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Giovanni Sollima e l’Orchestra Jazz Siciliana in concerto

Giovanni Sollima e l’Orchestra Jazz Siciliana in concerto

5 febbraio 2025

Da venerdì 7 e sabato 8 febbraio, con doppio turno alle ore 19.00 e 21.30, a domenica 9 febbraio, sempre con doppio turno alle ore 18.00 e 20.30, al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo andrà in scena il concerto “Cello Jazz” di Giovanni Sollima con l’Orchestra Jazz Siciliana, una prima assoluta per incantare il pubblico con suoni innovativi e ritmi coinvolgenti, dando vita a un progetto artistico che celebra jazz e musica contemporanea.

La Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group ospiterà all’interno della stagione concertistica “Brass in Jazz 2024 – 2025 Musiche del nostro tempo” il virtuoso violoncellista Giovanni Sollima, riconosciuto tra i più grandi talenti a livello internazionale, che si esibirà con l’Orchestra Jazz Siciliana diretta dal Maestro Vito Giordano.

Sull’evento interviene il Maestro Sollima per spiegare in dettaglio il senso artistico del concerto, soffermandosi sulle cifre stilistiche del programma che lo vedrà protagonista assieme all’Orchestra del Brass Group.

Maestro Sollima, quella con la Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group è una collaborazione unica che la vede protagonista del concerto “Cello Jazz” in una prima assoluta internazionale. La sua prestigiosa carriera l’ha vista attraversare innumerevoli confini musicali e culturali. Cosa l’ha affascinata maggiormente dell’idea di collaborare con l’Orchestra Jazz Siciliana, e come questa esperienza si differenzia dalle sue precedenti collaborazioni?
L’Orchestra Jazz Siciliana è una realtà straordinaria a livello mondiale, con alle spalle una storia importante e di grandissimo spessore, non solo qualitativamente ma anche come esempio di esperienza fatta essenzialmente di empatia, senso della condivisione e purezza. Almeno questo è ciò che io ho sempre percepito e che ho avuto modo di constatare già tantissimi anni fa quando venne eseguito un mio brano diretto dal mitico pianista Giorgio Gaslini. Non è facile trovare formazioni orchestrali in cui si “respiri” suono e umanità allo stesso tempo e questa è una delle ragioni della mia forte attrazione nei confronti di questo ensemble. Direi che ciò effettivamente rappresenta la vera differenza con tante altre formazioni orchestrali.

Ci può raccontare qualcosa in più sul concept di questo nuovo progetto? Quali saranno i linguaggi musicali predominanti e in che modo il suo violoncello dialogherà con la matrice jazz dell’orchestra?
È un po’ come affrontare un viaggio e decidere cosa mettere in valigia… ho pensato a dei veri effetti personali, brani – non solo miei, ovviamente – a cui, per diverse ragioni, tengo particolarmente. Sui linguaggi mi sono sempre mosso con estrema libertà, senza nulla di veramente pianificato… il violoncello è uno strumento assai versatile, in grado di evocare voci, percussioni, strumenti a fiato, pianti, urla, sussurri… Almeno per come lo intendo io, e per come, da anni, ne ho “settato” la stessa tecnica.

Lei ha sempre sfidato le etichette di genere e si è sempre cimentato con diversi stili, dal barocco alla musica contemporanea, fino al rock. In che modo ritiene che progetti come questo contribuiscano a ridefinire i confini tra musica classica, jazz e altri generi?
Sinceramente non ho mai avvertito steccati tra i generi… anzi ho sempre provato enorme fastidio nel percepire barriere… ma questo vale per tutta la musica, che personalmente intendo come bene comune, come flusso che testimonia la molteplicità delle culture. I musicisti dell’epoca barocca – almeno a giudicare dalle antiche cronache – sono paragonabili alle rockstar di oggi, l’approccio musicale, seppur con abissali differenze linguistiche, è assai simile tra i vari generi; l’architettura resta immutata, come la funzione e l’armonizzazione di un basso, passando per le pratiche improvvisative. E tanto altro ancora… Ma questo vale un po’ per tutti i generi, folk incluso.

