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Floating In The Breeze</br>Intervista a Luigi Tessarollo
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Floating In The Breeze
Intervista a Luigi Tessarollo

 «There is Nothing greater than the joy of composing something oneself and then listening to it.»

Clara Schumann

Conobbi Luigi Tessarollo nel 1989 quando, giovane studente, volevo approfondire le mie scarse nozioni di chitarra. Sono stato suo allievo per molto tempo e la mia forma mentis musicale ha notevolmente beneficiato della sua visione e del suo imprinting. Mi ha dunque reso particolarmente felice intervistare Luigi per questo blog a proposito dei temi che più mi interessano in questo momento storico: la musica liquida, il futuro, l’esporsi come Artista con una visione personale e originale.

La musica liquida ha sconvolto gli equilibri (finanziari, artistici, etc) dei musicisti e degli operatori del settore; credi che porterà vantaggi (la libertà artistica è grandissima, per esempio) o distruggerà la filiera musicale (la musica non ha più valore in quanto si trova comunque gratuitamente?
La tecnologia, oltre a cambiare i parametri e contenuti estetici artistici, permette pressoché a chiunque di produrre “opere”. In questo momento storico c’è un fenomeno di massificazione della produzione in ambiti artistici: registrazioni, fotografie, film, e tutto può essere tecnologicamente divulgato, o, usando il termine contemporaneo, condiviso ovunque e con chiunque con enorme facilità e semplicità. Per far ciò prima dovevi vendere o acquistare l’opera; adesso, in un modo o in altro, puoi ottenerla o consegnarla gratuitamente.
I parametri che differenziano il professionista dell’arte (leggi: persona che svolge un’attività che produce un reddito necessario a vivere), dall’artista che per lo più si diletta potendoselo permettere con altre fonti di reddito, sono cambiati o scomparsi. Le facili e numerose possibilità di divulgare prodotti mediocri o scarsi (spesso anche nell’ambito della musica dal vivo) hanno abbassato drasticamente la visibilità delle eccellenze, di cui oggi pubblico e mercato sentono molto meno necessaria l’esigenza.
Credo però che la musica dal vivo di alto livello, (jazz, classica o acustica in genere) sia la prima alternativa che assume un valore inversamente proporzionale alla musica liquida.
Mi spiego: in futuro credo che il live avrà un ruolo di verità emotiva e naturale  insostituibile, e sarà sempre in qualche misura cercato e voluto dall’ascoltatore sensibile per l’umana necessità di partecipare a qualcosa di tangibile, potente, emozionante, coinvolgente; e anche per quella sua magnifica imperfezione che solo la musica dal vivo può dare. Per questa sua forza  voglio sostenere che la musica dal vivo, ad alti livelli, non sarà mai seconda ad una riproduzione su qualsivoglia supporto.

Generalmente i chitarristi che suonano contemporary jazz (nell’accezione più nobile del termine) hanno un sound tendente al rock. La tua ricerca estetica ti ha portato invece a privilegiare il classico suono à la Wes Montgomery, pur suonando tu in maniera moderna e non manieristica. Ci racconti questa evoluzione e il perché della tua scelta artistica?
Credo sia necessario prima sottolineare che le mie propensioni naturali di sempre sono eclettismo abbinato a vena compositiva. L’eclettismo penso sia anche legato al chitarrismo contemporaneo: disciplina multiforme per tecnica, estetica, stili, sonorità, possibilità linguistiche, espressive, generi. È un fatto tipico dell’escursus di molti artisti chitarristi contemporanei  (… un John Mac Laughlin per tutti!).
Io l’ho sviluppato dedicandomi a esperienze specifiche molto diverse ma molto intense in precisi periodi della mia vita: ho studiato musica indiana a Varanasi in India, mi sono diplomato in Chitarra Classica, ho registrato dischi di avant-garde in America con George Garzone, dischi di musica greca prodotti per il mercato ellenico in cui ho arrangiato chitarre classiche in 5/4 e registrato virtuosismi con il bouzuki, concerti di musica country da solo con chitarra folk open tuned; queste sono state tutte forti esperienze musicali che mi hanno permesso di conoscere approfonditamente più linguaggi.
Bisogna dire che avendo già indirizzato dall’età di quattordici anni tutti i miei interessi extrascolastici verso la musica, essa è diventata il centro della mia esistenza: non poteva quindi esaurirsi in una sola direzione di linguaggio o di stile, ma si è sviluppata appunto nella frequentazione di più mondi musicali.

