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L’atmosfera unica e magica di Umbria Jazz Winter, un festival indimenticabile
Photo Credit To David Morresi

L’atmosfera unica e magica di Umbria Jazz Winter, un festival indimenticabile

8 gennaio 2026

Sono state per la maggior parte delle ore liete quelle trascorse a Umbria Jazz Winter, nella tradizionale cornice di Orvieto con l’altrettanto familiare corollario di arte, storia e tradizioni, in un clima peraltro mite e quindi funzionale alla manifestazione.

Nei cinque giorni in cui si è svolto il festival gli appuntamenti in cartellone hanno contato ottanta eventi distribuiti in cinque location con ventitré band e centocinquanta musicisti coinvolti, per un totale di circa settemila biglietti venduti, che si sono esibiti nei suggestivi scenari scelti (dal Teatro Mancinelli alla Sala 400 di Palazzo del Popolo, il Museo Greco e Palazzo dei Sette) nel cuore antico del borgo. Una cornice che ha quasi sempre sfiorato o realizzato il sold-out, a partire dalla serata inaugurale, dove intorno a tre pianoforti si sono ritrovati Stefano Bollani, Dado Moroni e Danilo Rea, in rigoroso ordine alfabetico, chiamati ad omaggiare la titanica figura di Oscar Peterson per un appuntamento esclusivo e bissato per la seconda e unica volta. Quella tra i tre maestri degli ottantotto tasti è stata una conversazione briosa, in cui si staccavano circolarmente assoli incisivi e polifonie funzionali al diversissimo stile dei tre protagonisti, capaci di creare un particolare contrappunto in cui tutto tornava a riunirsi in una brillante consonanza, spesso sotto l’egida di uno swing malandrino e trascinante.

Photo Credit To David Morresi

A Enrico Pieranunzi (con l’eleganza delle sue armonizzazioni in solo) e Antonio Faraò (con il suo più variegato gruppo Eklektik), è toccato invece il compito di incarnare le altre sfaccettature di quello che rimane forse il più amato fra gli strumenti cardine del jazz, con delle performance dense di una ben calibrata forza interiore e un interessante approccio all’improvvisazione.

Photo Credit To David Morresi

Per restare in ambito jazzistico la parte del leone in questa edizione di UJW è stata certamente ad appannaggio del fenomenale gruppo Pepper Legacy, messo insieme dall’outsider Gaspare Pasini, un sassofonista che è rimasto misteriosamente ai margini della scena nonostante una parabola che sfiora i quarant’anni di attività e qualità intrinseche lodate anche da grandi del calibro di Cedar Walton e Ray Mantilla. Pasini è il perfetto rappresentante di un jazz che oggi ha quasi totalmente smarrito le sue primigenie caratteristiche di bop e swing. Studioso e cultore di Art Pepper, in costante contatto con la vedova Laurie, da circa quindici anni si è messo in testa la “magnifica” ossessione di suonarne la musica del suo rilancio sulla scena a metà degli anni Settanta, senza alcun tentativo di emulare o scimmiottare le caratteristiche di uno dei più monumentali jazz hero della storia. Un recente doppio album pubblicato dalla Red Records ha condensato il tour precedente con due terzi della ritmica prediletta da Pepper. In questo nuovo giro di concerti che si è appena concluso e che ha riservato a Orvieto la parte più cospicua, il sassofonista di origine friulana era attorniato dal sempre magnifico “Mr.Beautiful “ George Cables, ennesimo maestro del pianoforte, che apriva una sezione ritmica poderosa, completata da David Williams (contrabbassista dal curriculum chilometrico ed ex sodale anche di Cedar Walton e Billy Higgins in altre indimenticabili notti umbre) e dal potente batterista Willie Jones III, con la speciale aggiunta di Piero Odorici al sax tenore. Ma il tono emozionantissimo del suo strumento alto, la disinvoltura nelle parti soliste, la godibilità dell’eloquio, la tendenza alle sottolineature melodiche e la calibrata attenzione nella cura dei valori dinamici della frase, che tenevano conto della lezione del suo altro padrino Phil Woods, meritano ben più di una sottolineatura. La sua dunque è stata una coerente aderenza emotiva e intellettuale al mondo poetico di Pepper, mescolata però con un qualcosa di più struggente e malinconico. E in una ballad dalla grana fina come Our Song (tratta da “Winter Moon”, un album del 1981 con gli archi arrangiati da Bill Holman), una riflessione certamente dedicata a Laurie, che a UJ si è rinnovata in un toccante dialogo con Cables, c’è un sentimento ancora palpitante, per quanto raro.

Photo Credit To Giancarlo Belfiore
Photo Credit To Giancarlo Belfiore

Altre buone vibrazioni sono arrivate nei concerti di Pasquale (chitarrista) e Luigi (sassofonista) Grasso, esecutori di una ortodossia che vanta una solida base di conoscenza dei fondamentali, nonché in quello di Rosario Giuliani e Fabrizio Bosso (impegnato in una girandola di situazioni), alla testa di un quartetto che omaggiava un altro grande titano come Ornette Coleman: i due hanno intrecciato linguaggi omogenei in cui poesia e arditezza sono state capaci di produrre una musica sempre inebriante, in costante e felicissimo equilibrio, che si è lasciata ascoltare più che volentieri.

Photo Credit To David Morresi
Photo Credit To David Morresi

Come al solito coinvolgente e di alto livello nella parte concernente il coro gospel (quest’anno ad appannaggio di Marquinn Middleton & The Miracle Chorale) è stata la celebrazione della Messa per la Pace al Duomo, e altri ottimi riscontri hanno avuto anche i cinque appuntamenti di UJ4Kids, il format educativo dedicato ai più piccoli.

A margine dei concerti, in un affollato incontro pubblico in cui si presentava l’ultima opera postuma di Adriano Mazzoletti, si è anche appreso che il suo preziosissimo fondo messo insieme negli anni e già dichiarato di interesse storico nazionale, sarà assorbito dalla Fondazione Umbria Jazz, andando così a chiudere un cerchio aperto nei primi anni Cinquanta, dal momento che fu lo stesso giornalista, scrittore e conduttore radiofonico di jazz a costituire, insieme al patron Carlo Pagnotta, nel 1955 l’Hot Club a Perugia. Questo ha rappresentato un primo tassello fondamentale, dopo l’organizzazione di alcuni concerti, fra cui il debutto di Louis Armstrong in Italia, per il battesimo di un festival come Umbria Jazz, che è stato imprescindibile per la conoscenza e la diffusione del genere nel nostro paese. A distanza di oltre settant’anni la memoria di quanto realizzato è ancora fresca e sarà quindi rinnovata da questo patrimonio di lacche, vinili, cd, dvd, nastri, riviste, carteggi e appunti vari che costituiscono un preziosissimo archivio sonoro, che dovrà però essere ben strutturato, sempre a Perugia, per essere messo a disposizione di appassionati, critici e cultori. Arrivederci quindi alla prossima estate sotto i riflettori del capoluogo umbro dal 3 al 12 luglio per Umbria Jazz 2026 (tutte le info su www.umbriajazz.com).

Photo Credit To David Morresi

Testo a cura di Vittorio Pio