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Floatin’ In</br>Intervista a Roberto Olzer

Floatin’ In
Intervista a Roberto Olzer

13 aprile 2018

“Floatin’ In” è l’ultima produzione discografica, firmata Abeat Records, del pianista Roberto Olzer, che in questa intervista ci ha raccontato la sua storia e la sua idea di musica, come sia nata la passione per il jazz e le esperienze che lo hanno portato a confrontarsi con sonorità e modelli espressivi sempre nuovi e diversi.

di Luciano Vanni

Innanzitutto cerchiamo di saperne di più della tua vita. Ci dici dove e quando sei nato, e ci racconti, in breve, come ti sei avvicinato alla musica e quando hai iniziato a suonare?
Sono nato a Domodossola nel 1971, e ho trascorso gran parte della mia giovinezza in un piccolo villaggio ai piedi del Monte Rosa, Cimamulera. Ho poi vissuto in altri luoghi, (fino all’ultimo, recentissimo, trasferimento), ma sempre in area ossolana.
I primi ascolti, le prime esperienze musicali, li devo a una zia che dirigeva il piccolo coro parrocchiale del mio paese; la musica corale, l’organo, sono stati i miei primi amori, dai sei anni in avanti, quando ho cominciato a prendere lezioni di musica.
I miei maestri più significativi in ambito classico sono stati Giancarlo Parodi, per quanto riguarda l’organo e la composizione organistica e Alberto Magagni per quanto concerne il pianoforte, guidandomi fino ai rispettivi diplomi, che ho conseguito negli anni Novanta, mentre portavo avanti anche gli studi universitari filosofici.

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… e come ti sei affacciato alla musica jazz? Quali sono stati i tuoi riferimenti stilistici?
La passione per il jazz è un interesse relativamente più recente, diciamo una ‘vocazione adulta’; attorno ai ventiquattro anni, appassionato d’improvvisazione, che allora declinavo in uno stile per così dire barocco, o neoclassico, sono entrato in contatto con Ramberto Ciammarughi, a cui devo tantissimo della mia formazione, a cominciare dal suo consiglio di ascoltare Bill Evans: ricordo ancora, come fosse ieri, il primissimo ascolto di un suo disco, con un trio del 1965; ebbi la sensazione di una musica che non manifestasse alcun confine, alcun ostacolo di genere, che mi traghettasse con naturalezza dentro un mondo nuovo. Da allora, pur con ascolti diversi per quanto riguarda epoche e stili, lui resta sempre il mio riferimento principale in ambito jazz; per fare mia una considerazione di Bebo Ferra: «Se per tanti altri grandi musicisti provo interesse, curiosità, per Evans quello che sento è amore»; amore che ovviamente condivido con quello per i giganti della musica colta, e – in tutt’altro ambito – con quello per i Pink Floyd, che ho ascoltato avidamente per tutta l’adolescenza.

Veniamo ad oggi. Se c’è qualcosa che ti distingue è la tua grande versatilità professionale, e il tuo essere attivo come concertista ma anche come didatta, arrangiatore e compositore. Cosa significa vivere, così trasversalmente, la professione del musicista? Cosa ami più fare?
Ho da sempre una cognizione dolorosa della parzialità di ogni espressione umana, dell’arte rispetto alla vita, della musica rispetto alla totalità delle arti, e di tutti i generi e sottogeneri nei quali la parcellizziamo. Così, ispirato da una sorta di ingenua aspirazione ‘universale’, cerco di non escludere nessun tipo di esperienza, di non perdere mai preziose visioni, prospettive sulla musica, coltivandola su più versanti, collegandola alla letteratura, alla pittura, e, nel limite del possibile, alla vita.
Devo riconoscere che ogni tipo di attività musicale, la scrittura, l’arrangiamento, così come l’insegnamento, il suonare in ambito ‘classico’ piuttosto che jazzistico, pianistico piuttosto che organistico, è sempre fonte di nutrimento e di ispirazione, a volte anche di riposo e di sollievo. E tuttavia mi accorgo sempre più, in questa fase della vita, che questo approccio, come ammoniva Mario Luzi, fa correre il rischio di sperperare il particolare, quel piccolo angolino di universo che ci viene brevemente illuminato, e nel quale possiamo forse trovare qualche riflesso del tutto… ma tant’è che forse ora è tardi per invertire la rotta e coraggiosamente ‘scavare nello stesso buco’, come tanti bravi colleghi sanno fare.

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Veniamo alla tua discografia, un caleidoscopio di esperienze che ti vedono protagonista in solo e in sestetto, passando per il duo, per il trio e per il quartetto. Emerge il desiderio di esprimere curiosità e di confrontarti con timbri, incastri ritmici e modelli espressivi diversi, non trovi?
Sì è vero, ho potuto sperimentare in questi anni di registrazioni molte soluzioni differenti, da quelle più intimiste in piano solo o in duo, che utilizzo spesso per rimodellare a mio piacere autori classici, aprendo all’interno delle loro partiture spazi per l’improvvisazione, a formazioni più spiccatamente jazzistiche, come il trio, il quartetto o il sestetto, spesso come sideman e accompagnatore. Mi piace molto in effetti, più che la condizione solistica, quella registica del pianista all’interno di formazioni più ampie: il piano è infatti uno strumento che da un punto di osservazione laterale coniuga la ritmica con i solisti, cucendo loro attorno un vestito adatto, e cercando di far funzionare al meglio l’insieme. Ho poi profuso molto impegno, negli ultimi anni, in due progetti integralmente classici, uno organistico, con un organo storico del Cusio, e uno pianistico, in duo con un cornista, con musiche di Schumann, Skriabin e Rachmaninov.
E da ultimo, ho gettato un primo sguardo su un esperimento di world music, con due sensibilissimi musicisti indiani al sitar e alle tabla, di recentissima uscita per l’etichetta Barnum for Art.

