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Evansiana</br>Intervista a Pierluigi Balducci

Evansiana
Intervista a Pierluigi Balducci

10 gennaio 2018

Incontriamo il bassista e compositore Pierluigi Balducci per raccontare un’opera quanto mai complessa e nobile, ’Evansiana’, prodotta da Dodicilune e realizzata con il contributo di PaulMcCandless, John Taylore e Michele Rabbia; un super gruppo che si è confrontato con l’eredità artistica e spirituale del pianista Bill Evans.

Di Luciano Vanni

Innanzitutto presentati ai nostri lettori. Raccontaci come e quando hai deciso di dedicare la tua vita alla musica; quali sono stati i tuoi primi ascolti e i tuoi primi riferimenti espressivi.
Ogni giorno, a dire il vero, rinnovo la mia dedizione alla musica. Ebbi con lei una prima storia di amore fra i 10 e i 14 anni, quando studiavo la chitarra classica, esperienza che vive e agisce tuttora soprattutto nella mia tecnica bassistica ma anche nel legame mai dissoltosi col mondo ispanico e latino. Una seconda e più appassionata storia di amore sbocciò invece intorno ai 18-19 anni: basso elettrico e jazz. Il percorso di ascolti che seguì agli inizi fu ovviamente vario, talvolta tortuoso, e soggetto a ghirigori e giravolte. Ecco i miei tanti amori di allora: Ellington, Dexter Gordon e Tad Dameron e gli altri boppers, il Modern Jazz Quartet, Clifford Brown, Erroll Garner e Red Garland, Bill Evans, Eddie Gomez, il quintetto di Davis di fine anni ‘50 con Coltrane e Cannonball Adderley, gli Steps Ahead e Pat Metheny. Poi mi tuffai nella modernità più ‘world’ degli Oregon o di tanti capolavori ECM (Garbarek, Gismonti, Haden, etc, e tanti lavori immensi al cui confronto le odierne produzioni sembrano troppo spesso autoimitazioni), e interruppi di fatto il mio percorso di conoscenza della naturale evoluzione del jazz nella madrepatria praticamente alla degli anni ‘50. Da italiano, ero fortemente attratto da melodia e armonia, e da musicista con una formazione classica, ricercavo un approccio compositivo strutturato e narrativo che poi avrei privilegiato a lungo. Solo in un secondo momento ho davvero scoperto e amato, giusto per fare degli esempi, l’Hancock di Mwandishi o il Miles Davis di Bitches Brew, l’ultimo Coltrane o Monk stesso, che ora adoro e inizialmente non riuscivo ad amare davvero, ed ho cercato di recuperare il senso profondo di certe componenti estetiche africane, circolari e ipnotiche, di quella che oggi chiamano, così giusto per erigere altri steccati, ‘black american music’. Ma, sia l’indole sia il mio percorso mi portavano senza dubbio, un po’ alla volta, ad intraprendere la via che è poi visibile oggi nelle mie ultime produzioni.

Arriviamo alla musica, e a Bill Evans.
Non riesco a parlare di una vera e propria ‘idea’ di musica. Ognuno si esprime con la sua voce e ricerca se stesso, pur nelle varie identità e sfumature che possono convivere in ciascuno di noi. Senza essere come Zelig di Woody Allen, e esprimendo quindi la propria personalità, noi ci riveliamo al mondo nei nostri dischi interagendo con i vari musicisti con cui abbiamo la fortuna di collaborare e a cui siamo legati da ‘affinità elettive’. Credo che il mio vecchio quartetto con Paul McCandless, Taylor e Rabbia, con i suoi due dischi, o il trio degli Amori Sospesi con Mirabassi e Di Modugno, il duo ‘cinematografico’ con il bassista Vincenzo Maurogiovanni ed il mio trio Nuevo Tango Ensamble (certamente il meno jazzistico di tutti) rappresentino altrettanti miei modi di essere. Il loro minimo comune denominatore è probabilmente la ricerca di una spiritualità affidata alla melodia, così assente dalle ultime tendenze del jazz newyorchese attuale, e la ricerca di una profondità armonica. Non è un caso che l’ultimo disco che ho concepito è proprio su Bill Evans: lui per me è il simbolo del jazz che riscopre l’Europa e raggiunge vette (o abissi) di spiritualità in modo più armonico, quando altri, si pensi a Coltrane, vi arrivano in modo nettamente più legato alle radici africane.

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Evansiana’ è una grande produzione discografica:che ruolo ha, ancora oggi, per te, la pubblicazione di un’opera su supporto fisico?
Per me ha ancora un senso e una profonda motivazione. Che la nuova produzione discografica si traduca in un CD o un vinile, o che sia semplicemente ‘liquida’ ed immessa nel mercato digitale, essa mantiene la sua funzione tradizionale: è sia un fotogramma del percorso evolutivo di un artista, sia un progetto artistico con cui approdi sui palchi e ti proponi nel circuito dei grandi festival. Gli appassionati acquistano il vinile, o amano portarsi un cd al termine di un concerto. Se poi questo formato scomparirà nell’era di Itunes e Spotify, non scomparirà la necessità espressiva (e in secondo luogo professionale) di una nuova registrazione nel mondo del digitale. Semmai, vanno del tutto riviste le royalties ridicole, anzi vergognose, che i colossi delle piattaforme digitali corrispondono alle piccole etichette e ai musicisti del nostro mondo. Contrattate anni fa, quando il mercato ‘fisico’ era ancora quello principale, queste percentuali furono accettate in modo poco prudente dalle etichette che temevano di rimanere fuori da Internet e quindi di non ‘esistere’. Oggi, il risultato è sotto gli occhi di tutti: centinaia di migliaia di ascolti fruttano pochi spiccioli, e le etichette discografiche stentano a rimanere a galla. La scelta di alcune etichette prestigiose di lasciare solo alcuni brani dei loro dischi allo streaming o al download a pagamento, e di restare ancora vincolati alla vendita del supporto fisico, mi sembra possa essere in futuro una buona strategia per avere allo stesso tempo visibilità e non svendere o sminuire il valore della registrazione discografica e delle competenze che ne sono a monte.