Per quanto riguarda le capacità compositive credo di averle per indole, e sono legate molto ad esperienze emotive di vita, e anche questa è un’attività che ho iniziato da giovanissimo e che mi riusciva con facilità: idee, temi, melodie legate spesso ai diversi linguaggi che studiavo e approfondivo in un dato periodo.
Le mie capacità immaginifiche le riverso nelle mie composizioni, spesso nello stile della “musica a programma” (descrivere e narrare una storia con mezzi musicali): per esempio Floating in the Breeze, Landscape, Danza Jazz, Therasia, Stuntman o in composizioni con connotazioni onomatopeiche: Ratataplan, Zirras’ Hiccups, etc.
Al momento ho inciso circa 80 mie composizioni di jazz in vari dischi e formazioni. Sono brani che sono stati suonati e apprezzati da musicisti come George Garzone, Stefano Bollani (con Stefano abbiamo inciso il Cd “Homage To Bill Evans e Jim Hall” in cui ci sono anche mie composizioni) Adam Nussbaum e anche Dado Moroni, con il quale suono prettamente standard, ma anche qui un paio di originali tra cui la mia ballad Adriano che lui ama moltissimo (in primavera uscirà il nostro nuovo disco in duo “Talking Strings”).
Tutte queste composizioni sono state limate, arrangiate, perfezionate, nel corso degli anni, con diversi organici: la maggior parte di questi brani ha raggiunto così spessore, chiarezza, sintesi, e fondamentalmente una maturità espressiva che vedo come punto di forza della mia carriera, potrei dire un plusvalore che mi contraddistingue.
Questi forti contenuti musicali appena espressi, per venire allo specifico della tua domanda, sono recentemente confluiti in una forma estetica sonora gestita pressoché esclusivamente con la Gibson 175. Ed è una continua soddisfazione avere la conferma del risultato espressivo completo ed esaustivo basato sul contenuto della proposta musicale e che ottengo con un’unica, precisa, solida e unificante sonorità chitarristica,: cambiare suono non è necessario se l’intensità della scrittura, le dinamiche , le agogiche, l’interplay con il gruppo, il ritmo e le idee musicali sono forti e profonde.
Ho suonato recentemente in duo con il chitarrista brasiliano Roberto Taufic al Festival di Liegi: ho usato per la prima volta (dopo quindici anni che suoniamo in duo), solo la 175 (e in diversi brani anche senza plettro), invece della sola abituale chitarra classica. Diverso? Sì, il suono. Ma bellissimo comunque e con identico risultato artistico!

Ora il periodo per me è questo, con questo suono. Ma non posso certo dire che più avanti non riutilizzerò due Mesa Boogie Mark 4 e la mia Ibanez Artist con multi effetti, o la mia chitarra acustica Seagull… o altre sonorità ancora.

Una generazione fa la musica “complicata” (così come il cinema impegnato e altre forme di arte non facilmente assimilabili) era di moda, non c’erano preclusioni nel pubblico e gente come Miles Davis o i Weather Report avevano un’esposizione mediatica fortissima. Trent’anni dopo sembra quasi impossibile osservare la decadenza culturale; la scena live passa da un tributo a un altro, con pochissima voglia di essere personali. La tua carriera parla per te: sei compositore, leader, hai sempre sposato un’idea di musica che è anche l’espressione di se stessi e del proprio punto di vista. Pensi che si riuscirà a bilanciare questa esigenza in maniera più forte e significativa in futuro?
Sostengo in modo drastico che l’ascoltatore “globale” sempre meno si emozionerà o si divertirà, anche con stupore, di fronte ad un micidiale contrappunto di Bach. Lo capirà e lo sentirà sempre meno, risulterà sempre più complesso e per nulla accattivante.
Concordo al cento per cento con ciò che hai detto. Onestamente credo che per i posteri sarà sempre più difficile avere questa voglia di esser personali. In parte perché tutto, o quasi tutto ciò che è stato realizzato può essere adesso reperito sempre più facilmente su internet: può quindi ri-esistere in qualche modo, ridiventare “attuale” esser rivisto, risentito, ri-contemporaneizzato, l’ascolto anche approfondito del passato è a portata di mano.

