Ultime News
Gaiajazz Musica & Impresa: libertà e responsabilità artistica. Intervista ad Antonio Faraò
Photo Credit To Roberto Cifarelli

Gaiajazz Musica & Impresa: libertà e responsabilità artistica. Intervista ad Antonio Faraò

29 giugno 2023

Il celebre pianista Antonio Faraò ci racconta l’undicesima edizione di Gaiajazz Musica & Impresa, il festival di cui cura la direzione artistica, all’insegna della libertà di espressione e della qualità musicale, con uno sguardo alle tradizioni e alla nuova generazione jazz.

a cura di Andrea Parente

Caro Antonio, bentornato su Jazzit! Gaiajazz Musica & Impresa, organizzato dall’associazione Dotmob, è un festival molto particolare, di cui sei da quattro anni direttore artistico, che si pone l’obiettivo di implementare la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Come sei riuscito a innestare il jazz in questa manifestazione così originale?
Ho conosciuto Laura Finotto, ovvero la responsabile di Gaiajazz, a un mio concerto, e da lì è nata l’idea di curare il programma di questa rassegna. All’interno di un festival di cui mi occupo della direzione artistica, cerco di non presenziare mai più di tanto: infatti quest’anno sarò presente solo come special guest del percussionista Tony Esposito. La direzione di tale rassegna consiste nel variare la proposta musicale, mantenendo un livello alto dal punto di vista artistico, con il giusto connubio tra musicisti affermati – a livello sia nazionale che internazionale – e giovani talenti, che io inserisco sempre nel programma.

Cosa hai voluto raccontare in questi anni con la tua direzione artistica e quali sono gli obiettivi che ti sei posto?
In questi quattro anni di direzione artistica del Gaiajazz, l’idea di abbinare musicisti affermati con giovani talenti è sempre stata costante, inserendo in ogni edizione una serata a loro dedicata: quest’anno ha aperto la rassegna il contrabbassista Francesco Bordignon con il suo quartetto, l’anno scorso a inaugurare il festival c’era invece il sassofonista Raffaele Fiengo. Cerco comunque sempre di variare e di non associare un tema specifico al festival: credo fermamente che se un artista è valido, gli si debba offrire la possibilità di esprimere liberamente la propria musica. Penso infatti che mettere dei “paletti” in questo tipo di organizzazioni sia un limite che, purtroppo, sta prendendo sempre più piede. Alla fine, la cosa importante da comunicare al pubblico è il valore artistico del musicista stesso; agli artisti quindi il compito di esprimersi al meglio che possono. Sia chiaro, non sono completamente a sfavore dell’apporre una tematica specifica a una rassegna, anzi credo che per un’edizione possa anche andare bene; il problema però lo riscontro nel momento in cui questa attitudine diventa una “moda”, costringendo gli stessi musicisti a scendere a compromessi pur di partecipare a un festival. La brutta abitudine di porre dei “paletti” non rientra quindi nella politica della direzione artistica di questo festival, poiché lascio sempre libera espressione agli artisti che coinvolgo. Il problema parte inoltre da un fatto ancora più complicato: adesso con il FUS, se non presenti un programma entro il 31 gennaio dell’anno in corso, con i musicisti segnalati dal direttore artistico, puoi essere, in qualche modo, tagliato fuori. Queste sono “limitazioni”, per me, assurde: ci sono musicisti che avrebbero il sacrosanto diritto di esibirsi e questo meccanismo, purtroppo, li limita molto. Bisognerebbe ripulire un po’ il sistema da queste imposizioni, ma questo è un altro discorso… Il termine “libertà”, in conclusione, si addice pienamente alla direzione artistica del Gaiajazz.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

In programma quest’anno ci sono big della musica italiana e giovani talenti, con uno sguardo alle tradizioni e alla nuova generazione jazz, che rappresentano anche svariati generi musicali: ci spieghi le motivazioni delle tue scelte artistiche?
Se da un lato sappiamo tutti che il jazz è la musica più contaminata del mondo, dall’altro bisogna mantenere un certo rispetto nei confronti di questo genere, evitando delle proposte che di jazz hanno ben poco da offrire. Questo è un aspetto a cui tengo particolarmente, dato che, per quanto mi riguarda, l’obiettivo – che può valere anche in generale – è quello di essere autentici su ciò che si vuole fare. Il jazz, infatti, è sempre stato una musica di nicchia, e se qualcuno non fa qualcosa per mantenere la sua autenticità, è chiaro che poi questo genere possa annacquarsi.