Ci racconti la genesi di’ Evansiana’?
Nasce nel mese di settembre del 2014, mentre… stavo per scolare un ingente quantitativo di spaghetti al dente. Da tempo Gabriele Rampino mi stava sollecitando a dare un seguito al mio disco Blue from Heaven, inciso con la stessa formazione: Paul McCandless, John Taylor e Michele Rabbia. Non avevo però composizioni nuove né mi sentivo pronto a realizzare un nuovo disco a mio nome. Ma improvvisamente, quel giorno, realizzai che dedicare un nuovo lavoro alle composizioni di Evans (o a quelle da lui più amate) sarebbe stata una specie di ‘chiusura del cerchio’, per me e forse per tutti e quattro. Telefonai a Gabriele e nel giro di pochi giorni stabilimmo le modalità di realizzazione del disco. Avrei selezionato dodici brani, proponendone io tre e chiedendo agli altri tre di proporre le loro tre preferenze, e avrei messo mano, con piccoli arrangiamenti, a quei brani che non avrebbero potuto essere incisi in quartetto con l’arrangiamento originario (ciò avvenne con Epilogue e Children Play Song). Poi, due di questi dodici furono scartati prima di entrare in studio. La registrazione avvenne nel mese di ottobre 2014, negli studi di Pasquale Minieri e Rita Marcotulli, in Umbria. La scomparsa di John, nel luglio del 2015, sconvolse l’intera scena del jazz europeo e tutti quelli che lo avevano a cuore. A quel punto la Dodicilune rinviò la pubblicazione del lavoro, che ha visto la luce solo nel febbraio del 2017, dopo il mix, realizzato a Bari.

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L’opera si distingue per qualità di scrittura, arrangiamento e intepretazione. Quanto è importante, per te, trovare un equilibro tra scrittura e improvvisazione?

È sempre stato un aspetto tanto importante. È stata la mia ‘bussola’ nei miei lavori e nelle mie formazioni nel decennio precedente a ‘Blue from Heaven’  (del 2012), ma anche in un più recente disco a nome di un trio con Nando Di Modugno e Gabriele Mirabassi (‘Amori sospesi’, 2015). Ovviamente, in ‘Evansiana’, per la tipologia di repertorio e per l’approccio molto ‘spontaneo’, questa ricerca è stata messa da parte. Ed ancora di più nel mio duo col bassista (sì, bassista anche lui) Vincenzo Maurogiovanni, dove l’improvvisazione davvero domina la scena. Ma, soprattutto, ciò che conta, è che in questo momento della mia vita, sto cercando tutt’altro. Vivere cambia. Non si può restare sempre uguali a se stessi, ed i grandi cambiamenti che ho affrontato nella vita familiare e privata hanno le loro ripercussioni anche sulla mia musica. Voglio altro, e lo sto fortemente cercando. Insomma, il futuro sarà all’insegna di una maggiore libertà e follia: all’orizzonte si profila un nuovo quartetto con cui sto esplorando territori differenti.

Cosa significa avere a che fare con tre colleghi di così alto profilo e carattere?
Paul McCandless è un modello sia nel suono del sax soprano sia (e soprattutto) di quello dell’oboe, la cui presenza nel jazz è indiscutibilmente legata a lui. John Taylor, poi, è semplicemente John Taylor: personale, autorevole, gigantesco. Michele Rabbia è un altro musicista personalissimo, riconoscibilissimo. Non si possono avere modelli di riferimento se ti approcci ad una registrazione con simili compagni di musica.

E cosa ha aggiunto questo tuo ultimo cd alla tua carriera?
Non aggiungerà neanche un concerto, ovviamente, dato che il quartetto non esiste più e sostituire John Taylor non avrebbe avuto senso. Ma mi è bastato vedere la pronta risposta della stampa (recensioni in Giappone, in Inghilterra, interviste qui in Italia) e soprattutto le email di appassionati di tutto il mondo che mi hanno scritto dell’entusiasmo con cui hanno accolto ‘Evansiana’, per comprendere che senza volerlo avevamo inciso un disco nato ‘classico’, ed insieme assolutamente personale e scevro dall’imitazione del suono del modello: i capolavori di Evans sono riproposti con un suono del tutto differente da quello classico del suo trio, e con una poetica europea che, per quanto figlia, se vogliamo, di Evans stesso, punta ad una maggiore essenzialità, ad un più marcato lirismo. Un giornale francese ha definito la formazione un ‘quartetto di orefici’. E secondo me ha colto nel segno.

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Ad oggi, quale eredità ti ha lasciato ‘Evansiana’?
Ho avvertito la grande gioia con cui tutti e quattro, e John per primo, abbiamo affrontato questa antologia di Evans. Sono certo di aver messo in moto un percorso condiviso e appagante che per tutti aveva il sapore di un ritorno alle origini: erano tutti felici di interpretare dei temi che tutti avevano non solo nel cuore, ma quasi incisi nel proprio codice genetico.

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