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I vent’anni dell’AH-UM Milano Jazz Festival: intervista ad Antonio Ribatti

I vent’anni dell’AH-UM Milano Jazz Festival: intervista ad Antonio Ribatti

1 gennaio 2020

L’AH-UM Milano Jazz Festival si appresta a festeggiare il prestigioso traguardo dei vent’anni di attività nell’anno appena iniziato: per l’occasione abbiamo intervistato il suo direttore artistico, Antonio Ribatti.

di Luciano Vanni

AH-UM nasce nel 2000 e compie vent’anni. Come e perché nacque?
AH-UM prende vita da un’esigenza chiara: quella di creare a Milano un festival che fosse una vetrina di progetti musicali originali, per sopperire a un vuoto d’iniziative dedicate alla musica creativa verificatosi in modo sostanziale nella seconda metà degli anni Novanta. In quel periodo diversi storici jazz club chiusero i battenti, così come furono annullate numerose rassegne e festival. Così, nel settembre del 2000, Tito Mangialajo Rantzer, Alberto Tacchini, Ferdinando Faraò ed io ci riunimmo a casa di Paolo Botti per dare vita al Collettivo Jam, che ebbe sin da subito il supporto incondizionato di alcune figure di riferimento del jazz italiano come Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Daniele Cavallanti, Tiziano Tononi e molti altri ancora. Il festival aprì i battenti il 17 novembre, presso il Teatro Edi, alla Barona, un quartiere periferico della città, nonostante la relativa vicinanza ai Navigli. Le prime cinque edizioni (2000-2005) rappresentano sicuramente la fase più avanguardistica, quella che amo chiamare «IMPROVVISA-AZIONE» di un festival completamente autogestito e vissuto in modo condiviso da tutti coloro che vi partecipavano.

E perché si fece riferimento a Mingus?
Beh sicuramente quello che tutti apprezzavamo di Charles Mingus era la sua visione collettiva della musica e la sua capacità di tenere un piede nella tradizione e fare al tempo stesso molti passi in avanti, tendere alla totale libertà espressiva e amare la capacità di “organizzare” la musica di un gigante come Duke Ellington. In “Mingus Ah Um”, poi, memorabile album del 1959, si manifesta in modo grandioso la sua capacità di frullare swing, soul e improvvisazione in qualcosa di assolutamente nuovo. Ma a dire il vero, più che il disco in sé, volemmo omaggiare la personalità di Mingus, musicista perennemente controcorrente e sempre alla ricerca di un’alternativa al senso comune delle cose. Inoltre, egli fu tra gli organizzatori di un festival che per noi è stato fonte di ispirazione fondamentale: il Newport Rebels, svoltosi nel 1960. Charles Mingus e Max Roach, con l’ausilio di un gruppo di grandi jazzisti come Eric Dolphy, Abbey Lincoln, Booker Ervin, Roy Eldridge, Booker Little e Tommy Flanagan, organizzarono il contro-festival del ben più noto Newport Jazz Festival, ritenuto allora troppo commerciale e poco attento alla musica di ricerca. In quel caso i musicisti si occuparono di tutta l’organizzazione, dedicandosi anche agli aspetti tecnici, amministrativi e promozionali, la stessa cosa quindi che decidemmo di fare noi dando vita all’AH-UM Jazz Festival.

