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Franco D’Andrea Electric Tree</br>Incontri ravvicinati
Photo Credit To Daniele Peruzzi

Franco D’Andrea Electric Tree
Incontri ravvicinati

Abbiamo intervistato Franco D’Andrea e DJ Rocca in occasione del progetto “Electric Tree” che li vede protagonisti insieme al sassofonista Andrea Ayassot. Prodotto in collaborazione con LBL, Electric Tree è il primo progetto a essere pubblicato dalla Parco della Musica Records (aprile 2016) nell’ambito di un omaggio reso al pianista di Merano per il suo settantacinquesimo compleanno – Franco D’Andrea Trio Music – e comprendente altri due volumi: uno in uscita a giugno (con Aldo Mella e Zeno De Rossi) e un altro in autunno (con Daniele D’Agaro e Mauro Ottolini).

di Luciano Vanni

Come, dove, quando e perché nasce “Electric Tree”?
Franco D’Andrea / “Electric Tree” nasce perché a un certo punto ho conosciuto DJ Rocca e mi è sembrato un musicista interessante, l’ho trovato molto bravo nel suo genere. Si confrontò in un contest di Radio 2 sulla mia introduzione pianistica presente in “Monk And The Time Machine” (Parco della Musica, 2014). Ci ha lavorato in maniera speciale, portando un’introduzione di un minuto e mezzo a quattro, un’elaborazione elettronica molto particolare e musicale. Quando incontro un musicista di grande qualità comincio a pensare al tipo di progetto che si potrebbe fare con lui e dopo un paio di mesi ho pensato che il genere di DJ Rocca potesse essere interessante e che la cosa potesse funzionare. La mia idea era di creare un gruppo e avevo bisogno di qualcun altro per avere un impasto di suono più ricco e quindi più possibilità di combinazioni sonore. E qui devo introdurre un musicista estremamente creativo e molto aperto alle cose più ardite: Andrea Ayassot. Lui poteva essere molto utile là dove si va in territori inesplorati, perché la questione timbrica e ritmica porta a un piano diverso, porta a qualcosa di futuribile.
DJ Rocca / Il progetto ha avuto una sua genesi, ma la vera e propria nascita è stata nel marzo del 2014, grazie a un remix contest organizzato dalla trasmissione Musical Box di Rai Radio2.
 Sinceramente io sono riluttante, anzi, odio proprio, i contest dove ci sono da remixare i brani di Tizio o Caio, ma questo concorso era una cosa, per me personalmente, fuori dalla media:
 un assolo di Franco D’Andrea da usare, reinterpretare, remixare. Mi ci sono buttato a capofitto, e ne ho tirato fuori un brano che nella mia testa aveva un senso. 
Il contest mi vide vincitore, decretato direttamente da Franco d’Andrea. Approfittai della gentile ospitalità della trasmissione per scendere a Roma e incontrare il Maestro. Dopo alcune chiacchiere e presentazioni, nelle settimane seguenti ci siamo telefonati a più riprese, fino a quando abbiamo deciso di fare una prova due mesi dopo, con Franco e il suo collaboratore Andrea Ayassot, nella mia città, alla scuola musicale Cepam/Arci. Quella prova fu provvidenziale, perché ci servì per capire come affrontare un nostro repertorio e come dividerci i ruoli. Seguirono altri due concerti nel 2014, uno a Roma e l’altro a Pisa, che rinforzarono in maniera ancora più convincente, che Electric Tree era sulla strada giusta, fino alla registrazione/concerto del nostro prossimo album, lo scorso marzo 2015.

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Che cosa ti piace di più del pensiero musicale dell’altro?
Franco D’Andrea / DJ Rocca è molto interessante dal punto di vista ritmico e molto bravo a usare anche dei suoni diversi da quelli usuali, evitando, ad esempio, di usare i suoni tipici della batteria. Riesce a creare nuove atmosfere lavorando in modo originale sull’impatto timbrico. Produce suoni dal nulla e interviene sugli strumenti acustici creando suoni aggiuntivi grazie all’elaborazione elettronica. Anche lui, come me, è stato interessato, a suo tempo, al jazz del primo Miles elettrico, che reputo estremamente interessante in “Live-Evil”, ma soprattutto in “Black Beauty: Miles Davis At Fillmore West” e “Miles Davis At Fillmore: Live At The Fillmore East”.
DJ Rocca / Personalmente ammiro la forza di Franco nell’essere sempre “avanti”, avanti nel senso di sperimentazione, di avanguardia, di non compromessi, la forza che spinge un musicista a non accontentarsi mai, ma a cercare sempre l’espressione artistica innovatrice. Ecco, questa sembra una cosa semplice e scontata per chi fa musica, ma non lo è affatto, è un’attitudine mentale, che nella storia di Franco è sempre stata presente. La sua capacità di assimilare ogni linguaggio presente nella storia della musica e di metabolizzarlo per creare qualcosa di nuovo, questo è lo spirito motore della musica elettronica, che purtroppo dovrebbe essere sempre vivo nei produttori/musicisti di questo genere, ma non lo è, giusto perché è un’attitudine mentale, o si ha, o non si ha.

