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Inverso</br>Intervista ad Alessio Alberghini

Inverso
Intervista ad Alessio Alberghini

31 dicembre 2017

Abbiamo incontrato il sassofonista Alessio Alberghini per parlare della sua vita artistica e del suo CD dal titolo “Inverso”, realizzato in collaborazione con il chitarrista Garrison Fewell ed edito dall’etichetta Floating Forest.

di Luciano Vanni

Innanzitutto presentati ai nostri lettori. Raccontaci come e quando hai deciso di dedicare la tua vita alla musica, quali sono stati i tuoi primi ascolti e riferimenti espressivi.
Suono la musica con i miei strumenti, che sono il sassofono, il flauto traverso, il clarinetto e l’elettronica, attraverso i quali cerco di dare vita a delle idee musicali originali. Il mio incontro con la musica è iniziato molto presto. Mio padre era un batterista e io fin da piccolo ascoltavo le prove dei suoi gruppi, volente o nolente: la sua sala prove era infatti accanto alla mia camera da letto, pertanto anche quando decidevo di non assistere alle loro performance, alla fine le ascoltavo ugualmente. I suoi progetti spaziavano dalla musica popolare a quella più colta, e in casa giravano tantissimi dischi di musica classica e jazz, e quegli ascolti mi rapivano. Le prime musiche che mi hanno condotto in luoghi inaspettati sono stati i grandi poemi sinfonici di Smetana, Dvořák, le sinfonie di Beethoven, i corali di Bach, i canti degli alpini, e poi la musica pop anni Sessanta, i Beatles… E infine è arrivato il jazz, il dixieland e Louis Armstrong. Tra i primi ascolti ci fu Michel Petrucciani, dal quale fui completamente rapito, una musica capace di spazzare via ogni singolo pensiero, donandomi luce e bellezza. È poi difficile definire cosa mi abbia convinto ad avvicinarmi seriamente alla musica. Sicuramente lo studio della musica classica in conservatorio, prima del flauto traverso e poi del sassofono, che hanno determinato la maggior parte del mio carattere espressivo. L’incontro con il sassofono avvenne intorno agli otto anni, lo sentii suonare da un amico, stava eseguendo Tiger Rag… Wow mai sentito niente di più esaltante, dovevo assolutamente imparare a suonare il sax. Ma mio padre mi suggeriva lo studio del flauto come strada più colta, così subito dopo le medie iniziai il conservatorio: prima il diploma in flauto e poi, finalmente, quello in sassofono. Frequentai ininterrottamente il conservatorio per una quindicina di anni, tra corsi e specializzazioni in jazz e didattica. Continuavo a propendere verso l’idea di esprimere me stesso attraverso la creatività e la necessità di realizzare musica, che poi divenne sempre più preponderante dopo l’incontro con quella cosiddetta d’avanguardia. A quattordici anni seguii il primo seminario all’interno del conservatorio di Bologna, occasione per ascoltare illustri musicisti che cercavano i suoni più originali possibili con i loro strumenti e in particolar modo mi colpì un flautista che respirava dentro il flauto percuotendo le varie posizioni. Fu allora che capii che quell’assurdo modo di suonare avrebbe fatto parte della mia espressività. A breve iniziai a studiare il jazz e le sue forme improvvisative e compositive. Corsi di jazz, trienni, la borsa di studio alla Berklee e soprattutto le collaborazioni con musicisti di grande forza espressiva: non avevo più dubbi! Il jazz e la composizione estemporanea erano gli elementi necessari al mio pensiero musicale.

Arriviamo alla tua idea di musica. Cosa vuoi proporre al pubblico?
L’elemento che più mi interessa della musica è costituito da ciò che non mi aspetto. L’idea di suonare una precisa struttura o una forma canonica in qualche modo attenua la mia curiosità. Questo rappresenta in certi casi un problema, in quanto moltissime persone cercano invece il riconoscibile in ciò che ascoltano. Il mio interesse è produrre una musica in grado di spegnere la macchina dei pensieri, che possa rapire la mente e portarla non dove vuole l’ascoltatore, ma dove il nostro inconscio cela la propria personalità.

