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Il poeta delle note<br />Intervista a Marco Detto

Il poeta delle note
Intervista a Marco Detto

19 ottobre 2017

Trent’anni di attività, quindici dischi alle spalle, innumerevoli collaborazioni con i migliori musicisti del panorama jazz internazionale da Peter Erskine a Eddie Gomez, da Franco Cerri a Gianni Basso, da Emanuele Cisi a Palle Danielsson a Lenny White solo per citarne alcuni, Marco Detto è sicuramente uno dei più interessanti pianisti e prolifici compositori italiani. Lo abbiamo incontrato ed insieme ripercorso la sua lunga carriera conoscendo meglio la sua musica ed il suo mondo.

Di Alessandro Carabelli

La tua lunga carriera è costellata da collaborazioni con artisti che hanno scritto la storia del jazz come Peter Erskine, Eddie Gomez, Palle Danielsson, Lenny White: raccontaci di questi incontri.
Ho incontrato Peter Erskine e Palle Danielsson nel 1994 in occasione della registrazione del mio secondo CD “La danza dei ricordi”. Ricordo che gli inviai il mio primo lavoro “I sogni di Dick” e una cassetta con i nuovi brani chiedendo se volessero far parte di questo progetto. Poco tempo dopo mi confermarono la loro partecipazione e mi espressero il loro gradimento per le mie composizioni. Suonare con due grandi artisti come loro fu un’esperienza fantastica ed emozionante. L’intesa fu immediata. Incidemmo in un solo giorno l’intero disco.
L’attenzione che rivolgo alle melodie, l’aspetto melodico compositivo e l’interpretazione delle stesse, furono apprezzate, in seguito, anche da Eddie Gomez che nel 2000 mi chiamò a sostituire McCoy Tyner e Chick Corea per un tributo a Bill Evans. Della formazione facevano parte anche Lanny White e Jeremy Steig. Per me fu un’esperienza molto importante ed un grande onore. Confrontarmi con musicisti di quel calibro mi ha permesso di crescere moltissimo artisticamente e mi ha dato nuovi stimoli a tal punto da portarmi a registrare, l’anno successivo a New York, il cd “What a wonderful world” con Eddie Gomez e Lenny White, cui fece seguito un fortunato tour italiano.

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Nella tua vasta discografia emergono diversi lavori per piano solo, si direbbe che questa sia la dimensione che ti soddisfa meglio. Ti senti più a tuo agio, più libero?
Diciamo che nella dimensione del piano solo c’è sicuramente più senso del rischio ma anche di grande libertà. La sensazione di grande intimità ti spinge ad esprimerti in modo differente, ti porta a suonare con più attenzione alle dinamiche e alla natura del suono. Ci si confronta con se stessi in modo particolarmente intenso, profondo e riflessivo. Tuttavia, oltre alla dimensione del piano solo, amo molto il piano trio anche se, il penultimo lavoro “In the mean time”, l’ho concepito pensando ad un organico allargato. Le formazioni che usi nelle registrazioni devono comunque essere un colore che sappia adattasi bene alle composizioni e alle atmosfere che vuoi creare e trasmettere.

A proposito di colori, tutti i tuoi Cd sono sempre caratterizzati da copertine molto belle che si distinguono e catturano l’attenzione
Quasi tutte sono opere della mia compagna Annalisa Parisii che è una pittrice e che con le sue tele riesce sempre ad esprimere forti emozioni e grande comunicatività. Sa risaltare ed esprimere visivamente quelle sensazioni e quelle emozioni che io cerco di comunicare con la musica. Esiste una grande empatia e una forte sinergia tra di noi.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?
Mi piace tutta la buona musica, di qualunque genere. Ci sono diversi artisti che ho amato e amo ancora tantissimo e che hanno contribuito alla mia formazione e ad ispirarmi negli anni, come ad esempio Erroll Garner, T. Monk, Lee Konitz, Bill Evans, Keith Jarrett, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Chick Corea, McCoy Tyner, Paul Blay e molti altri.

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Sei considerato un grande improvvisatore e le tue composizioni, caratterizzate da un lirismo particolare, ti hanno spesso fatto ottenere lusinghieri riconoscimenti anche all’estero (ricordiamo che alcuni suoi brani hanno ricevuto “l’Honorable Mention” nella categoria jazz all’International Songwriting Competition 2006/2010 (ISC). Quale è il tuo approccio alla scrittura e alla musica in generale
Penso che l’improvvisazione possa considerarsi come la ricerca di una successione di belle note e che l’esecutore debba essere il primo ad emozionarsi e a sorprendersi cercando sempre strade nuove per nuove melodie. Credo si debba soprattutto perseguire la semplicità, che è sempre frutto di un pensiero complesso. Quando si affronta un brano che si è suonato mille volte e sempre in maniera diversa, bisogna eseguirlo con la freschezza del primo incontro e l’intensità dell’ultimo, facendo tesoro di tutte le esperienze del passato. Personalmente, quando suono standard conosciuti, invento ogni volta nuovi approcci che mi permettano l’invenzione di una melodia naturale e non preparata. Limito l’abuso di pattern al fine di evitare un processo creativo meccanico privilegiando cuore, mente ed energia.

Sei docente in pianoforte jazz in diverse strutture: quale è il consiglio che da ai suoi allievi per diventare dei bravi musicisti?
La musica è un linguaggio e penso si debba cercare di essere il più possibile comunicativi, onesti, semplici, curiosi. Niente deve essere preparato, costruito, artefatto. Deve arrivare naturalmente, frutto di un lungo lavoro coscienzioso ma consapevole. Bisogna lasciare parlare le emozioni e suonare ciò che si è e non ciò che si vorrebbe essere. Certamente per fare tutto ciò e per ritrovare quella consapevole ingenuità e spontaneità nel suonare, ci vuole studio e una dedizione costante per trascendere e permettere l’inizio di un viaggio meraviglioso e senza fine nel mondo della musica. Naturalmente non mi considero il portatore di verità assolute, sono anche io un viandante che ha intrapreso questo viaggio infinito.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Per il futuro ci sono molte cose in cantiere: dai concerti alla realizzazione di un nuovo disco con nuovi brani originali. Tante idee, tanti progetti e soprattutto tanto entusiasmo e passione per la musica.