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Enrico Fazio Critical Mass: l’elogio dell’imperfezione.

Enrico Fazio Critical Mass: l’elogio dell’imperfezione.

24 dicembre 2019

In occasione dell’uscita dell’album “Wabi Sabi” per l’etichetta Leo Records, abbiamo intervistato il contrabbassista e compositore Enrico Fazio.

Di Nicola Barin

Parliamo del titolo “Wabi Sabi”: ci illustri in breve il significato?
Wabi Sabi, concetto del buddismo zen giapponese, è uno stato dell’essere su cui sono stati scritti molti libri, ma che gli orientali fanno fatica ad esprimere attraverso la parola, essendo appunto un modo di concepire la realtà e di interpretare la quotidianità come anche l’arte. L’essenza del Wabi Sabi si può semplificare in tre pensieri: nulla è immutabile nel tempo, nulla è completo, nulla è perfetto. È in questa consapevolezza precaria che l’uomo può trovare i suoi punti di equilibrio per apprezzare appunto la bellezza delle cose imperfette nella loro esistenza momentanea, come in un certo senso è l’improvvisazione jazzistica, ora riproducibile sui dischi, ma la cui essenza si esaurisce nel momento della realizzazione irripetibile.

Qual’è stato il percorso che ti ha avvicinato al jazz?
Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica attraverso i gruppi rock dei primi anni ‘70, per poi scoprire il jazz grazie ad un bravo musicista dilettante, zio dell’amico e collega Claudio Lodati. A quel punto ho pensato che la musica potesse essere la mia strada, per cui mi sono iscritto alla classe di contrabbasso in Conservatorio e successivamente mi sono laureato in discipline musicali all’Università.

L’avvenimento che ha segnato definitivamente la mia scelta è stato il concerto di Charles Mingus a Umbria Jazz nel ’74, che per me è stato assolutamente folgorante.

Da lì è cominciato il percorso con l’Art Studio (ero ancora minorenne) assieme a Claudio Lodati, Carlo Actis Dato, Fiorenzo Sordini e in seguito Irene Robbins, poi la creazione del Centro Musica Creativa nel ‘77 (tra le prime cooperative autogestite di musicisti di jazz in Italia ed in Europa). Della cooperativa sono stato presidente per una decina di anni, seguendo la programmazione di varie rassegne e festival e la produzione dell’etichetta CMC Records (ancora autarchicamente attiva: è uscito recentemente un nuovo bel lavoro del clarinettista/sassofonista Marco Tardito, dedicato alla poesia della beat generation con delle ricomposizioni parkeriane).

Oltre all’Art Studio, ho fatto parte a lungo di altri gruppi storici come il quartetto di Carlo Actis Dato e l’Anglo Italian quartet, con Elton Dean, Harry Beckett e Sordini, mio partner inscindibile alla batteria. Nel tempo ho partecipato ad una sessantina di lavori discografici, un terzo dei quali come leader o co-leader. I primi progetti musicali a mio nome escono verso la fine degli anni ‘80: Lieto fine, un lavoro orchestrale di rielaborazione delle musiche di Kurt Weill, ed Euphoria, con un quintetto dove già erano presenti Mandarini, Aroni Vigone e Sordini.

Nel frattempo il mio interesse si è spostato sempre di più dallo strumento alla scrittura, diventando il mio campo di ricerca principale dopo il I° premio vinto al Festival di S.Anna Arresi nel 1989. La mia ricerca si è sviluppata nel tempo su tre filoni principali: il combo, nato come quintetto e cresciuto negli anni fino a diventare la Critical Mass; un ensemble orchestrale a formazione variabile dedicato a concept projects (la musica di Kurt Weill per il Festival MagicAvigliana; il mondo delle favole, con un lavoro presentato al Festival di Noci; un progetto derivato da un testo teatrale di Schnitzler); una serie di duetti di improvvisazione pressoché totale che definisco Compagni di strada (con Sergej Letov, con Claudio Lodati, con Giancarlo Locatelli). Successivamente ho aggiunto un duo con Gianpiero Malfatto, che oltre al trombone suona un po’ di tutto, per sonorizzare le belle poesie di mia moglie. Da vent’anni sono titolare della cattedra di composizione jazz in Conservatorio, attualmente ad Alessandria: questa esperienza è stata fondamentale nello sviluppo del mio pensiero sul rapporto tra scrittura ed improvvisazione, che è il fulcro della mia ricerca musicale.

