20 marzo 2026
Tra energia e maturità il giovane pianista turco guida un trio di straordinaria coesione nel segno della nuova scena jazz europea
Nel cartellone della ventottesima edizione del Bollate Jazz Meeting – quest’anno dedicata ai cinquant’anni della storica etichetta Red Records – il concerto del 16 marzo dell’Hakan Başar Trio si è imposto come uno dei momenti più intensi e rivelatori dell’intera rassegna, non solo per l’energia sprigionata sul palco, ma anche per la sensazione, netta, di trovarsi di fronte a un talento già pienamente formato, capace di parlare una lingua personale pur muovendosi dentro una tradizione profondamente assimilata.
Il trio – completato da Michelangelo Scandroglio al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria – si presenta con un’attitudine rilassata, quasi informale. Ma dietro quella naturalezza si intravede subito un percorso solido: Başar, classe 2004, è uno di quei rari talenti precoci che hanno bruciato le tappe, esibendosi sin da giovanissimo nei principali festival turchi e internazionali e attirando l’attenzione di figure come Chick Corea, che ne aveva intuito il potenziale già agli esordi. Il suo sviluppo artistico, passato anche attraverso l’esperienza internazionale dell’album “On Top of the Roof” e culminato oggi nel più maturo “Maiden Voyage”, trova nel contesto del trio una dimensione espressiva particolarmente efficace.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Bastano poche battute di Lotus Blossom per capire che il terreno sarà tutt’altro che leggero: il suono prende subito corpo, il ritmo si accende e Başar comincia a intrecciare le linee pianistiche con la propria voce, utilizzata come estensione naturale dello strumento. È una cifra stilistica che colpisce per freschezza, anche se talvolta rischia di diventare elemento ridondante, soprattutto nei passaggi più densi, un aspetto che, con il tempo, potrà trovare una misura ancora più essenziale ed efficace.
Il repertorio attinge in larga parte da “Maiden Voyage”, recente lavoro discografico pubblicato proprio dalla Red Records, e si sviluppa lungo un percorso dinamico e ben calibrato. In Compassion emerge una dimensione più rarefatta, quasi sospesa, dove ogni nota viene lasciata respirare prima di essere rilanciata in un crescendo ritmico che sfocia in un serrato dialogo tra pianoforte e batteria. Ed è qui che si coglie uno degli elementi più convincenti del trio: l’interplay. Scandroglio e Guerra non accompagnano, ma costruiscono insieme a Başar una narrazione condivisa, fatta di ascolto reciproco e reazioni immediate. Non è un caso: Michelangelo Scandroglio, tra i contrabbassisti più interessanti della nuova scena europea, porta con sé un bagaglio già ricco di riconoscimenti internazionali – dal Riga International Jazz Bass Competition al Getxo Jazz Competition – oltre all’esperienza maturata nel programma Betty Carter Jazz Ahead del Kennedy Center. Il suo suono è profondo, elastico, capace di sostenere e al tempo stesso rilanciare il discorso musicale.
Accanto a lui Bernardo Guerra rappresenta una garanzia di solidità e visione: formatosi tra Italia e Stati Uniti, con studi e collaborazioni che lo hanno portato a lavorare insieme a figure di primo piano della scena jazzistica, è oggi una presenza stabile in contesti di alto profilo, tra cui il progetto “Napoli Trip” di Stefano Bollani. La sua batteria, sempre misurata e mai invasiva, dimostra una rara capacità di adattamento timbrico e dinamico.
Con Cyclic l’energia torna a farsi incandescente: Başar “danza” letteralmente sul pianoforte, alternando slanci virtuosistici a passaggi di grande controllo dinamico, mentre il trio si muove compatto tra pieni e vuoti, luci e ombre. In Prism il clima cambia ancora: le spazzole di Guerra disegnano una trama delicata, il contrabbasso di Scandroglio sostiene e dialoga con eleganza e il pianoforte si apre a suggestioni quasi cameristiche, dimostrando una maturità timbrica non comune per un musicista della sua età.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Ascenseur Ok riporta il set su coordinate più energiche, con richiami evidenti alla tradizione jazzistica, ma sempre filtrati attraverso una sensibilità contemporanea. Poi arriva uno dei momenti più intensi del concerto con Nardis: l’introduzione in piano solo è lirica, cinematografica e profondamente personale. Quando contrabbasso e batteria entrano, il brano si trasforma in un vortice sonoro di grande impatto, accolto da un applauso lungo e convinto.
In Inception il trio raggiunge forse il punto più alto in termini di coesione: tutto scorre con naturalezza, senza forzature, in un equilibrio perfetto tra scrittura e improvvisazione. Başar continua a utilizzare la voce come ulteriore strumento, lanciando frammenti melodici che si intrecciano con le linee pianistiche in modo organico e mai manieristico. C’è consapevolezza, ma anche evidente piacere nel fare musica insieme.
Il pubblico, ormai completamente immerso nel flusso del concerto, richiama i musicisti sul palco per un bis. La scelta cade su Autumn Leaves, affrontata con rispetto ma senza alcun timore reverenziale: il tema emerge per accenni, quasi scomposto e ricostruito, mentre gli assoli di Scandroglio e Guerra si distinguono per solidità e inventiva. È una chiusura elegante, che lascia una traccia nitida nella memoria.

In questi giorni italiani il trio ha toccato anche Avellino e Milano, con una presenza significativa anche in ambito radiofonico – da Radio Popolare a RAI Radio 3 – contribuendo a consolidare un percorso artistico in rapida ascesa.
Hakan Başar non è più soltanto una promessa, è già una realtà. Ma, proprio per questo, il punto non è più stupirsi della sua età o della sua precocità; il punto è capire fin dove potrà spingersi con questa ricerca, quanto saprà sottrarre oltre che aggiungere, quanto riuscirà a trasformare l’energia in visione compiuta. Se questo concerto rappresenta una fotografia del presente, allora il futuro – più che promettente – è una questione aperta, e decisamente interessante.
a cura di A.V.O.
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Photo Credit To Roberto Cifarelli
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