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Gli “Unscientific Italians” e la musica di Bill Frisell: intervista a Zeno De Rossi e Francesco Bigoni
Photo Credit To Rudy Royston

Gli “Unscientific Italians” e la musica di Bill Frisell: intervista a Zeno De Rossi e Francesco Bigoni

6 febbraio 2024

Fra gli highlights più significativi dell’ultima edizione del Bologna Jazz Festival c’è stata di certo la serata in cui gli “Unscientific Italians”, coordinati da Alfonso Santimone, hanno preceduto per la prima volta l’esibizione del loro eroe, ovvero il visionario chitarrista Bill Frisell, presso un gremitissimo Teatro Duse. A circa un quindicennio dall’epifania di questo progetto, sospeso fra antivirtuosismo interpretativo, un grande gusto negli arrangiamenti basati su una ferrea conoscenza dei materiali originali e una quanto mai pregna dose di minimal free, è andato in scena un gioco di tensioni e distensioni esaltante e modernissimo, a suggellare gli interventi solistici, come li avrebbe probabilmente suggeriti Hal Willner, ascoltando un ribollente disco di Charlie Mingus. Ne abbiamo parlato con Francesco Bigoni Zeno De Rossi, membri paritari di un collettivo completato da Cristiano Arcelli, Piero Bittolo Bon, Rossano Emili, Danilo Gallo, Federico Pierantoni, Mirco Rubegni, Fulvio Sigurtà e Filippo Vignato, che prima di cedere il palco all’ispiratore di molte delle loro traiettorie artistiche, per eseguire il proprio set condiviso con Thomas Morgan e Rudy Royston, li ha raggiunti per suonare una calibratissima versione di Egg Radio, tratta dall’album “Quartet e poi ripresa in “Gone, Just Like A Train”, entrambi pubblicati dalla Nonesuch.

a cura di Vittorio Pio

Intanto partiamo dall’emozione condivisa sul palco con uno dei più umili titani della musica contemporanea…
Francesco Bigoni: È stata enorme. Un’intera giornata di festa, di scambio e di ricerca, che ha arricchito ulteriormente di senso un’esperienza, quella degli Unscientific Italians, che credo negli anni mi abbia cambiato profondamente come musicista e come persona. Abbiamo ascoltato a bordo palco il set di Bill Frisell con Thomas Morgan e Rudy Royston, che è stata una vera e propria lezione di improvvisazione. Tra un set e l’altro, Bill è salito a suonare con noi Egg Radio e lo ha fatto in accordo con quanto affermato sopra: senza conoscere il percorso che avevamo previsto per quel brano, senza appuntamenti predeterminati, con grande attenzione a preservare il senso del rischio e la specificità di quell’esecuzione.
Zeno De Rossi: Come diceva Francesco è stata veramente un’esperienza magica. Personalmente conosco Bill da trent’anni, ma ritrovarsi sullo stesso palco con lui, per lo più suonando la sua musica, è stato come vivere un sogno. A fine concerto anche lui era visibilmente emozionato, anche perché molti dei brani che abbiamo suonato non li sentiva da tantissimi anni.

Bill Frisell – Photo Credit To Monica Jane Frisell

Come avete proceduto alla selezione del materiale?
FB: Si tratta di un processo iniziato molti anni fa, probabilmente attorno al 2007, visto che il concerto d’esordio di Unscientific Italians risale all’ottobre del 2008, nel contesto di una due giorni dedicata al collettivo/etichetta “El Gallo Rojo” dal Centro d’Arte di Padova. Il confronto è avvenuto principalmente tra me, Zeno e Alfonso Santimone, che poi ha avuto l’ultima parola in quanto direttore dell’ensemble e arrangiatore della quasi totalità del materiale fino a questo punto. Credo che l’idea di Zeno fosse quella di realizzare una sintesi del percorso sonoro di Bill Frisell, ma poi Alfonso ha scelto di lavorare sui brani per lui più stimolanti a livello compositivo e magari meno frequentati dal vivo dallo stesso Frisell. Alla fine si tratta di un repertorio che sta tutto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: il disco “Before We Were Born” c’è praticamente tutto.