Come era la Milano di vent’anni fa? E cosa è cambiato da allora in ambito jazz?
Milano è sempre stata una città proiettata in avanti rispetto al resto della nazione, a ben vedere è una piccola metropoli ma da sempre è capace di assorbire e di metabolizzare le più svariate influenze e di dettare le regole di fenomeni giovanili, nonché nuove mode e tendenze, oggi più che mai! Noi che ci viviamo non ce ne accorgiamo più di tanto, anche perché siamo quasi sempre indaffarati e soliti a replicare la retorica tiritera di quanto fosse più vera la Milano del passato.
Quando è nato AH-UM, la Milano del jazz era tornata ad essere una specie di landa desolata. Il Capolinea e il Tangram (certamente i club più significativi della città, almeno dal punto di vista della programmazione) avevano chiuso i battenti. Sopravviveva Le Scimmie, l’ascesa e il declino del Graffiti fu un lampo, il Nordest Caffé aveva cominciato a programmare da pochi anni e il Blue Note avrebbe aperto soltanto nel 2003. Io nel 2001-2002 gestivo l’unico jazz club con una programmazione importante: il Ventaglio Caffè, un locale avveniristico nelle sue fattezze dove ho avuto occasione di ospitare molti jazzisti italiani e alcune star internazionali come Charlie Mariano, Eddie Henderson e Ralph Alessi.
Milano continuava ad essere una città segreta, con una bellezza che puoi scoprire soltanto rallentando il ritmo e dedicandole del tempo, camminando per le vie intorno all’Accademia di Brera, ai Navigli o a Porta Venezia, quartiere ricco di architettura Liberty. Nel 2000 non c’erano più neppure alcuni importanti festival che prima si svolgevano in piazza Santo Stefano, al Teatro Ciak (dove oggi è stato costruito un condominio) o all’Arco della Pace. Anche per questo motivo ci sentimmo onorati quando la storica rivista Musica Jazz, nel 2008, presentò AH-UM come “unico erede dei gloriosi festival che la città ha perduto”. Oggi, per fortuna, a Milano si suona molto nonostante ci si lamenti in continuazione. Si suona praticamente quasi ovunque. Tuttavia tra i luoghi con programmazioni continuative e strutturati per fare musica è il caso di citare – oltre al celebre Blue Note – il Bachelite CLab, lo Spirit de Milan, la Santeria Social Club, il Garage Moulinski, Mare Culturale Urbano e l’Osteria Vecjo Friùl (con la direzione artistica di Cernusco Jazz). Nei dintorni di Milano vanno citati l’affidabile Bonaventura Music Club a Buccinasco e il Rho Jazz Club di recente apertura presso Villa Burba. Purtroppo luoghi unici come Il Vinile e la Salumeria della Musica hanno recentemente chiuso i battenti.
Per quanto riguarda i festival, oggi è inevitabile parlare di JAZZMI che in poco tempo si è notevolmente consolidato grazie all’alta professionalità delle realtà che lo producono, e cioè Ponderosa Music & Art, Triennale Teatro dell’Arte e Blue Note Milano e grazie al decisivo sostegno del Comune di Milano e di molti partner. JAZZMI è presentato come una rete di sinergie che collaborano insieme per la crescita, lo sviluppo e la diffusione del jazz. È un progetto innovativo che mette in rete un centinaio di location della città, media partner e i più importanti enti culturali. Tuttavia si basa su un modello che tende a valorizzare solo parzialmente le realtà che presidiano continuativamente il territorio. Finito il festival, per le piccole realtà si torna punto e a capo. Detto questo, è un bellissimo festival che merita di crescere e consolidarsi sempre di più, gode di uno staff efficiente e oltretutto stimo molto il suo direttore – Luciano Linzi – che considero un professionista davvero competente, oltre che un caro amico.
Approfitto di questo spazio per sottolineare quanto sia un peccato che a Milano, nonostante le numerose realtà che cercano di agire in sinergia, non ci sia mai stato un vero tavolo di confronto sul jazz. Per la verità, Filippo Del Corno, assessore comunale alla Cultura, ci ha provato, organizzando il Milano Jazz Network nel contesto di JAZZMI 2018. Al panel, oltre allo stesso Del Corno, sono intervenuti Luciano Linzi (per JAZZMI), Enrico Intra (per la Civica Scuola di Jazz), Tino Tracanna (come portavoce di Area M) e il sottoscritto per AH-UM. Peccato che a questa lodevole iniziativa non sia stato dato seguito con un calendario programmatico di incontri, come auspicavo e come mi sembrava logico che accadesse. Alla fine, sostanzialmente, ognuno torna a dedicarsi al suo orticello e fa quel che può.

