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Havana Blue</br>Intervista ad Adriano Clemente

Havana Blue
Intervista ad Adriano Clemente

 

15 ottobre 2017

In occasione dell’uscita del suo secondo CD inciso da leader e dal titolo ‘Havana Blue’ [Dodicilune, 2017], torniamo a intervistare il compositore e polistrumentista Adriano Clemente che ci aveva particolarmente affascinati con il suo esordio discografico dal titolo “Mingus Suite” [Dodicilune, 2016]

Di Luciano Vanni

Innanzitutto presentati ai nostri lettori. Raccontaci come e quando hai deciso di dedicare la tua vita alla musica; quali sono stati i tuoi primi ascolti e i tuoi primi riferimenti espressivi.
Ho iniziato ad amare la musica da bambino. Ricordo che cantavo le arie delle opere quando avevo cinque o sei anni con una voce che imitava i tenori dell’epoca e poi, verso i dieci anni, ho iniziato a suonare la chitarra e il pianoforte, senza mai proseguire gli studi in conservatorio. Il progressive rock degli anni Settanta, e nello specifico King Crimson, Van Der Graaf Generator, Soft Machine, mi ha gradualmente avvicinato al jazz e contemporaneamente alla musica minimalistica di Terry Riley e di altri straordinari musicisti. Verso i sedici anni ho iniziato a mettere in musica le poesie di William Blake, un progetto che ho eseguito in concerto alla fine degli anni Settanta a Roma in locali come il Folk Studio: si trattava di musica ispirata al folk inglese e alla musica rinascimentale, con una formazione comprendente due voci, liuto e chitarra, e flauti. Negli anni Ottanta ho studiato musica indiana in India e in Nepal, nelle tradizioni khyal e dhrupad per il canto, e di musica strumentale hindustani per il sarod (strumento a plettro) e più recentemente ho prodotto “Across the Sky” con il nome d’arte Akashmani: un progetto di musica minimalista pubblicato dalla Amiata Records di Matteo Silva. Ho anche studiato pianoforte e sassofono approfondendo i principi dell’armonia e dell’arrangiamento nella musica jazz.

Arriviamo alla tua idea di musica.
Penso che il musicista in qualche modo sia un canale attraverso cui la musica fluisce in modo naturale, o che capti qualcosa che esiste nell’etere e la trasferisca poi nelle note del suo strumento: tutto questo filtrato dal proprio bagaglio di cultura musicale ed esperienza come ascoltatore; e a questo punto diventa un linguaggio con cui esprimere particolari stati d’animo e paesaggi interiori. La mia musica nasce principalmente improvvisando al pianoforte: quando mi sento ispirato faccio partire il registratore e poi con calma, riascoltando, lavoro sulle cose che mi sembrano interessanti. Ma non riesco a essere limitato a una categoria particolare, e scrivo musica di vari generi a seconda del colore che mi sembra più adatto a ciò che voglio esprimere. Ho fondato l’Akashmani Ensemble nel 2011 come un collettivo aperto di musicisti che possano eseguire la mia musica.

E poi c’è la tua produzione discografica. Con Jazzit abbiamo seguito con attenzione e curiosità il tuo “Mingus Suite” [Dodicilune] e ora ti presenti con una nuova produzione dall’orizzonte stilistico totalmente diverso e dal titolo “Havana Blue”.
Il mio primo cd “Mingus Suite” si basava in parte su composizioni che avevo utilizzato dal vivo, e siccome avevo scritto anche brani in stile “cubano” quando mi sono recato a l’Havana ho pensato di realizzare un progetto facendo partecipare musicisti locali. Come ho spiegato nelle note di copertina del CD, l’incontro con Leyanis Valdes, nipote di Bebo Valdes e figlio di Chucho, è stato fondamentale per collegarmi in qualche modo a una tradizione tuttora vivente. L’Havana pullula di talenti e il festival Jazz Plaza che si tiene ogni dicembre è una buona occasione per ascoltarli, cosa che ho fatto anche per scegliere i vari strumentisti.

E come nasce il gruppo e la selezione del repertorio?
Yuniet Lombida, un sassofonista che vive a l’Havana, mi ha aiutato a radunare i musicisti più adatti ad eseguire le mie musiche, e in breve tempo si è instaurato un rapporto di fiducia a livello musicale che ha dato modo di trovare una perfetta integrazione fra la mia scrittura e la loro esecuzione in stile tradizionale, specialmente per quanto riguarda le percussioni (congas, timbal, bongò) che seguono stilemi precisi a seconda che il brano venga riconosciuto come un danzon, un cha cha, un mambo, e così via, nonstante alla base ci sia sempre il principio della clave, qualcosa di estraneo all’educazione musicale occidentale, e ben distinto anche dalla pulsazione swing tipica del jazz.

Ci parli della tua scrittura musicale?
Nella maggior parte dei casi la mia scrittura è come una struttura di base che va poi riempita e abbellita dall’improvvisazione dei musicisti. E’ chiaro poi che in fase di missaggio sono io a scegliere gli interventi che mi sembrano più significativi rispetto al contesto. In altri casi, come in “Memories of Duke” della “Mingus Suite” e in “Havana Blue” dell’omonimo cd, la scrittura non prevede interventi solistici. In questa direzione ho rielaborato alcuni brani minimalisti per settetto, un progetto che non ho ancora registrato.

E poi c’è il suono della band, oltreché del tuo strumento. Avevi dei modelli di riferimento?
Il riferimento per Havana Blue è sicuramente la musica cubana degli anni 50, come quella delle orchestre di Bebo Valdes o di Mario Bauza. Così come in Mingus Suite, anche qui però ho dato spazio al carattere individuale di ogni solista, che ovviamente tende ad usare un linguaggio moderno. L’apporto dei solisti, sia come interpreti che improvvisatori, è comunque fondamentale.

Sei riuscito a promuovere un tour con questo nuovo ensemble?
Purtroppo, e nonostante il successo di critica della Mingus Suite, non sono ancora riuscito a portare sul palco neppure il settetto di musicisti italiani da cui è stata eseguita (Guidolotti, Fassi, Tittarelli, Corvini ecc.). Il progetto cubano poi andrebbe eseguito dai musicisti che lo hanno inciso, e sarebbe davvero fantastico riuscire ad organizzare qualcosa, come ha auspicato recentemente un giornalista recensendo “Havana Blue”. Magari qualcuno leggendo questa intervista si farà vivo….

Cosa è cambiato da ‘Mingus Suite’ ad oggi?
Sicuramente la soddisfazione di essere riuscito a interagire con musicisti cubani e produrre qualcosa che è piaciuta anche a loro. A questo CD ha fatto seguito un ulteriore progetto registrato a L’Havana lo scorso dicembre, con musicisti differenti, dove ho esplorato altri ritmi, e anche la musica a volte si muove in altre direzioni. Nel frattempo sto lavorando a un progetto che si ricollega in parte alla “Mingus Suite” ma il cui fulcro è un omaggio a Coltrane…sono già in contatto con Hamid Drake perché ho bisogno di un batterista con le sue qualità. Ho anche altre idee e spero che avverino. Sono comunque intento a perseguire diversi progetti, come appunto accennavo, anche non limitati specificamente al jazz.

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E per finire: ci racconti la più grande soddisfazione vissuta grazie a questo tuo cd?
La più grande soddisfazione è quando qualcuno ti incontra e ti ringrazia sinceramente per il piacere provato ascoltando la tua musica. E penso che questa sia una delle cose più belle che si possa fare con la musica.

 

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