Sabato 1 luglio ti esibirai con Tony Esposito e il suo quintetto nel concerto di chiusura del festival, intraprendendo un affascinante viaggio musicale nel passato: ci racconti il progetto che presenterete?
Tony Esposito è un musicista che non ha bisogno di presentazioni: possiede un intenso spessore artistico, ha un background jazz importante e ha studiato la musica e i ritmi afroamericani. Sono un suo fan da quando avevo tredici anni. L’ho conosciuto una ventina d’anni fa e abbiamo fatto delle serate assieme, caratterizzate da una grande sinergia musicale tra di noi. Essendo suo fan, e conoscendo il suo album “Gente distratta”, abbiamo scelto – per l’esibizione che terremo il 1 luglio – di realizzare un lavoro sui brani meni conosciuti dal pubblico: Tony ha scritto dei pezzi molto belli con Gigi De Rienzo, il suo unico bassista, che ha suonato anche con Pino Daniele. C’è una storia importante dietro tutto questo. Inoltre, nutro grande stima e rispetto per la musica napoletana, a livello sia ritmico che melodico. Quindi abbiamo deciso di esplorare – musicalmente parlando – le origini di Tony, dagli anni Settanta fino ai giorni d’oggi. Suoneremo anche Kalimba de Luna, una delle sue hit più conosciute, ma questo è un dettaglio rispetto a tutto il contesto. In più, ci sarà la presenza di qualche mio brano nella scaletta: la cosa bella è che si crea un grandissimo feeling ritmico quando suoniamo insieme, e l’interplay che ne consegue non è nient’altro che l’autenticità della nostra sinergia musicale. È chiaro che un direttore artistico può ritagliarsi un piccolo spazio nel contesto di un festival; però, se tu sei presente tutti gli anni in due o tre progetti diversi all’interno di una rassegna che ne contiene cinque, allora si capisce che c’è qualcosa che non va. Difatti, è abbastanza raro da parte mia apparire come “special guest”: l’anno scorso ho presentato il mio ultimo progetto discografico “Eklektik”; quest’anno invece suonerò con Tony Esposito. Inoltre i brani eseguiti, come ad esempio Kalimba de Luna, verranno interpretati in modo diverso, permettendo al pubblico un ascolto “alternativo”. Volevo aggiungere infine che ho scritto il programma dei brani che suonerò con Tony, dato che non esiste alcuno spartito né di Kalimba de Luna, né di Solchiaro e Gente distratta, brani, tra l’altro, firmati da Gigi De Rienzo che, scherzando, mi ha detto che è la prima volta che li vedrà scritti [ndr, ride]. Una piccola parte di questo programma sarà dedicato anche a Pino Daniele, visto il trascorso di Tony Esposito con il celebre chitarrista partenopeo. Tutti i brani del programma, quindi, saranno suonati con un’intenzione più jazzistica: infatti il mio apporto musicale ai brani di Tony consiste proprio in questo.

Ma parlando di te, che sei fra i più grandi pianisti jazz italiani presenti sulla scena mondiale… Come nasce la tua passione per la musica e come ti sei avvicinato al jazz?
Sono cresciuto in una famiglia in cui si ascoltava musica jazz: Frank Sinatra, Count Basie, Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Benny Goodman… È chiaro che, alla fine, una musica o ti piace e la recepisci, oppure passa indifferente… e il jazz mi è piaciuto fin dall’inizio. Mi è stato regalato da piccolo un vibrafono giocattolo, con cui ripetevo le melodie che ascoltavo, e ho sorpreso i miei genitori. Poi, piano piano, è arrivata la batteria, e infine mi sono spostato sul pianoforte. La cosa importante è che a me non è mai stato imposto nulla. Questo aspetto lo ritengo fondamentale, soprattutto nei confronti dei ragazzi di oggi: l’approccio alla musica non va mai forzato, è un qualcosa che deve nascere naturalmente, e che deve scattare nell’istinto. Considera che anche io ho avuto i miei problemi all’inizio, nel senso che dopo due mesi di pianoforte, effettivamente, ero un ragazzo che non studiava; poi, mi è scattata la molla e tutto è cambiato, e ho cominciato a studiare cinque-sei ore al giorno. Ci tengo a precisare che questo è un qualcosa che è cambiato dentro di me: i “cazziatoni” possono servire, ma non bisogna mai deprimersi o piangersi addosso; bisogna sempre andare avanti.

