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La riscoperta del fanciullino: intervista a Francesco Cataldo

La riscoperta del fanciullino: intervista a Francesco Cataldo

16 settembre 2020

Il chitarrista siciliano Francesco Cataldo torna a farsi ascoltare con una nuova opera, “Giulia” [AlfaMusic, 2020]. E per noi è una preziosa occasione per tornare a dare voce a un musicista e compositore di grande valore e interesse.

di Luciano Vanni

Partiamo dal titolo, “Giulia”. A chi è dedicato questo album? E perché?
Il titolo è dedicato a mia figlia Giulia, nata nel 2013 (lo stesso anno in cui è uscito il mio album “Spaces”: coincidenza meravigliosa!). Questo titolo ha innanzitutto uno smisurato valore affettivo, ma simboleggia anche quello che per me è diventato un ideale di vita e di musica e che tutti conosciamo già grazie a Giovanni Pascoli: il “fanciullino”. Tutti i brani ruotano attorno all’idea dell’artista che si ri-scopre “bambino”, cercando nella vita quotidiana, e di conseguenza nella musica, la semplicità e l’immediatezza comunicativa: in questo mia figlia Giulia è stata ed è indiscutibilmente la migliore maestra!

Prima di iniziare, ci dici come e perché hai selezionato i tre colleghi che hanno condiviso la session?
Ho scelto Pietro (Leveratto, contrabbasso), Marc (Copland, piano) e Adam (Nussbaum, batteria) non solo perché sono grandi maestri, ma anche perché pensavo che avrebbero potuto suonare, e soprattutto interpretare, questi brani in sintonia con le mie idee, e che quindi potessero essere gli ideali compagni per questa nuova avventura discografica. Il risultato ha confermato pienamente tutte le mie aspettative! Tutti e tre sono musicisti raffinatissimi, delicati ed estremamente profondi. Non basta coinvolgere, nella registrazione di un disco, grandi musicisti solo per la loro maestria e fama mondiale; l’affinità di stile, intenti e sensibilità è una priorità e viene prima di tutto.

Nel disco colpisce l’unitarietà delle composizioni, che rendono l’album come una lunga suite di senso compiuto.
Come per “Spaces”, ho concepito questo album come un “libro”, con un prologo e un epilogo, una raccolta di storie di vita personali. Quando scelgo i brani da registrare quindi, seguo un ordine logico e soprattutto narrativo, per far sì che l’ascoltatore percepisca un corpo unico sviluppato nei vari capitoli musicali. In continuità con “Spaces”, ho deciso di concentrare la mia ricerca compositiva sulla narrazione, evocazione e sul semplice concetto di “canzone”. Nel jazz, genere prevalentemente improvvisativo, questo obiettivo è decisamente molto impegnativo, direi quasi arduo.

La scrittura è ricca, complessa, carica di obbligati, ma il risultato espressivo è al tempo stesso libero, dinamico e profondamente lirico. Cosa hai chiesto ai tuoi colleghi e come hai raccontato i tuoi spartiti?
Dici bene, quando ci siamo incontrati per provare i brani, il giorno prima della registrazione, ho letteralmente “raccontato” i miei spartiti ai colleghi. Sin da subito, la mia priorità è stata quella di spiegare e condividere con loro il lato emotivo ed espressivo di ogni tema, la sua essenza. Utilizzando il pianoforte, ho condiviso e illustrato i miei arrangiamenti nel dettaglio (adoro scrivere sempre per ogni strumento), mettendo in risalto lo spirito di ciascun brano, l’anima e il percorso di vita che lo ha ispirato. Marc, Pietro e Adam hanno subito colto l’essenza della mia musica: centralità assoluta dei temi e libertà espressiva nell’improvvisazione (sempre e comunque al servizio delle melodie principali). Mentre registravamo ho avuto la stupenda sensazione di trovarmi in un gruppo di quattro “fanciulli” che ri-trovano nel gioco (musicale) gioia, amore e fratellanza; e cosi è stato!

Ci racconti come nascono le tue composizioni?
Le mie composizioni nascono sempre e semplicemente da esperienze di vita. Non sono mai riuscito a scrivere partendo da formule, perché cerco sempre di tradurre in musica solo ed esclusivamente sensazioni, intuizioni, pura e incondizionata emotività. Questo lento e inesorabile processo creativo però richiede molta pazienza, anni di “deserto” e di conseguenza anche una certa “sofferenza”. Da diversi anni, consapevole di un fragilissimo equilibrio creativo, ho ridotto al minimo gli ascolti, non per presunzione, ma solo ed esclusivamente per una forte esigenza di tutela e protezione del sé. In un mondo pieno di stimoli di ogni genere, direi addirittura sovraccarico, credo che per un creativo sia prioritaria e indispensabile un’operazione di graduale “svuotamento”, finalizzata al ri-trovamento della propria identità.

Cosa ti rende più orgoglioso di questa session?
Marc, Pietro e Adam sono riusciti ad entrare in profondità nella mia musica. Il risultato è stato grandioso e meravigliosa la sensazione di aver condotto un gruppo di fantastici musicisti verso l’idea del “fanciullino”, della semplicità e della purezza, che va oltre ogni tecnicismo e ostentazione.

Emerge un dettaglio e una cura del timbro strumentale, sintomo di una registrazione di altissima qualità.
Prima di andare in studio, mi sono dedicato con grandissima attenzione alla cura del suono delle mie chitarre, baritona e classica, e del mio sound al pianoforte (suono il brano Two Ways in piano solo e piano trio), praticando ore e ore di meditazione sullo strumento, all’insegna della lentezza e del respiro. Il mio obiettivo è stato quello di trovare un suono personale, caratterizzato dalla purezza e dalla semplicità, senza alcun ausilio di effetti. Credo che la ricerca del suono, per un chitarrista, debba partire dalle proprie mani, dalla propria sensibilità. Spero di esserci riuscito o perlomeno di essere sulla buona strada.

Cosa distingue, a tuo avviso, questa opera dalla tua precedente produzione?
“Giulia” esprime un forte legame con il precedente album “Spaces”. Credo e sento che tra i due lavori ci siano molti elementi in comune, quindi più che di diversità credo si tratti di sviluppo all’insegna degli stessi ideali: silenzi, respiro, ricerca della melodia, semplicità (svuotamento). L’unico elemento “nuovo” è la piena consapevolezza del “fanciullino”, che va nutrito e protetto. In questa ricerca, “Giulia” rappresenta una tappa fondamentale, e sono sicuro che questo ideale valga poi per sempre, nella vita e nella musica, e che una volta scoperto non si possa più tornare “indietro”.

Come definiresti “Giulia” in tre parole?
Amore infinito, gioia, purezza.

E per finire: qual è stato il più bel commento che ad oggi hai ricevuto da chi ha ascoltato questo album?
Il disco ha già ricevuto innumerevoli consensi in tutto il mondo, e di questo sono davvero felice, soprattutto perché all’unanimità tutte le recensioni hanno rilevato e messo in evidenza la centralità, nell’album, della sensibilità e personalità di Francesco. Il mio scopo era proprio questo: condividere con il pubblico il mio mondo interiore e in particolare il mio “fanciullino”!

INFO

www.francescocataldo.eu

 

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