Quanto è significativo per lei presentare un progetto così innovativo proprio a Palermo, sua terra d’origine, e in un luogo simbolo come il Real Teatro Santa Cecilia? Come vede il ruolo di Palermo nella scena musicale internazionale?
Anche il Teatro Santa Cecilia ha una storia forte e importante! Come il fatto di essere nella mia città. Tutto ciò ha sicuramente contribuito alla scelta di un certo tipo di programma. Anche Ron Carter, musicista che amo molto e che ha forti radici violoncellistiche vissute anche in modo sofferto per ragioni esterne alla sua volontà, è in qualche modo presente con un suo brano. In effetti, a pensarci bene, Ron Carter una ventina d’anni fa ha inciso al contrabbasso le Sei suites per violoncello solo di Bach con un approccio magnifico, mescolando diverse tecniche jazzistiche. Non so esattamente cosa si intenda per scena internazionale… credo in un luogo che abbia capacità produttive, che lanci forti segnali (non solo musicali), in cui ci sia la volontà e la capacità di osare, una forza reattiva, una percezione e una sublimazione delle stratificazioni culturali, visionarietà, formazione vera, senza doversi aggrappare a logiche “sicure” o anacronistiche. Palermo, spesso senza alcun vero progetto specifico ma grazie alla sua particolarità e al suo mix genetico, ha mostrato di tanto in tanto di essere davvero proiettata (in effetti lo è) a livello internazionale. È una città forte e fragile. Dipende da quale angolazione la si guardi, dipende da come la si viva e da quanto ci si senta responsabili….

Il jazz vive di improvvisazione e libertà espressiva. Come si intrecciano questi aspetti con il suo approccio al violoncello e la sua sensibilità classica? Ci sono momenti di pura improvvisazione nel progetto?
In effetti nel jazz – come in altri generi – nell’improvvisazione coesistono libertà e regole ferree. Importante è non percepirle come freni inibitori. Io, a fasi alterne, pratico il jazz fin da quando ero adolescente, ho divorato il Real Book, ho collaborato con musicisti jazz (in passato anche Al Di Meola e Larry Coryell) e più recentemente in duo sia con Ernst Reijseger che con Paolo Fresu (con Paolo abbiamo ufficializzato il duo nei mesi scorsi), o con Jaques Morelenbaum, che mi ha dedicato e regalato alcuni brani e arrangiamenti. Il violoncello nel jazz ha ormai da anni un ruolo importante e speciale (sono tantissimi i violoncellisti, inclusi quelli provenienti dal contrabbasso, come Dave Holland). E nel cassetto in effetti ho un progetto – al violoncello – a cui tengo tantissimo già da anni… aspetto solo il momento giusto per metterlo in pratica, ma nel privato sarebbe anche pronto; una sorta di re-interpretazione della musica (che è vera essenza) di Thelonious Monk. La mia sensibilità classica – che non so in cosa consista esattamente, e che forse non ho – in effetti ha da sempre componenti opposte che ne stravolgono (secondo me è quasi terapeutico) certi equilibri. Certamente ci sono ampie aree di improvvisazione all’interno del concerto, sia seguendo parametri consolidati che intese come destabilizzanti irruzioni.

Maestro con quale criterio sono stati scelti i brani per questo progetto? Ci saranno composizioni originali o rivisitazioni di classici? E in che modo le contaminazioni culturali e sonore della Sicilia influenzano la visione musicale di questo spettacolo?
Certamente la Sicilia è entrata nel bagaglio degli effetti personali fin dall’inizio, pensando al programma. Anche quella Sicilia controversa… Ci sono due miei brani – anche se in parte riscritti – tratti da Ellis Island, un’opera di tanti anni fa, e che si specchiano in Migrantes di Francesco Buzzurro, ci sono brani di Ron Carter e Charlie Haden, brani gipsy, c’è un mio pezzo intitolato SKArlatti che metterebbe in relazione il Teatro Santa Cecilia, Palermo, mio padre adolescente, i bombardamenti del 1943, il conservatorio e Alessandro Scarlatti, in parte è un pezzo ska, ma non voglio spoilerare.