A proposito. AH-UM è anche un collettivo. Che significato riveste, per te, questa parola?
Ad essere sinceri, l’idea di collettivo ha funzionato sino al 2008, sviluppando le sue attività in due fasi: la prima dal 2000 al 2005, con sede al Teatro Edi, come già raccontato; la seconda, invece, negli anni 2007 e 2008, quando, grazie al CRT, il Centro di Ricerca per il Teatro, trovammo ospitalità al Teatro dell’Arte. Fu un momento importante e di grande rilancio del festival, che si arricchì di molti contenuti e di eventi collaterali (mostre di grafica e di fotografia, incontri, workshop, proiezioni e così via). Poi il passaggio di gestione del teatro alla Triennale comportò un ulteriore cambio di rotta e il ripensamento generale del festival. In quel frangente presi completamente le redini della direzione artistica e decisi di portare il festival a un livello completamente diverso. Nel 2010 lo trasferii al quartiere Isola, dando vita al primo festival jazz a carattere territoriale di Milano. All’epoca ancora non esistevano né Piano City, né Area M né JAZZMI.
Dal 2010 al 2015, dunque, il festival si è avvalso della collaborazione di un intero quartiere, coinvolgendo vie, piazze, music club, locali, gallerie d’arte, ristoranti, teatri, spazi polifunzionali e attività commerciali di ogni genere. Abbiamo realizzato, in questo modo, un progetto di valorizzazione del quartiere, creando anche nuovi format come per esempio “I Giovedì all’Isola”, “Swing & Fish”, “Alfabeto di Città”, “Isola Jazz Club” e “Notte Lilla”: si tratta di eventi organizzati con le associazioni di categoria del quartiere, il cui obiettivo è quello di promuovere un progetto di cultura diffusa e di sviluppo di comunità.
In anni più recenti ho dovuto ridefinire nuovamente la forma di AH-UM, che innanzitutto oggi ha i connotati di una stagione che si sviluppa nell’intero anno solare e si presenta sempre di più come incubatore di diverse tipologie di progetti che si realizzano con modalità differenti e in contesti e luoghi diversi in Italia e guardando altresì sempre di più all’Europa.

Ad oggi firmate tre eventi, “AH-UM Jazz Festival”, “AH-UM Meets Europe” e “Parole al Vento”. Quali sono le loro identità?
Come ho già detto, oggi AH-UM è un incubatore che cerca di gestire in modo coerente proposte diverse ma sempre finalizzate a presentare progetti originali e nuove produzioni. In questi vent’anni di attività ho personalmente dato vita e seguito decine di rassegne in club, teatri e spazi alternativi. Ad oggi le rassegne attive sono “AH-UM Milano Jazz Festival”, finalizzato a proseguire quanto avviato nel 2000; “AH-UM Parole Al Vento” che ha un sottotitolo piuttosto esplicativo e cioè “canzoni fatte a mano raccontate dagli artisti”, il quale fa pensare all’arte performativa come a un qualcosa che sa ancora di artigianale e che coinvolge musicisti (Javier Girotto, Raffaele Casarano, Umberto Petrin…), attori (Neri Marcorè, Stefania Rocca, Ivano Marescotti…), scrittori (Stefano Benni, Claudio Sanfilippo, Gino Cervi…), cantautori e cantautrici (Peppe Servillo, Teresa De Sio, Mauro Ermanno Giovanardi, Cristina Donà, Tricarico, Nada…); “AH-UM LAB”, che ha un taglio squisitamente divulgativo e propone workshop di musicisti di diversa estrazione, come ad esempio Jay Clayton, Patrizia Laquidara, Massimo Giuntoli, Andrea Lombardini e Giovanni Mattaliano; “AH-UM Dancing On The Strings”, rassegna dedicata prevalentemente agli strumenti a corda che spazia tra diversi generi musicali (Anja Lechner, Rita Marcotulli, Roberto Cecchetto, Eloisa Manera, Trio Bobo, Greg Lamy, Bebo Ferra e Paolino Dalla Porta…); “AH-UM Meets Europe” (evoluzione della rassegna Go Over!), che guarda al nostro continente, specialmente a progetti condivisi tra musicisti italiani e colleghi francesi, norvegesi, tedeschi e lussemburghesi; e infine AH-UM coordina anche “Dialogo Tra Le Culture – Settimana per l’integrazione e contro ogni razzismo”, evento multidisciplinare che coinvolge numerose associazioni attive a Settimo Milanese. Insomma, non ci facciamo mancare niente!

