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Joy Grifoni
ImproVision
Psicomusicologia in pillole

Joy Grifoni</br>ImproVision</br>Psicomusicologia in pillole

Oliver Sacks

Uno dei filoni di ricerca di cui oggi si occupa con crescente attenzione la Musicologia “di frontiera” è senz’altro quello che riguarda la destinazione terapeutico-sociale dell’esperienza musicale. La Psicomusicologia è la giovane scienza che si interessa di questa indagine.
Numerose università di punta stanno sviluppando da decenni disparati studi finalizzati a comprendere più profondamente quali connessioni la musica intrecci con il modus vivendi e le capacità percettive delle persone. Nel 1993 venne pubblicata sulla rivista Nature un’analisi che generò un certo scalpore. I ricercatori Gordon Shaw e Frances Rauscher, intendevano dimostrare come un certo equilibrio dell’armonia musicale abbia effetti positivi sulle capacità cognitive. Per tale ragione misero alla prova un nutrito gruppo di volontari attraverso un’analisi Stanford-Binet. Uno degli aspetti più sorprendenti messi in luce dal test fu un notevole aumento della reattività degli esaminati in relazione all’andamento tensivo-risolutivo dell’ascolto proposto. La musica (stimolando un’extra-produzione di dopamina) sembrava fosse capace di arricchire la prontezza del pensiero e di influenzare positivamente le prestazioni dei sistemi nervoso, linfatico, immunitario e circolatorio degli ascoltatori. Tale risultato, per quanto ancora oggi controverso, catturò l’interesse accademico internazionale stimolando nuove ricerche in tal senso da parte della California e della Berkeley University.
Nel 2010 anche l’Università del Texas e l’Health Science Center di Houston compirono studi sul possibile legame tra ascolto e reattività neurobiologica. Fra i luminari che si interessarono all’argomento è da ricordare il recentemente scomparso Oliver Sacks, docente di neurologia psichiatrica presso la Columbia University, il quale, nel suo interessantissimo saggio Musicofilia, indagò la “neurogamia” della musica con il diretto funzionamento del mesencefalo (ad esempio nei casi di sindromi epilettiche, di Tourette, di deficit mnemonico, di spettro autistico e di Parkinson). Volendo sintetizzare al massimo il pensiero dello scienziato, secondo i suoi studi il vero farmaco risiederebbe nella musicofilia stessa: la musica può avere effetti benefici sull’ascoltatore, proporzionalmente al suo grado di coinvolgimento personale.

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Charles Limb

La ricerca di Sacks si è intrecciata negli ultimi decenni con quella di un altrettanto eminente studioso della materia quale John Sloboda (stimato pianista e docente di Psicologia presso l’università di Keele) il quale ha affrontato la questione mediante una prospettiva di orientamento cognitivista. Attraverso il suo saggio La mente musicale, Sloboda sostiene come l’ascoltatore provi piacere nel riconoscimento di simmetrie o di elementi familiari (scale, sequenze armoniche, pattern ritmici e così via) ai quali la memoria possa appigliarsi per rafforzare l’identità psichica ed emotiva. Per dirla con le parole dell’autore, il senso di controllo generato da questo meccanismo indurrebbe il rilascio di endorfine, utili al benessere psico-fisico. La scoperta di tale relazione si è rivelata al tempo stesso rivoluzionaria e di grande pericolo ideologico: su questa pietra di volta si sono basate infinite ricerche di mercato, il cui unico intento è quello di progettare in vitro una musica (più propriamente definita muzak) utile a stimolare un istinto al consumo commerciale attraverso un’accorta intermittenza fra stimolazione e sedazione musicale.
Tuttavia, nonostante gli usi impropri che si possano fare di questa straordinaria capacità del suono, la musica può avere effetti ben più potenti di un mero farmaco ipnotico: attraverso l’aperta infrazione dei canoni di simmetria essa è in grado di destare un vero e proprio risveglio psico-fisico. Ne è una lampante dimostrazione l’interesse che l’improvvisazione musicale genera da sempre; dalle cadenze dei virtuosi barocchi ai millenari rhythm circle africani, passando per Schönberg, Miles e il blues più ancestrale, l’improvvisazione resta uno strumento di contatto con dimensioni superiori della coscienza, ovvero con un ambito metafisico definibile sacro. Improvvisare significa partire da una serie di convenzioni linguistiche per svilupparle e andare oltre, liberando la mente e il corpo dalle costrizioni della routine quotidiana. Parafrasando Coltrane, la fruizione di un’improvvisazione è un momento di preghiera, utile al contatto profondo con sé stessi e con una dimensione suprema (nella sua intervista con Zimmerman a proposito del suo album A Love Supreme egli dichiara: «La mia musica è l’espressione spirituale di quello che sono: la mia fede, il mio sapere, la mia essenza»).
Charles Limb (professore associato presso l’Università John Hopkins) sostiene che, a livello neurologico, quando i musicisti praticano un’improvvisazione, gli interruttori del cervello siti nei lobi prefrontali laterali (i quali servono al controllo cosciente) diminuiscono la loro interferenza, consentendo ad altre zone del cervello di supportare la funzione creativa: «I musicisti – afferma Limb nella sua lecture Il cervello improvvisa – aggirano senza rendersene conto l’auto-censura del cervello, in modo da poter generare nuove idee senza restrizioni».  Non è un caso che all’interno del cervello i centri neurali legati alle funzioni linguistiche e quelli utili all’ideazione musicale siano in gran parte coincidenti. Il gioco, l’improvvisazione, la necessità comunicativa sono istinti innati nell’essere umano e possono essere stimolati attraverso l’acquisizione di nuovi input creativi.

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Charles Limb

A conclusione di questa breve panoramica è da sottolineare che, pur non esistendo a oggi alcuno studio che provi inconfutabilmente che ascoltare musica possa rendere le persone più sane o intelligenti tout court, è innegabile che essa possa notevolmente migliorare la qualità della vita dell’ascoltatore, accrescendone l’immaginazione e arricchendone il prezioso caveau emotivo.
La psiche si esprime attraverso un linguaggio musicale, sfruttando molte differenti tipologie di percorso; ad alcune di esse verranno dedicate le prossime “pillole” di questa rubrica.