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Lorenzo Feliciati</br> Essere onesti </br>Jazz Life
Photo Credit To Carlos Porfirio

Lorenzo Feliciati
Essere onesti
Jazz Life

 17 gennaio 2017

Nome e cognome: Lorenzo Feliciati.

Data e luogo di nascita: 1 gennaio 1965, Roma.

Strumento: basso elettrico, contrabbasso.

Web: www.lorenzofeliciati.com,  https://www.facebook.com/lorenzo.feliciati.3

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale?
Mi dicono spesso che la varietà delle mie collaborazioni e delle “musiche” che cerco di approfondire sia sorprendente per chi conosce solo un aspetto della mia attività concertistica e discografica

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Negli anni ottanta e novanta ho suonato molto con alcuni cantanti e cantautori italiani, soprattutto per ben undici anni con Niccolò Fabi, un’esperienza molto importante sia come quantità sia soprattutto come qualità del lavoro. Quel tipo di lavoro è andato piano piano inesorabilmente a calare (almeno per me) ma per fortuna quando ancora avevo molte richieste e offerte in quell’ambito ho cominciato ad impegnarmi e a seminare in contesti più legati a me come artista, quindi festival legati al basso elettrico, collaborazioni in Europa e negli Stati Uniti, etc., così quando ho deciso di dedicarmi al 100% alla mia carriera come Lorenzo Feliciati e non più come “Lorenzo Feliciati il bassista di…” il passaggio è stato, dal punto di vista di stimoli e cose da fare, non traumatico.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Artistici direi di cercare di suonare, comporre registrare musica nella quale mi rispecchiassi il più possibile, sempre avendo ben in mente che ciò in cui ti senti rappresentato cambia anche molto velocemente!
Dal punto di vista sociale ho sempre cercato di essere onesto: credo che l’onestà sia la qualità più difficile da preservare in una società così corrotta culturalmente, cercare di rispettare il lavoro degli altri facendo rispettare il proprio è sempre stato un obbiettivo che ho cercato di perseguire, con molta fatica ed impegno e non sempre riuscendoci ovviamente.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Da un punto di vista manageriale e di booking sono fondamentalmente solo: nella fascia di costi/ricavi alla quale appartengo non esistono figure professionali interessate a gestire alcuni aspetti del mio lavoro; l’etichetta per la quale ho inciso molto negli ultimi anni, la Rarenoise records (UK) fa il possibile per affiancarmi e sollevarmi da alcuni aspetti importanti come la gestione degli uffici stampa in occasione delle uscite discografiche e di partecipazione a festival, etc.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? Che cosa ti piace di più del tuo mestiere, e cosa di meno?
Cosa mi piace di più? Ovviamente suonare! Più sono stimolato a confrontarmi sul palco con musicisti con i quali magari non ho mai suonato e più sono felice! La cosa che mi piace di meno è che per viaggiare ormai si impiega tantissimo tempo tra aeroporti, stazioni, taxi tutto tempo che sono costretto a togliere alla mia famiglia e alla mia vita privata. Ma per fare la cosa che mi piace di più devo per forza accettare la cosa che mi piace di meno!

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
I miei progetti sono tutti sviluppati in un’ottica internazionale, non credo abbia senso suonare e creare un progetto pensando di mantenerlo vivo ed attivo rimanendo all’interno dei confini italiani. Quindi aldilà della nazionalità dei musicisti con i quali collaboro l’importante è non valutare mai il luogo di residenza della persona con la quali ti piacerebbe costruire qualcosa come un limite ma vederlo sempre e comunque come un ulteriore possibilità di espansione.