La musica è spesso una forma di narrazione e di messaggio universale. C’è un messaggio o un tema particolare che desidererebbe trasmettere con questo progetto?
Esattamente, e come per il concetto di bellezza, è quasi un paradosso; la musica è potente perché innocua, quindi disarmante, e ha anche accompagnato e segnato rivoluzioni… o da esse è scaturita! Sarebbe fantastico riuscire a combattere, con la musica, l’orrore del presente, ma è proprio il concetto guerrafondaio a non essere contemplato, quindi la musica – in qualsiasi forma – può spiazzare per la sua fragilissima, devastante, invisibile e invincibile forza.

Giovanni Sollima è un virtuoso del violoncello. Suonare per lui non è un fine, ma un mezzo per comunicare con il mondo. È un compositore fuori dal comune, che grazie all’empatia che instaura con lo strumento e con le sue emozioni e sensazioni, comunica attraverso una musica unica nel suo genere, dai ritmi mediterranei, con una vena melodica tipicamente italiana, ma che nel contempo riesce a raccogliere tutte le epoche, dal barocco al metal. Scrive soprattutto per il violoncello e contribuisce in modo determinante alla creazione continua di nuovi repertori per il suo strumento. Nasce a Palermo da una famiglia di musicisti. Studia violoncello con Giovanni Perriera e Antonio Janigro e composizione con il padre Eliodoro Sollima e Milko Kelemen. Per la danza collabora, tra gli altri, con Karole Armitage e Carolyn Carlson, per il teatro con Bob Wilson, Alessandro Baricco e Peter Stein e per il cinema con Marco Tullio Giordana, Peter Greenaway, John Turturro e Lasse Gjertsen (DayDream, 2007). Insieme al compositore-violoncellista Enrico Melozzi ha dato vita al progetto dei 100 violoncelli, nato nel 2012 all’interno del Teatro Valle Occupato, che prevede musicisti di età e formazione diversa, interscambio tra culture e livelli differenti e un laboratorio permanente. La manifestazione, infatti, si costruisce ogni anno attraverso una “chiamata alle arti” di tre giorni, dedicata alla musica “spontanea”, con ospiti provenienti da tutto il mondo, blitz urbani in giro per la città, repertori imprevedibili e che abbracciano diverse epoche storiche, un concorso di composizione “in clausura” e tanti spettacoli, tra cui un concerto finale con l’Orchestra dei 100 violoncelli. Tra i CD di Giovanni ricordiamo “Works”, “We Were Trees”, “Neapolitain Concertos”, “Caravaggio”, “Aquilarco”, “Onyricon”. In primavera è prevista l’uscita del nuovo disco per la Decca “A Clandestine Night in Rome”, con l’Orchestra Notturna Clandestina, e il secondo disco dedicato all’integrale dell‘opera per violoncello di Giovanni Battista Costanzi per Glossa Music. Per quanto concerne la sua attività didattica, Sollima insegna presso l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e alla Fondazione Romanini di Brescia.

Prossimi appuntamenti di Brass in Jazz

> 7-8-9 febbraio: Giovanni Sollima e l’Orchestra Jazz Siciliana presenta “Cello Jazz”, un incontro tra il violoncello e le sonorità jazz.

> 21-22-23 febbraio: Les Brunettes, con il loro stile unico, delizieranno il pubblico con “A Vocal Harmony”.

> 7-8-9 marzo: Simona Molinari, accompagnata dall’Orchestra Jazz Siciliana, si esibirà con “Maldamore”, un mix di passione e melodia.

> 14-15-16 marzo: l’Emma Smith Quartet presenterà “From Puppini Sister to Now”, una celebrazione della vocalità jazz contemporanea.

> 28-29-30 marzo: Alfredo Rodriguez, insieme all’Orchestra Jazz Siciliana, porterà in scena “From Cuba to Palermo”, un ponte musicale tra culture.

> 4-5-6 aprile: Joscho Stephan si esibirà con “Djangology”, un tributo al mitico Django Reinhardt.

> 11-12-13 aprile: Gabrielle Cavassa, accompagnata dall’Orchestra Jazz Siciliana, proporrà il concerto “The Woman Sings the Blues: Gabrielle Cavassa sings Billie Holiday Music”, un viaggio tra emozioni e sonorità coinvolgenti.

INFO

www.brassgroup.it

 

 

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