Vi siete confrontati con lui in fase di cernita o avete fatto tutto voi?
FB: Bill Frisell è un musicista che non ama dare indicazioni verbali, né in concerto, né fuori dal palco. Questo lo si legge nelle sue interviste e nella splendida biografia di Philip Watson uscita qualche anno fa, lo si ascolta nella sua musica, lo sperimenta chi ha la fortuna di trascorrere un po’ di tempo con lui. Per questo abbiamo scelto di curare il nostro repertorio in totale autonomia. In compenso, abbiamo cercato di coinvolgere Bill sin dall’inizio del nostro percorso, per condividerne le motivazioni. Da un lato, Unscientific Italians costituisce il riconoscimento del fatto che lui è per molti di noi un padre musicale; dall’altro, si tratta di un lavoro sul linguaggio, di una sorta di emanazione orchestrale delle sue sei corde e del suo universo sonoro. Bill ha capito in fretta le nostre intenzioni, ha mostrato sincera gratitudine per il nostro ricorso a materiali da lui abbandonati o comunque poco battuti e ci ha anche regalato i suoi disegni per le copertine dei nostri dischi.

Che tipo di sfida ha rappresentato ri-arrangiare la musica di Frisell, qual è il tratto distintivo delle sue composizioni?
FB: In due parole, direi l’eterofonia, la sottrazione e la geometria. Dicevo prima che Alfonso ha pensato agli otto strumenti a fiato come a una sorta di estensione delle sei corde della chitarra di Bill: la sfida – nella quale da qualche tempo mi sto cimentando anch’io, e un paio di brani sono già in repertorio – è quella di non rovinare quello che c’è, lasciandosi guidare dai suoni implicitamente suggeriti dalle versioni originali.

Francesco Bigoni – Photo Credit To Emanuele Maniscalco

Vi piaceva più quando era avanguardista con la Klein e quasi wah-wah, oppure adesso che suona musica “americana”?
FB: In generale, da performer mi interessa sempre meno distinguere tra dischi belli e brutti, concerti felici e infelici, periodi più o meno creativi: preferisco cercare di comprendere, attraverso l’empatia nel senso greco del termine, il perché di certe scelte espressive e di identificarmi con le artiste e gli artisti che ascolto. In quest’ottica, non trovo che il Frisell attuale sia meno radicale di quello con la Klein o la Gibson SG.
ZDR: Per me è una domanda alla quale è impossibile rispondere. Alla fine il suo modo di suonare non è cambiato. Nella sua musica, fin dagli esordi, c’è sempre stato il suo personalissimo modo di relazionarsi con la tradizione “americana”. Sono molto legato a tutti quei dischi realizzati con Kermit Driscoll e Joey Baron tra il 1988 e il 1995, anche perché sono quelli con cui sono cresciuto, vivendoli contemporaneamente. Ma sono altrettanto legato a dischi successivi, tra i quali mi fa piacere citare “Quartet” e uno dei più recenti, “Music Is”, il quale è stato la colonna sonora mia e di mia moglie durante la sua seconda gravidanza, che ha portato a un clamoroso parto trigemellare.