Cosa significa promuovere la cultura della musica jazz, oggi, in Italia?
Significa assumersi una grande responsabilità, un carico di lavoro notevole che non sarà mai realmente ripagato né dal punto di vista economico, né dal punto di vista morale, a meno che non si riescano ad avere le risorse necessarie per interagire e comunicare in modo chiaro, corretto ed esaustivo con il pubblico, gli operatori del settore, le istituzioni e i potenziali partner privati. In questi anni di attività ho imparato che per lasciare un segno significativo è necessario avere consapevolezza dell’attualità in tutte le sue manifestazioni ed essere pragmatici oltre che programmatici. Bisogna essere in grado di fare sistema, essere credibili e puntare su contenuti innovativi, nonché avere una visione ampia e inclusiva. Uno dei miei motti è sempre stato “Se vuoi essere isola, devi farti amico l’oceano” e non in senso utilitaristico, ma di prospettiva. Ho sempre ritenuto fondamentale il lavoro di squadra, l’azione collettiva ed oggi più che mai credo che non si possa prescindere dalla creazione di network. Da questo punto di vista un grande lavoro oggi lo stanno facendo l’associazione MIDJ – Musicisti Italiani Di Jazz (di cui mi onoro di essere membro del direttivo nazionale), I-JAZZ (associazione dei festival italiani alla quale AH-UM aderisce da anni), Italia Jazz Club (associazione dei jazz club nazionali, alla cui nascita ho dato un contributo tecnico promuovendo con Ada Montellanico diversi incontri in Italia), ADEIDJ (associazione delle etichette indipendenti di jazz), Italy Jazz Network (associazione agenzie di management italiane afferenti alla musica afro-americana e di qualità), IJVAS (Il Jazz Va A Scuola) e AFIJ (Associazione Fotografi Italiani di Jazz). Queste realtà sono i sette pilastri sui quali si struttura la Federazione Nazionale Il Jazz Italiano, nata il 13 febbraio 2018 e presieduta da Paolo Fresu, il cui fine è il riconoscimento e la tutela dei valori e degli interessi culturali, sociali e imprenditoriali del sistema del jazz italiano, incentivando il dialogo e la collaborazione tra tutti i soggetti.

Con quale meccanismo produttivo finanziate la vostra attività?
AH-UM è nato come festival completamente autoprodotto e autofinanziato dal Collettivo Jam, è cresciuto sul volontariato e le risorse arrivavano dalla biglietteria e da qualche piccolo sponsor. Riuscivamo così, in parte, a pagare le spese vive (viaggi e ospitalità, service, backline, comunicazione…). Il resto veniva finanziato personalmente da Tacchini, Botti, Mangialajo e da me. In fase di rendicontazione era quasi un gioco rituale scommettere su quanto ognuno di noi avrebbe dovuto mettere di tasca propria per far quadrare i conti. Ma una situazione del genere non poteva più continuare a lungo, era necessario fare un salto di qualità verso un altro modello di business (se si può chiamare business qualcosa che nella migliore delle ipotesi si chiude con un pareggio di bilancio) e rendere il festival sostenibile. In definitiva, non abbiamo mai avuto sostegni economici da parte delle istituzioni. Solo in questi ultimi anni dobbiamo ringraziare Fondazione Cariplo e Regione Lombardia. Siamo sempre alla ricerca di co-produttori, sponsor, partner tecnici e media partner. Sulla biglietteria è meglio non fare più troppo affidamento, a causa del progressivo invecchiamento del pubblico e della sua faticosa rigenerazione, per non parlare della generale pigrizia indotta anche dai ritmi frenetici a cui tutti siamo sottoposti. Divano e pay-tv sono senz’altro più allettanti per tutti. Altri fattori come l’aumento smisurato dell’offerta di intrattenimento sotto ogni forma e una sempre maggiore abitudine alla gratuità, sul modello di quanto avvenuto per la musica liquida (che ha letteralmente disintegrato il mercato discografico), rendono imprevedibili le previsioni sugli incassi al botteghino, a meno che non si ospitino progetti di artisti molto noti al grande pubblico, meglio ancora se con una notevole presenza televisiva. Chiudo tornando sulla gratuità: a mio avviso la cultura va pagata, il giusto prezzo ma va pagata. Un concerto di jazz non può avere meno valore di un Vodka Sour o di due birre alla spina.