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Cosa significa incidere un CD oggi? Ha ancora senso, e perché, realizzare una nuova produzione discografica?
Incidere un CD oggi… Beh sì, ha molto senso, ma per noi stessi. Mettere su carta e poi in forma definita il proprio pensiero è necessario per un musicista, per la sua personale ricerca. Se i grandi autori del passato avessero potuto registrare tutte le loro idee, chissà quanti elementi in più avremmo potuto conoscere oggi. Certo è che incidere un disco con quell’idea che appartiene ormai a vent’anni fa non funziona più; non si realizzano i dischi per vendere. Come ci faceva notare il M° Berio, la storia della discografia è una piccolissima parte della storia della musica e in un certo modo ha contribuito a complicare le cose. Io insegno e i miei allievi non sanno neanche cosa sia un CD audio. Un’idea molto romantica, ma per me la musica è dal vivo. Quindi sì all’incisione, sì al progetto, sì alla divulgazione di quel contenitore che oggi più che mai è simile a un libro, a un quadro, a un autoritratto. Ma no alla speranza che ciò possa diventare una fonte di guadagno.

Veniamo alle tue ultime produzioni discografiche. Quando nasce l’idea di entrare in studio?
Quando mi appare forte una nuova immagine di me e del mio autoritratto. Ho sempre in testa di essere in mare, sui palchi, in studio. Quando le mie idee e i miei suoni diventano definibili, allora nasce il desiderio di dargli una forma ordinata e compiuta nello spazio. Organizzare gli spazi è uno degli aspetti più interessanti, per poi cercare di dare l’idea che l’organizzazione non ci sia più. Un po’ come L’Isola Gioiosa di Debussy, un brano così libero che a un primo ascolto non ci si accorge nemmeno della struttura aurea che lo definisce.

E come nasce il gruppo e la selezione del repertorio?
Nel mio caso il primo aspetto è quello umano, sempre. Se la persona con la quale devo suonare non ha quel particolare appeal caratteriale capace di entrare in sintonia, per me non è possibile suonare insieme, e questo aspetto viene prima della bravura, che non è racchiusa in un discorso di abilità tecniche, ma necessariamente espressive. A quel punto il repertorio viene da sé, una normale conseguenza del nostro conversare con i suoni. Infatti non ho mai trovato molto stimolante una jam: divertente sì… ma piuttosto un gioco. Creare un repertorio equivale a determinare la propria personalità. Un progetto lo vedo come un’entità a sé stante, vitale e particolare come un individuo, con il proprio modo di scherzare, di esprimersi e anche di non andare d’accordo. Altrimenti che persone vere saremmo?

Quanto è importante, per te, trovare un equilibro tra scrittura e improvvisazione? Come si muove, a riguardo, il tuo gruppo?
Trovo che ci sia una coesione strettissima e quasi invisibile. Non ho mai apprezzato il termine improvvisare, che al di là del suo significato (vedere prima), fa pensare a qualcosa che si realizza su due piedi, lì per lì. No, per me non è così. Improvvisare è il frutto della sintesi di un lavoro, di ricerca e messa a fuoco. Quando noi incontriamo una persona e improvvisiamo una conversazione abbiamo un background culturale molto alto che ci permette di muoverci all’interno del dialogo. Nella musica è uguale: dopo gli schemi e le strategie nasce il linguaggio. L’improvvisazione, nel mio caso, permette di mantenere la musica interessante, di sorprendere, di fondersi con le personalità dei musicisti con i quali suono. Per questo non possiamo escludere la scrittura, le colonne portanti della nostra forma espressiva. Sviluppo il discorso con il linguaggio vivo dell’improvvisazione ma la definizione di tale sviluppo si trova nella scrittura.

E poi c’è il suono della band, oltreché del tuo strumento. Avevi dei modelli di riferimento?
Alcuni riferimenti li trovo in Ravel, in Roscoe Mitchell, altri ancora in John Surman e in Gianluigi Trovesi e nasce così un suono globale più importante del solista stesso. La musica da camera è una dimensione per me ideale, nel senso che essa esprime sia gli strumenti che le diverse personalità degli artisti, dando vita a un unico suono, come se i musicisti fossero risuonatori di identità. Se si sostituisce un elemento in un progetto musicale, quel progetto non sarà più lo stesso, per suono, per empatia, per tutto. Il suono della band mi fa capire se si sta realizzando effettivamente parte del mio autoritratto. In tal caso vuol dire che quello è il mio posto.

