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Jazz in Irlanda</br>Intervista a Francesco Turrisi
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Jazz in Irlanda
Intervista a Francesco Turrisi

Abbiamo intervistato Francesco Turrisi, pianista di origine torinese ma residente da molti anni a Dublino, che ci ha raccontato la sua prospettiva musicale e di vita.

Di Eugenio Mirti

Sei torinese e dublinese! Come è successo?
In effetti ho passato metà della mia vita in Italia e metà fuori. Non ci sono musicisti nella mia famiglia, però a casa dei miei genitori c’era un pianoforte e quando frequentavo le  scuole medie iniziai a strimpellare; l’insegnante voleva frequentassi il conservatorio, ma i miei pensavano fosse un follia! Quando finii le superiori avevo comunque deciso di fare il musicista e mi ero già appassionato di jazz. I miei maestri mi consigliarono di studiare fuori dall’Italia e in particolare Roberto Regis mi aveva consigliato di andare a  L’Aia, lì ho studiato piano jazz, musica antica, clavicembalo, basso continuo, musica del 600, etc.
Finito il master conobbi mia moglie (che è irlandese), durante una tournée in Irlanda e mi trasferii. L’Irlanda è molto piccola, perciò mi capita spesso di lavorare fuori dall’isola; suono poco jazz, in questo momento in particolare suono molto con un gruppo di musica antica che si chiama “L’arpeggiata” che ha un’estetica non filologica, quasi crossover. Questo gruppo è molto conosciuto, per esempio l’anno scorso abbiamo realizzato trenta concerti in tutto il mondo: USA (Carnegie Hall), Francia, Germania, Colombia,  Turchia…
In  Irlanda suono un po’ di tutto come free lance, vorrei citare un gruppo che si chiama Yurodny che si colloca a a metà tra la musica contemporanea e balcanica. In ogni caso non so se definirei i miei progetti jazz: ho avuto tante esperienze e il risultato è un po’ un miscuglio!

Quali sono le differenze tra Italia e l’estero da un punto di vista musicale e professionale?
Sinceramente non lo so,perché di fatto  non ho mai vissuto (professionalmente) in Italia. L’Irlanda è un paese piccolo, con quattro milioni di abitanti e nel 2006, quando mi trasferii, viveva un momento economicamente positivo; avevano investito molto sulle arti, c’era l’Arts Council, una sorta di  ministero delle arti, che realizzava bandi pubblici a cui chiunque poteva proporsi.
Subito realizzai che  in tutti gli ambiti cui ero interessato non esisteva nulla: per esempio la musica mediterranea (turca e araba) e il jazz. Allo stesso tempo però c’erano grandi opportunità di organizzare e così trovai molti finanziamenti; in Italia credo sia più complesso accedere ai soldi pubblici, in particolare come singolo. Poi in Irlanda si vivono vantaggi e svantaggi del paese piccolo: la competizione è minore, è più facile essere conosciuti, e si hanno più opportunità, ma allo stesso tempo tutto è piccolo, i musicisti con cui vorrei lavorare non sono a portata di mano, le venues sono poche. Quello che trovo difficile ora è uscire dall’isola con la mia musica: nessuno si aspetta che arrivi il jazz dall’Irlanda. Mi sembra comunque che in Italia (ho vissuto qui negli ultimi sei mesi) ci sia molto fermento.

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Parlaci del tuo ultimo progetto in piano solo.
Come ho detto prima in Irlanda è possibile accedere  a finanziamenti, perciò generalmente si organizza un progetto,  si registra un disco, si programma un tour e poi il tutto muore: ho vissuto questo processo  molte volte ed è un peccato. Mi piace l’idea del pianoforte solo perché è un distillato di tutte le cose che fai, mentre con altri  musicisti si deve per forza avere una direzione più precisa. Così ho iniziato a sviluppare questo progetto sul lungo periodo, vorrei registrarlo e il prossimo anno promuoverlo, anche perché logisticamente è molto  semplice da gestire; inoltre pur essendo il pianoforte solo impegnativo all’ascolto ho potuto verificare che alla gente piace!

La rivoluzione della musica liquida e la fine del mercato dei CD: come la pensi?
I CD si vendono ancora ai concerti, per il resto fondamentalmente non hanno più mercato. La mia impressione è che se pubblichi un disco per una etichetta veramente importante  ti può dare grande visibilità e diventa un biglietto da visita. Il mondo delle piccole etichette indipendenti mi sembra più aleatorio, probabilmente alla fine è più utile autoprodursi. Mi sembra in assoluto meglio investire su un buon ufficio stampa.

Hai una figlia di cinque anni: le farai studiare musica?
Non l’ho mai spinta, m sembra interessata ma non ha mai manifestato interessi più grandi! Se vorrà sicuramente.

Cos’è la musica per te?
Tutto! Non riesco a districarla dalla mia vita, sono un po’ ossessionato, è nella mia testa ventiquattro ore al giorno; a volte è difficile da conciliare con il resto della vita normale, altre volte mi regala un senso di sicurezza perché so che ci sarà sempre.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Ci sono periodi in cui viaggio molto ed è pesante, e alle volte all’aeroporto penso a come vorrei cambiare: mi rispondo che vorrei suonare meno concerti e lavorare di più con progetti miei.

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