Se ti chiedessi che cosa distingue AH-UM dalle altre iniziative, cosa mi risponderesti?
Ovviamente, vivendo oneri e onori di una paternità per me così importante, potrei rispondere solo di pancia. Mi piacerebbe che fosse il pubblico che ha partecipato, i musicisti che hanno suonato o i giornalisti che ne hanno parlato a rispondere a questa domanda. Fin dalle origini, in condivisione con gli altri “padri” del festival, è stata fatta una scelta di campo molto precisa: prestare attenzione alla musica di ricerca e promuovere progetti sconosciuti al grande pubblico poiché lontani da logiche commerciali. Inevitabilmente, con il passare del tempo, molte cose sono cambiate e AH-UM non è diventato altro che un laboratorio di idee in continua evoluzione, capace di sperimentare sinergie in ogni possibile direzione. Continua a vivere grazie alla sua capacità di adattarsi e cerca di essere una sorta di “inno alla resilienza”. Personalmente, mi piace usare la musica come un forte valorizzatore di luoghi, esperienze e valori: questo cerco di fare quando progetto.

E per finire: tre buoni motivi per aver intrapreso questo lungo cammino di promoter e tre buone idee per il futuro!
Tra i motivi che ci hanno indotto a intraprendere il cammino ci sono sicuramente questi tre:
1) dare un palcoscenico a progetti originali, spesso esclusi dai principali festival e circuiti mediatici;
2) suggerire e sostenere la produzione di progetti originali con un alto contenuto di innovazione musicale;
3) formare un nuovo pubblico, cercando di arrivare a una più vasta platea di spettatori, ovvero coinvolgendo ogni generazione di ascoltatori: bambini, adolescenti, adulti e anziani.
Tre idee per il futuro:
1) consolidare l’idea di AH-UM come incubatore finalizzato ad agire nell’ambito della progettazione culturale e musicale, producendo esperienze creative e performative innovative, capaci di generare valore e che abbiano una connotazione etica, socialmente responsabile e sostenibile dal punto di vista ambientale, svolgendo un importante ruolo di sviluppatore di sinergie tra artisti, pubblico, operatori del settore e istituzioni;
2) consolidare AH-UM come una stagione concertistica che si sviluppa durante tutto l’anno (è così già da qualche tempo), con un calendario di appuntamenti tra loro eterogenei che si svolgono in luoghi diversi. Nel 2020, per esempio, apriremo la stagione il 5 febbraio a Settimo Milanese (all’Auditorium Comunale Anna Marchesini) con il concerto della portoghese Lula Pena, per poi proseguire al Cineteatro Astrolabio di Villasanta (MB) con la quinta edizione di “Parole Al Vento” (realizzata con Controluce società cooperativa). Non vanno dimenticati il Teatro Fontana di Milano e il Rho Jazz Club (in collaborazione con l’associazione Artchipel e MIDJ Lombardia) né Mare Culturale Urbano, a Milano, dove (in collaborazione con Cernusco Jazz) vorremmo varare una nuova stagione dedicata ai large ensemble, alle orchestre e alle big band intitolata “Jazz Megafono”, se otterremo gli appoggi istituzionali e gli aiuti dei privati;
3) ricostruire un pubblico per la musica di ricerca e di qualità, pubblico che sta invecchiando e che rischia via via di scomparire. Il tutto con un motto semplice, che adottiamo ormai da anni e che vorremmo fosse sempre più efficace e condiviso: «CULTURA È DIVERTIMENTO».

INFO

www.ah-um.it