quello di qualsiasi persona esposta ad un pubblico, è quella di educare e promuovere i grandi valori umani, l’arte, la cultura in ogni sua forma.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business specificatamente relativo alla musica jazz?
Premierei chi si “associa” e crea modelli e strutture musicali e di business che possano produrre anche a “mercato”. Semplificherei la burocrazia ed incentiverei la composizione e la creazione di progetti originali.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Sono un ottimista ed un sognatore quindi mi vedo più maturo nel linguaggio, con maggiore esperienza e con qualche collaborazione e progetto musicale in più alle spalle. Come una artigiano con dieci anni di esperienza in più.

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