Anche per questo motivo, il “nuovo” veramente molto nuovo, con un peso di profondità artistica, originalità, spessore, credo sarà oggettivamente sempre più difficile da realizzare; per questa causa di forza maggiore diventa sempre più difficile esser molto personali. Se ciò accade verrà comunque poi consacrato e storicizzato solo negli anni a venire. In qualunque caso l’Artista non dovrebbe mai esimersi dal cercare più a fondo la propria personalità e identità, ma dovrebbe andare sempre oltre. Pensiamo anche solo a Woodstock o all’isola di Wight. I protagonisti di questi festival arrivavano sul palco e con semplicità e (quasi) una forma di umiltà, ma con forte personalità e originalità, come a dire: “scusate se esisto, io la penso così”.

Un musicista non dovrebbe limitare la sua creatività ai modi di interpretare le musiche di altri, alle “trovate” di organici atipici o connubi multimediali, a facilonerie intellettuali di pretestuosi “progetti” culturali musicali; dovrebbe andar sempre oltre alle rivisitazioni e agli arrangiamenti, oltre al suonare Bach e Verdi con swing o al, perchè no, cantare con testi in russo i soli di Parker o in napoletano le canzoni di Peter Gabriel o abbinare immagini di Kurosawa ad un orchestra di balalaike che suona Duke Ellington (ballato da lapponi in tecnica flamenca!).
Questi atteggiamenti rivolti alla forma dell’opera d’arte sono aspetto importante, che però va coltivato, ricercato, studiato, sviluppato con molta dedizione e profondità, soprattutto aggiungendo in primis, a mio avviso, l’aspetto contenutistico della scrittura di brani originali.

Ma il grosso problema è che non solo il “mercato dell’arte” non chiede nulla di tutto ciò, non lo sostiene minimamente! Forse non solo per colpa sua, ma sta di fatto che non interessa più agli ascoltatori. Anzi, non appartiene più agli ascoltatori.Siamo oramai di fronte ad un utenza globale che si esalta e si bea di banalità e di superficialità e fomenta il “perché no?”, e intanto la sensibilità e la ricettività gradualmente scompaiono. Vedo in un lontano futuro un uomo che non solo ha involuto drasticamente i parametri del bello ma che non riesce a “sentire” e neanche a capire come potesse l’uomo del passato apprezzare interessarsi, divertirsi commuoversi ed emozionarsi per suoni, ritmi, musiche che per lui sono incredibilmente complesse oppure semplicemente insignificanti e di nessun emozione.
Ma una nicchia si salverà! E voglio credere nei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, e quindi, in una futura forte crisi di rigetto da parte di un più vasto pubblico che ribilancerà il tutto e sarà in grado di apprezzare… e di rifiutare.

Qual è il sogno nel cassetto che ancora non hai esaudito?
Al momento in verità non ce l’ho. Ho raggiunto tante mete nel corso della mia carriera artistica, e coronato tanti successi .Un mio obiettivo è arrivare a fare tutto con meno fatica (psicofisica, meno complicazioni e stress), invece aumenta sempre! Mi piacerebbe poter un giorno fare un disco per big band di sole mie composizioni, coinvolgendo un bravo arrangiatore e i musicisti giusti.

Molti giovani si sono formati con il tuo aiuto, essendo tu un bravo didatta. A un ragazzo che voglia avvicinarsi alla professione di musicista cosa consiglieresti?
Trovare in se stesso il perfetto connubio tra esperienze di vita musicale, studio chiuso in casa, tempo dedicato al business, e… prendere una posizione forte dopo aver letto le risposte ma soprattutto le intelligenti domande di quest’intervista.

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