Photo Credit To Sylvie Da Costa

Considerando che abbiamo appena toccato un argomento molto delicato, in che modo secondo te i giovani possono essere avvicinati alla musica jazz e in generale alla musica di qualità per apprezzarla in tutto il suo valore?
Purtroppo, non possiamo affidarci ai media per questo tipo di approccio. I giovani, se hanno la fortuna di avere qualche parente o genitore a cui piace questa musica, è chiaro che partono già avvantaggiati, anche se poi non vi è la certezza che seguano il jazz. Ad esempio io ho dei figli a cui piace la musica jazz, ma ognuno di loro ha un carattere diverso, con un diverso approccio alla musica, sebbene siano cresciuti nello stesso ambiente. La verità è che il jazz va scoperto: è un genere che se poi ti piace, non lo abbandoni più. C’è da dire però che la crescente tecnologia che si è sviluppata negli ultimi anni, se da un lato ha reso la musica jazz – sia per quanto riguarda l’ascolto che la produzione – più fruibile, dall’altro invece l’ha molto limitata: se fino a qualche anno fa infatti per imparare un assolo avresti dovuto ascoltarti il brano fino allo sfinimento, oggi ci sono dei programmi che ti facilitano il tutto, con la conseguenza di un apprendimento più pratico e veloce, ma senza quella curiosità e quella fatica che permettevano un apprendimento più profondo e intenso. Il problema più grande non riguarda comunque l’apprendimento in sé, ma l’assimilare il mood di un brano o di un assolo jazz: ovvero, se da un lato impari in fretta un assolo, dall’altro ti perdi quello che c’è dietro le note che lo compongono. Questo aspetto, purtroppo, limita gli artisti nello sviluppare quell’intensità, quel mood, che caratterizza in toto la musica jazz. Di conseguenza, il jazz è un genere che, una volta scoperto, va poi capito e compreso.

Tu sei stato direttore artistico di diversi festival: com’è nata la passione per questo ulteriore aspetto della tua professione? E cosa aggiunge alla tua straordinaria carriera di musicista?
Curare la direzione artistica di un festival richiede una bella dose di responsabilità: dalla mia esperienza più che quarantennale nel mondo della musica, ritengo di saper individuare il talento di un artista piuttosto che di un altro. Inoltre, perseguendo il fine della “libertà artistica”, credo che le mie scelte possano arricchire la proposta del Gaiajazz; ma, allo stesso tempo, la direzione artistica arricchisce anche me, perché mi dà la possibilità di far esprimere al meglio i musicisti che scelgo per la rassegna. Da parte mia, quindi, cerco di offrire questo tipo di supporto agli artisti, dato che in passato mi è capitato, come “giovane talento”, di non ricevere il giusto sostegno. C’è da dire inoltre che non è facile dare il giusto spazio a tanti artisti, perché le date disponibili non sono tante, ma cerco assolutamente di fare il meglio che posso ogni anno.

Photo Credit To Marco Glaviano

E infine, prossimi progetti sia da direttore artistico che da musicista?
Arrivato a quasi sessant’anni, ti posso dire che comunque di obiettivi ce ne sono sempre; quello più importante, però, è di riuscire a esprimermi sempre di più nei prossimi anni, con la possibilità di registrare dischi, tenere concerti e creare progetti che abbiano un senso. Il mio prossimo progetto, quindi, che uscirà l’anno prossimo, è un disco in trio, che sarà pubblicato da un’etichetta storica di cui non anticipo il nome. Considerando che l’ultimo lavoro discografico in trio risale a parecchio tempo fa, capirai che sono molto emozionato al riguardo…

INFO

www.antoniofarao.net

www.dotmob.it

 

Abbonati a Jazzit a soli 29 euro cliccando qui!