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Intervista a Marcello Claudio Cassanelli

Intervista a Marcello Claudio Cassanelli

29 novembre 2018

Di Arianna Guerin

In occasione dell’uscita del suo primo CD da solista, “Overtour”, edito dall’etichetta Dodicilune, abbiamo intervistato il pianista, polistrumentista e compositore Marcello Claudio Cassanelli, per scoprire questo suo album d’esordio, ma anche la sua storia e le caratteristiche della sua musica.

Iniziamo con il conoscerti meglio; raccontaci un po’ di te: dove e quando sei nato, com’è nata la tua passione per la musica e come ti sei avvicinato alla musica jazz.
Sono nato a Vignola, in provincia di Modena nell’agosto del 1981 e sono cresciuto immerso nella musica. Provengo infatti da una famiglia di appassionati di musica: il mio bisnonno suonava il trombone nella banda del paese agli inizi del Novecento, mio nonno suonava il violino e mio padre è stato cantautore, quindi sin da bambino sono stato circondato da strumenti musicali, amplificatori e dischi.
A sette anni ho iniziato a suonare il pianoforte e a undici il flauto traverso. Ho frequentato il conservatorio per studiare entrambi gli strumenti, e ha prevalso l’interesse per il pianoforte, per il quale ho poi conseguito il diploma.
Inizialmente i miei gusti musicali erano esclusivamente legati alla musica classica, poi durante l’adolescenza ho ripreso l’ascolto dei dischi che i miei genitori mi facevano ascoltare da bambino, e grazie al desiderio di scoprire musiche sempre diverse sono approdato al jazz.

Tu sei un pianista, ma anche polistrumentista, compositore e didatta, insomma un professionista decisamente versatile: che significa vivere la musica in modo così trasversale?
Significa dedicarmi con passione a ciò che amo, ed avere una grande responsabilità per quanto riguarda la didattica. Anche se è molto impegnativo, è una soddisfazione per me riuscire a portare avanti tutte queste attività.

 

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Quali sono le caratteristiche della tua musica? Cosa vuole esprimere?
Attraverso la mia musica vorrei trasmettere emozioni di spensieratezza, o di felicità. A volte associo alcune melodie o combinazioni di suoni a immagini che mi passano per la mente. Spesso immagino di vedere tante persone che ballano felici, e penso che quelle persone stiano ballando la mia musica.

Che ne pensi del mondo del jazz italiano?
Mi pare che l’Italia sia attenta a questo genere musicale e che stiano nascendo nuove realtà culturali che lo supportano. Ricordiamoci che il jazz racchiude al suo interno tanti stili, anche molto diversi tra loro, e sarà importante dare spazio in ugual modo a tutte queste sfaccettature per una coesa valorizzazione del genere musicale.

E come definiresti in generale il jazz oggi?
Ritengo che il jazz sia un linguaggio che si adatta alle epoche e che stia crescendo. Credo che questa musica debba mantenere le proprie caratteristiche strutturali affinché possa essere definita tale, ma allo stesso tempo debba talvolta dissociarsi dal concetto di swing, lasciando spazio a diverse pronunce esistenti nelle culture musicali di tutto il mondo. In questo modo il jazz può crescere e arricchirsi senza limitarsi al solo stile di determinate epoche passate o luoghi.

L’industria musicale negli ultimi tempi è fortemente cambiata per l’avvento del digitale: che senso ha oggi secondo te produrre un album su supporto fisico?
Lo streaming ha indubbiamente abbassato la qualità media degli ascolti, soprattutto fra i giovani, che riproducono spesso la musica sui dispositivi mobili. Mantenere la produzione su supporto fisico è quindi fondamentale per poter fruire al meglio dei contenuti, e noto con piacere che molti musicisti pubblicano oggi dischi in vinile. Penso che sia importante ridare nuova vita a questo supporto fisico.

Parliamo ora del tuo primo CD da solista, “Overtour”: raccontaci il significato del titolo, la composizione dei brani, la scelta della formazione, il suo sapore stilistico e cosa vorresti trasmettere al pubblico.
Il disco è costruito sulla base del “piano trio” e il titolo “Overtour” contiene un duplice significato. L’ouverture è solitamente il brano di apertura di ogni opera o balletto quindi, oltre a una rievocazione dei miei passati studi classici, in questo termine è intrinseco il significato di inizio di un percorso, che parte appunto dal mio primo disco. Allo stesso tempo ho ricevuto stimoli e ispirazioni per i brani durante alcuni viaggi in Europa, e da qui il termine “tour”. I primi brani infatti hanno come titolo due tra i luoghi che ho visitato. Bairro Alto è ricca di ritmo, battiti di mani, e contemporaneamente improvvisazioni che ricordano i toni del fado portoghese. Kotor Bay, di carattere latino, è una mia descrizione musicale dei paesaggi che contraddistinguono questo luogo suggestivo.
Traspare inoltre la mia ricerca stilistica e lo studio del linguaggio di Chick Corea ed Herbie Hancock, che rappresentano in questo disco i miei riferimenti principali. Oltre al pianoforte suono infatti il piano elettrico Rhodes, strumento sul quale ho elaborato la mia tesi di laurea del biennio specialistico in musica jazz, oppure il sintetizzatore Moog, che conduce immediatamente l’ascoltatore in un mondo sonoro inconfondibile. Ad esempio il brano che dà il titolo al disco è un breve intermezzo composto appositamente per questi due strumenti, mentre per altri brani ho preferito arricchire la timbrica, aggiungendo sax alto, oppure flauto e voce all’unisono.

Tu dirigi anche la scuola di musica “Ponte Alto Graziosi” a Savignano sul Panaro (MO): com’è organizzata e quali sono i tuoi obiettivi didattici?
Ho fondato questa scuola nel 2012 nel piccolo paese dove risiedo e grazie all’associazione culturale “Ponte Alto Graziosi”, che mi ha permesso di realizzare questo progetto, è nata una bella realtà di divulgazione musicale.
Il mio obiettivo didattico consiste nel trasmettere la musica ai ragazzi come un’arte creativa che possa essere manipolata e fatta propria, piuttosto che un semplice linguaggio da riprodurre senza possibilità di interagirvi. Molti miei allievi sono anche piccoli compositori e sfruttano sin da subito le conoscenze acquisite per creare musica o addirittura improvvisare.

E per finire, come pensi che si possano avvicinare oggi i giovani alla musica jazz?
Sicuramente stimolandoli attraverso ascolti e portandoli ai concerti. Sono certo che il jazz sarà sempre più considerato tra i giovani perché permette di esprimere totalmente la propria personalità musicale.