Quando avete scoperto/incontrato la sua musica?
FB: Nel 1993, al concerto del trio di Bill Frisell con Kermit Driscoll e Joey Baron, al Teatro Nuovo di Ferrara. Dopo molti anni ho scoperto che a quel concerto c’era anche Alfonso Santimone. Ero ancora un bambino e non avevo idea di chi fossero i musicisti sul palco: per me fu un vero e proprio imprinting musicale, mi aprì la porta di tanta musica che si faceva in quegli anni.
ZDR: La folgorazione per me è avvenuta ascoltando “Lookout For Hope”, del 1988. Pochi mesi prima il suo gruppo con Hank Roberts, Kermit Driscoll e Joey Baron venne a suonare a Verona a “Il Posto”, storico locale cittadino, ma purtroppo non andai a sentirli perché all’epoca non avevo idea di chi fossero. Dopo aver ascoltato il disco, ed essermi mangiato le mani per aver perso il concerto, la mia vita è cambiata. Ricordo di aver pensato che quello fosse il modo in cui avrei voluto suonare. Andai a comprare tutti i dischi di Bill, anche quelli in cui figurava come sideman, e ho continuato questa tradizione fino ai giorni nostri. Poco dopo lo ascoltai dal vivo per la prima volta, sempre a “Il Posto”, con il trio di Paul Motian nel 1990, uno dei concerti che mi ha segnato indelebilmente. Poi l’ho visto moltissime altre volte, con quasi tutti i suoi gruppi, con Motian e Joe Lovano, con Don Byron, con Ornette Coleman e con tantissimi altri, e in molti di questi concerti c’eri anche tu…

Se si volesse cercare di comprendere l’universo friselliano, cosa occorrerebbe mettere assolutamente in evidenza della sua opera e quale potrebbe essere un suo album sottostimato?
FB: Direi la complessità di questo universo, la sua relazione con diversi idiomi e modelli, l’essenzialità dei mezzi espressivi, il pensiero laterale. Altrimenti Bill Frisell, che ha raggiunto la meritata consacrazione a livello di pubblico e di critica, rischia di passare per un mero guitar hero. Tra i dischi sottovalutati o dimenticati scelgo il già citato “Before We Were Born” – davvero un disco seminale – ma anche “Richter 858”, un album del 2005 per quartetto d’archi ”spurio”: oltre al leader, ci sono Hank Roberts, Jenny Scheinman ed Eyvind Kang. L’incontro tra la musica di Bill Frisell e la pittura di Gerhard Richter potrebbe sembrare impossibile, vista la distanza di estetica e mondo interiore, e invece è davvero riuscito.
ZDR: Uno dei suoi dischi tutto sommato sottostimato è secondo me “Is That You?”. Se invece dovessi consigliarne uno per entrare nel suo universo, probabilmente direi “This Land”, che contiene alcune delle sue composizioni più iconiche. Inoltre in questo disco sono messe in evidenza un po’ tutte le caratteristiche peculiari della sua musica. Bill in tutti questi anni è sempre stato il mio musicista di riferimento. Le sue composizioni, il suo suono, il suo modo di suonare, la sua ironia, il suo approccio alla musica, risuonano in modo profondo dentro di me e arrivano dritti al cuore e all’anima. Ascoltarlo suonare è sempre un’esperienza straordinaria, in ogni sua nota c’è tutta la sua unicità e contemporaneamente è come se in qualche modo allo stesso tempo ascoltassi Thelonious Monk, Aaron Copland, Sonny Rollins, Hank Williams, Burt Bacharach, i Beatles, i Beach Boys, Bernard Herrmann e tantissimi altri suoi punti di riferimento.

Avete mai parlato della possibilità concreta di ritrovarvi anche in studio per registrare qualcosa assieme?
ZDR: In realtà non ne abbiamo mai parlato. Sarebbe ovviamente fantastico per tutti noi poter collaborare con lui a una registrazione. Certamente bisognerebbe ripensare agli equilibri delle orchestrazioni operate da Alfonso, che nel suo straordinario lavoro ha immaginato gli otto strumenti a fiato proprio come un’estensione delle sei corde di Bill. Una bella soddisfazione per me, Danilo Gallo e Alessandro “Asso” Stefana, è stato il suo intervento in remoto nel recente EP dei Guano Padano, “Back And Forth”, davvero molto emozionante.

Zeno De Rossi – Photo Credit To Barbara Rigon

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