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Let There Be Bass
Luca Vicini intervista Michael League

10 agosto 2017

Il 21 aprile 2017 gli Snarky Puppy hanno suonato al Teatro della Concordia di Venaria Reale per il festival Jazz:Re:Found. Jazzit e Jazz:Re:Found  hanno chiesto a Luca Vicini, produttore e bassista, di intervistare Michael League, il bassista leader degli Snarky Puppy.

Traduzione in italiano di Laura Valle

È un incrocio tra bassisti… Il più giovane e il più vecchio, il pelato e il capellone! Ho letto qualcosa della tua biografia. Abbiamo cominciato a suonare alla stessa età, probabilmente con 10-15 anni di differenza, perché io ho cominciato a 17 anni e anche tu. Abbiamo cominciato tardi. Cosa ti ha spinto verso il basso?
Beh… Veramente non ho scelto di suonare il basso. Ero un chitarrista, da ragazzo. Quando avevo 17 anni suonavo la chitarra nella jazz band della mia scuola, ma c’erano tre chitarristi e nessun bassista. Penso che sia così che moltissimi bassisti hanno cominciato… semplicemente non c’erano bassisti! Così il mio insegnante mi ha passato un basso e sono diventato un bassista.

Nel mio caso, sono stato attratto, da ragazzo, dalle frequenze, ascoltando i Police, Sting, Bob Marley, anche gli Iron Maiden! Musiche molto diverse, ma molto interessanti per i bassi. E così, pensando a te, ti volevo chiedere se avevi una specie di eroe del basso…
Sì, penso John Paul Jones dei Led Zeppelin, ed ero molto preso da Paul McCartney e Sting. Sai, sono cresciuto ascoltando la musica di mio padre, che adorava il rock classico, e così erano queste le cose che ascoltavo, ma a quell’età mi piacevano anche Stevie Wonder e James Brown, e così Bootsie Collins era il mio eroe… con gli occhiali a stella, sì!

Come ti muovi nella produzione e nella composizione, in primis per gli Snarky Puppy e poi quando produci un disco pop mainstream?
Veramente, non vedo tutta questa differenza. Voglio dire, non c’è una grande differenza tra suonare il basso ed essere un produttore, poiché essere un buon produttore è anche sapere come la buona musica debba suonare, come far emergere le parti ed i momenti importanti. Anche quando suono, come questa sera, sento che ognuno di noi sul palco pensa come un produttore, non pensiamo solamente: «Questa è la mia parte di basso!»; siamo concentrati su ciò di cui la musica ha bisogno in quel momento, e su come possiamo farlo. Per me, produrre è come uno stato mentale.

Suoni in modo veramente connesso al tuo strumento, ti eserciti molto? O, almeno, ti esercitavi molto?
Sì… In questi giorni non sto studiando molto perché passo il mio tempo impegnato in altre cose, ma c’è stato un periodo, quando ero al college e quindi dai 18 ai 22 anni, in cui suonavo  8-10 ore, tutti i giorni, per quattro anni; ora che non ho molto tempo di esercitarmi posso veramente fare affidamento su tutto quel lavoro che ho fatto allora, e che oggi mi permette di fare le cose che voglio fare.

Penso che molti giovani musicisti pensino troppo alla tecnica e non ad ascoltare dischi e a provare a suonare…
Oh… c’è una vecchia barzelletta su questo… meno note suoni e più ti pagano per nota… penso che sia veramente divertente. Se dovessi parlare ai giovani musicisti e dar loro qualche consiglio, direi loro che la tecnica, essere capaci a suonare, è il primo passo per essere un buon bassista. Il passo successivo è prendere decisioni, decisioni musicali e così direi ai giovani musicisti che, mentre stanno acquisendo la loro tecnica, devono pensare a cosa rende la musica bella, pensare a se stessi come i loro primi ascoltatori.

Ho visto LaLaLand, il film, e credo che vi sia un tentativo di portare nuovamente il jazz nel mondo del mainstream. Cosa ne pensi?
Bene… Conosco questo film e anche l’altro film intitolato Whiplash, girati dallo stesso regista, sono diventati entrambi molto popolari e so che la comunità dei musicisti in generale, perlomeno la mia comunità, le persone che conosco, non sono necessariamente fan di questi film, ma tutti sono concordi sul fatto che è bello che il jazz sia diventato nuovamente visibile. Se si guarda ad artisti come Esperanza Spalding, Robert Glasper, Kamasi Washington e Gregory Porter, stanno arrivando ad ascoltatori che non avevano mai ascoltato jazz prima, stanno fornendo una specie di ingresso nel mondo del jazz, cosa penso molto bella; credo però anche che il jazz non meriti attenzioni se non è buono. Molta gente pensa: «Oh, il jazz è importante, deve essere preservato e rispettato!». Per me deve essere così solo se è valido. È come per la pasta o la pizza: sono una bellissima cosa quando sono buone, ma se non lo sono non è che continuiamo a mangiarle solo perché le abbiamo nel piatto! Devono essere buone. Una bella cosa di questi tempi è che ci sono così tanti musicisti nel mondo del jazz che stanno facendo musica interessante, creativa e accessibile, a riprova del fatto che il jazz meriti di sopravvivere, e questa è una gran cosa.

Mi piacerebbe vedere gli Snarky Puppy incrociare il mondo dell’hip-hop e del jazz…
Sì, cioè se l’hip-hop volesse prendere qualche nostra cosa, sarebbe interessante. Mi piacciono quella musica e quel mondo. I ragazzi della band hanno interessi musicali diversi, e molti tra loro sono teste hip-hop.