Con il trio, sembri però profondamente a tuo agio. È la tua stanza sonora prediletta? E se sì, perché? Quali sono i tuoi modelli o comunque desideri espressivi?
Il trio è certamente la formazione ideale per sviluppare l’idea di musica che ho in testa e nel cuore; e Yuri Goloubev e Mauro Beggio sono i partners perfetti, non solo in quanto musicisti e virtuosi straordinari, ma anche nella disponibilità a non volerlo necessariamente dimostrare, mettendosi a servizio della ricerca di un suono comune. Questo fluido circolare delle idee nel trio, questo rotolare di stimoli e spunti, è ciò che più mi affascina. I lavori in trio ci hanno poi portato un po’ di fortuna e belle esperienze, a cominciare dal primo CD, “Steppin’ Out”, prodotto da Abeat Records (da poco ristampato in vinile), che ha raccolto molti consensi, anche in ambito audiofilo (grazie all’arte di Stefano Amerio, vero valore aggiunto di questa registrazione).

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Domanda a bruciapelo: se tu dovessi definire e spiegare il jazz a dei bambini, cosa diresti? Come lo racconteresti? Come lo classificheresti?
Cercherei di dire loro in parole semplici quello che pensai, con categorie filosofiche, la prima volta che suonai in un contesto jazz ai corsi di Ciammarughi: se prima, negli studi classici, avevo conosciuto soprattutto la dimensione apollinea, dunque il controllo, l’equilibrio, l’intelletto, necessari per la resa della pagina scritta, ora sperimentavo il dionisiaco, le viscere, la pancia, l’impulso vitale. Questo per me è il jazz, pur con tutte le nuove cerebralità che sopraggiungono grazie al suo studio.

C’è un’altra cosa che ti distingue: la tua affermazione e la tua popolarità all’estero, soprattutto in Giappone. Cosa è accaduto e soprattutto come sei riuscito a entrare in contatto con mondi, sensibilità e mercati così – apparentemente – distanti dal nostro?
Il contatto con il Giappone, e i tre tour che con il mio trio vi abbiamo fatto, è nato proprio grazie a un riconoscimento che la rivista giapponese Jazz Critique Magazine ha tributato a “Steppin’ Out”, decretato come miglior CD di jazz strumentale del 2013 in una speciale classifica audiofila che ogni anno viene da essa stilata (siamo ormai da anni una presenza fissa in quella classifica, e un nostro CD successivo, “Dreamsville”, è arrivato addirittura primo nel 2016). Durante il primo tour abbiamo poi conosciuto anche un produttore giapponese, Yoshiaki Sawano, che, dopo aver assistito a un nostro concerto, ci ha proposto di produrre altri lavori; con lui sono così finora stati pubblicati due album in trio (e uno di prossima uscita), più uno in piano solo. Credo che in tal caso abbia giocato a nostro favore, oltre alla passione indiscutibile dei giapponesi per il jazz e in particolare per il piano trio, una certa affinità di stati d’animo, una predisposizione loro, e mia, alle tinte autunnali, e forse a un fondo di quieta malinconia.

“Floatin’ In” è la tua ultima produzione discografica firmata Abeat Records. Sei alla guida di un quartetto: o meglio del tuo trio allargato al trombettista Fulvio Sigurtà. Come nasce questo disco? Cosa hai voluto mettere in scena? E soprattutto, cosa aggiunge a ciò che hai fatto prima?
La scelta di coinvolgere un ‘quarto uomo’ per un progetto discografico è nata dal fatto che, dopo quattro dischi in trio, avvertivamo l’esigenza di un apporto musicale nuovo, di una persona che raccontasse una storia nella nostra lingua, ma non con le nostre stesse parole. Fulvio Sigurtà ha fatto esattamente questo; egli è un musicista straordinario e sempre più affermato nel panorama odierno, con una voce inconfondibile, una ricerca timbrica, un controllo dinamico sopraffino, e idee ritmiche e melodiche sempre fresche, mai ripetitive. Ci ha regalato un guizzo di ironia, e lunghi passaggi di pura melodia.

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Si tratta di un album onirico, lirico e suadente. Quanto è importante, per te, la sensibilità, il romanticismo e la raffinatezza dei timbri nella tua musica?
Ci sono infinite declinazioni del fare jazz, molte protendono al pirotecnico, al muscolare; io non ho tali propensioni, né nei muscoli né nella testa e nel cuore, e se ho da spendere qualcosa in questo vasto mondo, preferisco farlo nella direzione del lirismo e della melodia. L’attenzione al timbro e alla qualità del suono arriva dalla formazione classica, ed è un criterio molto importante per me; faccio fatica ad apprezzare pianismi che, pur con belle idee, le pronunciano con un suono brutto (parlo naturalmente di suono prodotto sullo strumento, non della qualità della ripresa audio, che è ancora un altro ambito).

Se tu dovessi raccontare questo tuo CD con tre parole, come lo definiresti?
L’hai già fatto tu per me: onirico, lirico e suadente.

E per finire, uno sguardo al futuro. Cosa ci trovi o cosa vorresti trovarci?
Se devo augurarmi qualcosa per il futuro è di poter arrivare a un punto in cui le traiettorie che ho percorso finora trovino un momento di unione, un fuoco. Il capire dove esattamente sta il cuore, perché al di là delle diverse esperienze che si possono fare, il cuore può stare in un solo luogo. È un fatto di autenticità, non di successo. Penso che l’autenticità sia più importante persino della felicità. E in ogni caso una vita inautentica è triste, anche se di successo.

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