Parallelamente alla tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistic, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Ho insegnato per tanti anni, gli ultimi sei o sette al Saint Louis College of Music;  da quasi un anno mi sono trasferito con la famiglia a Parigi e quindi quell’esperienza è terminata ma i contatti ed il rapporto con quelli che ormai sono miei ex allievi sono tutt’ora vivi. Mi é sempre piaciuto dedicare del tempo all’insegnamento, soprattutto nell’ambito di laboratori dove suonavo con gli studenti, un esperienza il più delle volte rigenerante.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social? E se sì, quanto tempo e su quali social (Facebook, Twitter, Instagram)? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Sono attivo su FB, reputo sia un ottima maniera per comunicare con le persone che sono o che potrebbero essere interssate alla mia attività. Non credo ci sia un a maniera migliore di raggiungere un numero così ampio di persone, magari postando una recensione positiva o una foto del palco dove suonerò la sera.
Aldilà delle notizie legate alla mia attività non posto mai le mie opinioni di tipo politico, cerco di rimanere all’interno della mia attività o comunque nell’ambito della musica che mi piace e con la quale sono cresciuto. Al massimo sono foto di posti che visito o dei boschi intorno a Parigi dove porto il cane a passeggiare, non entro mai in polemiche, c’è troppa troppa gente dietro la tastiera che non ha di meglio da fare che sputare sentenze e quello di entrare in polemica sui social è un tunnel nel quale una volta entrato difficilmente riesci ad uscire e ti trovi a dover interagire con qualcuno che non conosci e non conosce te ma che magari quel giorno non ha ancora sputato la sua dose giornaliera di frustrazione e odio… no, non è per me, viva le foto dei gattini allora!

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager, etc?
Cerco sempre di entrare in contatto diretto con i soggetti che rappresentano i vari aspetti del mio lavoro: per esempio con chi recensisce i miei dischi, non sempre è possibile ma spesso riesco a ringraziare e magari a cercare di spiegare qualcosa che secondo me è sfuggito o non sono riuscito a comunicare bene nell’album. In questo i social sono un ottimo veicolo di contatto.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale Youtube?
Credo fermamente che il video sia diventato negli ultimi due/tre anni un mezzo di promozione ancora più importante della musica messa su soundcloud e simili; per promuovere il mio penultimo album ‘KOI’ ho potuto girare quatteo video con multi camere e audio di alta qualità suonando insieme alla band dell’album (ma con Martin France alla batteria al posto dell’impossibilitato Steve Jansen), tutti insieme in studio alla Casa del Jazz a Roma.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Mai abbastanza tempo, ne dovrei dedicare di più ma la mia attività è molto sfaccettata e quindi tra registrare, comporre etc a volte non riesco aster e dietro alla comunicazione sul web. In questo la facilità co la quale si riesce a lavorare sui social dallo smartphone é di grande aiuto.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Credo che stia come tutte le forme artistiche legate alla necessità di avere delle persone che escano di casa per venire al tuo concerto, per visitare la tua mostra o per andare a vedere il tuo film. Fino a che non ci sarà più una presenza importante di musica suonata dal vivo, di spettacoli teatrali in televisione( che volenti o nolenti è il più importante veicolo di informazione per la stragrande maggioranza delle persone) il potenziale pubblico a tutto sarà interessato tranne che ad uscire di casa. L’arte per sopravvivere ha bisogno di pubblico.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di CD?
I numeri sono piccoli ma si nota un certo ritorno del vinile, sembra proprio che nel 2016 i ricavi dal vinile siano stati maggiori che quelli da download (ufficiale, quello dove si paga qualcosa per scaricare).
Forse il CD come supporto è destinato a scomparire, certo sarà sempre più importante trovare la maniera di creare un prodotto in grado di essere interessante ed affascinante per il proprio bacino di utenza.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
Il festival è l’ultimo anello della catena, servirebbe una ferma ed inflessibile gestione dei soldi pubblici a partire dalla scuola, per arrivare alla creazione di regolamentazioni specifiche e realistiche per i locali dove si suona musica, e poi per i teatri per arrivare ai festival.
Non credo sia costruttivo pensare solo all’anello finale della catena culturale della società, se a scuola si studia il flauto dolce facendo in modo che l’alunno odi la musica il finanziamento pubblico dei Festival è davvero l’ultimo dei problemi.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Spero tra dieci anni di poter guardare indietro e di vedere molta musica composta, registrata e suonata dal vivo insieme a molti musicisti che adesso non ho ancora mai incontrato!

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 © Andrea Stevoli