Quando vi siete trovati a decidere che cosa registrare, che cosa vi siete detti?
Franco D’Andrea / Ci siamo trovati in tre e abbiamo cominciato a utilizzare delle strutture da me introdotte. Ayassot aveva già una certa familiarità con certe strutture, quindi non ci rimaneva che trasmetterle e spiegarle a DJ Rocca, ma altresì ricevere da lui degli stimoli. Alcune strutture erano già pronte, altre improvvisate su delle introduzioni del DJ. È un lavoro estremamente importante che aiuta la musica a proiettarsi ovunque. Abbiamo sempre registrato tutte le prove per poter avere un dato obiettivo, indispensabile quando si entra in nuovi territori.
DJ Rocca / Poche linee guida, il nostro repertorio, più alcune improvvisazioni. La registrazione è stata fatta in due momenti: il concerto di venerdì 27 marzo, e il mattino successivo, nella medesima sala dell’Auditorium Parco della Musica, però senza spettatori.

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DJ Rocca

Quanto c’è di imprevedibile in questa vostra produzione?
Franco D’Andrea / Tutto sommato è imprevedibile al 50%. Le cose vengono spostate e incanalate diversamente per via dell’uso dell’elettronica, ma io non sono mai stato alieno da queste cose, infatti, quando mi sono ritrovato a utilizzare il Fender Rhodes ero già incline a immaginare che fosse una buona base per poter trasformare il suono, elaborarlo elettronicamente e renderlo sempre diverso. D’altronde la trasformazione del suono, per via acustica, è un’idea già presente da molto tempo, una vecchia tradizione che proviene da Duke Ellington e dal free jazz. E poi c’è anche l’aspetto elettronico con Miles, a mio avviso, rimasto ancora insuperato.
DJ Rocca / A parte l’esecuzione del tema, nei brani dove ce n’è uno, quasi tutto.

Come si è sviluppata la musica registrata in studio?
Franco D’Andrea / Penso di sviluppare la musica in modo aperto. Uso dei pezzi abbastanza minimi per poter esplorare qualunque cosa, in modo da poter creare al momento, improvvisare. Lavoriamo su strutture diverse, concentrandoci più sulle combinazione di intervalli che sui giri armonici e sulle scale. L’improvvisazione, però, va fatta in una certa maniera e, a mio parere, non deve essere caotica e casuale. È sempre utile approcciarsi con una mentalità compositiva e mi ha impressionato la capacità di DJ Rocca di inventare subito delle forme. Così sappiamo sempre che qualcosa succederà e che, soprattutto, avrà una forma.
DJ Rocca / C’è da fare un preambolo. Quando Franco e io parlavamo ancora in forma teorica del progetto, abbiamo trovato un’idea comune della cosa, pensando al Miles Davis di “Bitches Brew” (come approccio, naturalmente, non come suono, o utilizzo degli strumenti). 
Improvvisazioni, e dove si arriva, si arriva, senza limiti, senza tarpare le ali a nessuno, anzi, sollecitandoci l’un con l’altro. Tutto questo per rendere chiaro che ogni nostro brano, è una vera a propria session, brani di dieci o quindi minuti, spesso anche medley di due brani fusi l’uno nell’altro.

Quanto cambia lo scenario espressivo tra studio e live?
Franco D’Andrea / Cambia molto. Generalmente, quando si lavora in studio, c’è una seconda, una terza e una quarta possibilità. Il live, invece, è “una botta e via”. Non sono molto incline a manipolare i live, infatti, tendo a tenerli come sono; al massimo, si può ritagliare un episodio all’interno e usarlo. D’altro canto sono molto abituato, come mia tendenza, a essere sempre come nei live. Cerco di avere il calore e la freschezza del live anche in studio.
DJ Rocca / Direi che la differenza è pressoché nulla, sennonché, dal vivo, la presenza di un pubblico può influenzare il nostro percorso d’improvvisazione, o la scaletta dei brani.

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Andrea Ayassot

Come definiresti il suono e la risultante timbrica della vostra musica?
Franco D’Andrea / Lo lascio definire a chi ascolterà la musica. È una musica creata da poco, ci sono molte possibilità e direzioni raggiungibili. È ancora allo stato nascente e comincia pian piano ad avere una forma e a creare un suono di gruppo. Queste sono cose che avvengono lentamente, con i concerti e con le prove. Noi abbiamo la possibilità, con l’elettronica, di introdurre l’aspetto non temperato della musica. Suoni che noi (europei) definiremmo stonati, hanno un campo d’azione che crea possibilità fuori dal temperamento equabile, ossia il sistema di intonazione tipico della musica classica europea. In India, nei paesi arabi e in Africa, gli strumenti creano situazioni aperte per intonazioni di note, andando appunto fuori da tale sistema. Io arrivo dagli strumenti a fiato, prima del pianoforte che è il classico strumento temperato europeo. Negli strumenti a fiato c’è l’enorme possibilità di toccare note che nel piano non esistono, e a tal proposito è stato interessante, in questo contesto elettronico, l’incontro a livello acustico con il sassofono di Ayassot, fra l’altro grande conoscitore di musica indiana. Inoltre, in questa musica, quello che può essere inizialmente recepito come rumore è un suono diverso che va in una direzione musicale e l’elettronica segue proprio questa rotta, quella tra il rumore e il suono.
DJ Rocca / Sinceramente non sono un’amante delle definizioni, o della sistemazione metodica di musiche in generi. La nostra è musica jazz che si esprime con ciò che la contemporaneità ci mette a disposizione.

Il più grande desiderio che potete associare alla vostra collaborazione?
Franco D’Andrea / Toccare territori inesplorati e creare nuova musica.
DJ Rocca / Il mio più grande desiderio è di fare più concerti e album possibili. Mi diverto tantissimo, sento di crescere tantissimo e, come musicista, mi sento appagato ogni volta di più. Devo aggiungere che mi trovo umanamente benissimo con Franco D’Andrea e Andrea Ayassot, due persone e musicisti, non comuni.

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