Come cambia la tua musica sul palco?
Strutturalmente non molto, perché è davvero come se il suono fosse già dato. Cambia l’ordine dei fattori, ma non il risultato. Una volta che il progetto è definito su CD, dal vivo si evolve moltissimo espressivamente concerto dopo concerto, sia per la maturità dello stare insieme sul palco a raccontarsi, sia per gli scambi emozionali con gli ascoltatori. Diciamo che acquista vitalità, e la sua forma compositivo/espressiva si evolve in sintonia con questo aspetto.

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E cosa ha aggiunto questo tuo ultimo CD alla tua carriera? Cosa è cambiato nel corso della tua vita artistica?
Questo è sicuramente il disco che più mi rappresenta. Suonare insieme a Garrison Fewell è stata un’esperienza perfetta per la mia ricerca ed esigenza espressiva. Dopo un nostro primo concerto venni invitato da Garrison a realizzare un progetto insieme: aveva ascoltato e apprezzato la mia musica. Fu immediata sintonia. Tremavo come una foglia al vento, non per paura ma per l’emozione. Suonare con una personalità della sua levatura è stato incredibile. Era buffo quando mi diceva che certe cose non le voleva fare perché non si riteneva all’altezza… ed erano invece stupende. Abbiamo cercato di inserire gli elementi che facevano parte delle nostre vite ed è stato tutto così facile! Le cose venivano fuori come se fossero già state suonate, trovavano equilibrio e amplificazione empatica. Dopo un po’ che suonavo, sentivo chiaramente la musica senza fare caso alle note. Garrison mi ha fatto capire che era già tutto lì, dovevo solo lasciarlo uscire seguendo il flusso, collegando ciò che galleggiava, dando una forma che va al di là delle note, senza frenare però la comparsa di una melodia. Il nostro punto in comune era la passione per Bach, e ciò ci permetteva di passare tranquillamente da una forma standard a una forma libera: l’unica direzione e l’unica via da percorrere era quella di non perdere la strada, di rimanere sulle proprie idee riuscendo a cambiarle in base alla musica dell’altro. Insegnamento che peraltro troviamo fra le note dei grandi musicisti, come Monk, Coltrane e Davis. Nel disco sono presenti composizioni scritte e strutturate, nulla è libero e dato dal momento, ma progettato attraverso partiture parametriche e non. “Inverso” è un gioco di equilibrio tra gli opposti, opposti che ritroviamo tra le composizione stesse del disco.

cd inverso

Ad oggi, ci racconti la più grande soddisfazione vissuta grazie a questo tuo cd?
Beh potrei dire i diversi passaggi radiofonici e alcune recensioni, ma come all’inizio e alla fine di ogni progetto, sento sempre il desiderio di crescita, di dimostrare a me stesso se sarò in grado di raggiungere un certo risultato. Questo progetto mi ha fatto sentire così. In poche parole, mi ha fatto crescere, e mi ha dato movimento verso il futuro e verso il prossimo CD da realizzare. Uno dei grandi limiti che spesso sento sui palchi è l’egocentrismo di chi pensa di essere arrivato. Io sono felice di sapere che sono sulla strada, e spero di non arrivare mai. Grazie agli insegnamenti di Garrison ho potuto incontrare la musicalità dell’amico e chitarrista Andrea Massaria. Con lui e con il batterista Massimiliano Furia abbiamo formato gli Hapax Trio. Con questa formazione stiamo lavorando a un nuovo disco, un progetto legato agli Haiku, poesie ermetiche brevissime che si prestano perfettamente alla narrativa compositiva nata dal CD “Inverso”. La soddisfazione di aver suonato con una persona e un musicista come Garrison ha superato tutte le mie aspettative umane e musicali. E questo mi basta. Nutro speranze analoghe col Trio Hapax, con Andrea e Massimiliano, perchè stiamo studiando insieme il modo di crescere e comunicare con i nostri suoni, al confine tra conosciuto e sconosciuto. Componiamo partiture grafiche, parametriche e diverse note. A volte il difficile è proprio seguire un’idea con totale devozione.