Sei d’accordo nel definire il progetto “Critical Mass” come un collettivo che attraversa (o si fa attraversare) con impressionante determinazione il jazz, la musica etnica, la classica contemporanea, la musica elettronica tenendo ben aperta la mente verso ogni tipo di suggestione musicale?
Certamente immagino una musica aperta che, pur affondando solidamente le radici nella pratica jazzistica, non si ponga limiti di genere: come dicevo, ho un retroterra classico e sono affascinato dalle teorie armoniche extra-tonali nate nel ‘900, in molti casi fatte proprie dai jazzisti, sia nella composizione che nella visione dell’improvvisazione. Accanto all’amore per il jazz sono attratto dalle culture musicali etniche e dalle infinite possibilità nel campo dell’elettronica. Già in passato ho fatto uso di elementi extra-jazzistici, ed in “Zapping!”, il mio primo lavoro uscito per LeoRec nel 2004, ho usato decine di citazioni melodiche, armoniche e ritmiche, mascherate o riconoscibili, che andavano dalle colonne sonore ai cartoni animati, dalla musica barocca alla popolare, facendo appunto zapping da una prospettiva jazzistica. Per questo ho sempre cercato musicisti di grande capacità ma soprattutto di apertura mentale e disponibilità ad affrontare situazioni non convenzionali divertendosi. Alcuni di loro, presenti nei miei progetti da decenni, quindi abituati ad interpretare la mia scrittura e soprattutto il mio pensiero musicale, hanno fatto da base e tramite per l’inserimento di quelli arrivati successivamente. Credo di aver trovato finalmente un bellissimo equilibrio strumentale sia da un punto di vista timbrico che per le qualità delle singole individualità. Da sereno nonviolento ho cercato un suono agguerrito, giocoso, coinvolgente.

Nelle note di copertina è citata questa frase di Steve Lacy: “Monk believed in the beneficial nature of errors, which opened intriguing perspectives… if you are not ready to make mistakes, you ain’t going nowhere, right?”: vorrei un tuo commento.
Penso che questa frase contenga una grande verità non soltanto in relazione alla pratica jazzistica, ma in generale nel modo di affrontare la vita. Ovviamente l’accettazione della possibilità dell’errore non significa impreparazione o giustificazione delle proprie carenze: al contrario vuole dire curiosità verso il nuovo, voglia di misurarsi con l’incerto e capacità di integrare il diverso nella propria formazione. Ho cominciato a riflettere su questi concetti quando, molti anni fa, ho avuto una lunga frequentazione del Giappone, cosa che mi ha costretto a modificare molte delle mie convinzioni, ritenute pilastri inamovibili, attraverso dei veri ribaltamenti del senso comune delle cose e delle situazioni.

Credo che una persona cominci ad invecchiare quando perde questo atteggiamento di curiosità verso i vari aspetti della vita e la voglia di mettersi in gioco rischiando anche l’errore.

Hai in progetto un tour per questa tua nuova fatica?
Dal primo decennio del nuovo secolo ho sospeso l’attività concertistica continuativa, inizialmente per motivi contingenti: tra quelli brutti la conclusione dell’attività con l’Anglo-Italian Quartet per la scomparsa di Elton Dean, e quella di Steve Lacy, con cui avevamo in progetto la realizzazione di un doppio cd per il trentennale dell’Art Studio (un disco dove avrebbe suonato col gruppo ed uno in solo su temi nostri). Il motivo bellissimo è stato la nascita di mio figlio, che ho avuto piuttosto fuori età e che ho scelto di seguire nella sua crescita. Questa interruzione, che inizialmente pensavo come temporanea, è diventata pressoché definitiva sia per l’impegno al Conservatorio di Alessandria, dove sono coordinatore del Dipartimento di Jazz e Nuove Tecnologie, sia perché il mio lavoro da molti anni si è spostato dallo strumento alla scrittura, che pratico seguendo il mio intuito senza pormi limiti di formazione. La formazione voluminosa unita alla scarsa presenza discografica hanno ulteriormente ridotto le mie chance in campo concertistico: per cui non programmo nulla, salvo occasioni irrinunciabili che mi costringano a muovermi “mio malgrado”…

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