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Enigmatix
Intervista a Roberto Magris

Enigmatix</br> Intervista a Roberto Magris

Enigmatix” (JMood, 2015) è la più recente produzione discografica di Roberto Magris: ne abbiamo parlato con il pianista friulano.

Di Luciano Vanni

Come nasce “Enigmatix”?
Come frutto di un lavoro che sto portando avanti da alcuni anni con il mio trio statunitense, di cui fanno stabilmente parte il contrabbassista Dominique Sanders ed il batterista Brian Steever, a cui spesso aggiungo (come nel disco) anche il percussionista Pablo Sanhueza. Con questa formazione nel corso degli anni ho realizzato concerti nel Midwest americano ed ho avuto modo di sviluppare un repertorio “aperto”, che spazia dalla tradizione del bebop fino ad un approccio di improvvisazione libera. In questo gruppo il concetto di musica “moderna” è riferito ad un approccio più americano che europeo, con riferimenti al mondo musicale afroamericano (siamo di base a Kansas City) e con un diverso “sound” soprattutto dal punto di vista ritmico.

Cosa volevi evocare con questo titolo?
Proprio gli aspetti “enigmatici” del jazz di oggi, dove ogni brano può essere letto e riletto da diversi punti di vista musicali, sfuggendo volutamente ad una sintesi stilistica. Ad esempio le riletture di brani pop come My cherie amour di Stevie Wonder e Do it again degli Steely Dan sono completamente diverse sia dagli originali che tra di loro, ma entrambe hanno uno svolgimento ed un “presupposto” nel mondo del jazz. Alla fine, copertina del CD compresa, si è voluto proporre una specie di interrogativo a cui sta all’ascoltatore dare risposta.

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Il CD è prodotto da JMood Records, una etichetta discografica di Kansas City, di cui sei cittadino onorario: ci racconti come è andata?
Il mio manager e produttore discografico, Paul Collins, è di Kansas City, e dopo esserci incontrati per le prime volte a Los Angeles, dove ho suonato ed inciso con Art Davis e Idris Muhammad, mi ha progressivamente inserito nella scena jazz di Kansas City, affidandomi infine la direzione musicale della sua etichetta discografica JMood. Non essendoci qui molti italiani ed essendo praticamente diventato negli anni un musicista jazz “locale”, in occasione di un mio concerto nella prestigiosa sede dell’American Jazz Museum (a Kansas City c’è il più importante museo dedicato al jazz negli USA), dove mi era stato richiesto di presentare un omaggio musicale all’allora appena scomparso Jay McShann, sono stato inaspettatamente convocato dal sindaco che, innanzi a quello che è l’equivalente del nostro consiglio comunale, ha adottato la “Resolution N° 070726” dal titolo “Honouring Roberto Magris”, il che è stata per me una gran bella soddisfazione.

Come nasce il tuo trio?
Paul Collins oltre ai grandi nomi ha sempre tenuto d’occhio la scena dei giovani musicisti jazz di Kansas City al fine di valorizzarli, così alcuni anni fa mi propose per la registrazione del vol. 2 del CD “Morgan Rewind” dedicato alla musica di Lee Morgan, di sostituire Albert “Tootie” Heath che suonava nel vol. 1 con il giovanissimo batterista Brian Steever. Superate le mie iniziali perplessità riconobbi che si trattava di un notevole talento in erba, così come il contrabbassista Dominique Sanders, succedutosi ad Art Davis nei “piani” della JMood. Così mi sono assunto un po’ il ruolo di “fare” l’Art Blakey della situazione, inserendo giovani talenti americani – tra cui anche Hermon Mehari e Logan Richardson (!) che sono anch’essi di Kansas City – nei miei gruppi e progetti.
Nel breve volgere di pochi anni Dominique e Brian hanno raggiunto il livello e la maturità musicale che si possono sentire in “Enigmatix”, e sono molto soddisfatto di questo percorso, anche perché vedo che entrambi si stanno facendo strada a New York dove sono spesso chiamati da musicisti come Jason Moran, Robert Glasper, Aaron Parks (pianisti, guarda caso!). Mi piace stare e suonare assieme ai giovani, vederli crescere, esprimere le loro potenzialità, maturare, e mettere in pratica quel rapporto dare/avere che è sempre stato il sale del jazz tra musicisti di diverse generazioni. Ricordo, come esempio personale, il mio rapporto con il sassofonista Herb Geller, maestro del jazz californiano.

Cosa pensi che distingua questo lavoro dai tuoi precedenti?
Nel mio rapporto con Paul Collins: prima ho quasi sempre “dovuto” realizzare album a progetto. Roba piuttosto tosta, per esempio registrare due CD sul tema pianismo bebop da Elmo Hope ad Herbie Nichols e dintorni; questo perché Paul vedeva molto bene l’idea, nella città di Charlie Parker, di far realizzare ad un pianista europeo tale rivisitazione. Stesso discorso riguardo ai due CD di riscoperta della musica di Lee Morgan, o ancora  idem per il mio incontro con Sam Reed, una delle leggende del jazz e soul di Philadelphia.
Invece nel CD “Aliens In A Bebop Planet” ebbi mano libera, così come in quest’ultimo “Enigmatix”. Devo dire che da certi precedenti lavori, recensiti peraltro benissimo dalla critica internazionale, è emersa (per me involontariamente) una visione un po’ tradizionalistica e “mainstream” del mio pianismo, che sicuramente è presente, ma è soprattutto frutto delle scelte del produttore. Proprio per questo ho voluto adesso “aprire” verso altre strade musicali più aggiornate, riprendendo il filo di un discorso che – stanti le irrinunciabili occasioni che mi sono state offerte – era rimasto un po’ sospeso. Del resto, oggi posso dire di avere undici CD a mio nome, incisi e realizzati negli USA, con musicisti americani e per una etichetta americana, positivamente recensiti da Down Beat e JazzTimes, e trasmessi dalle radio jazz americane: il che, per un musicista jazz italiano, è una situazione piuttosto rara, per non dire unica.

Come definiresti la tua musica?
Innanzitutto jazz. Poi, come qualità: propositiva. Ai miei musicisti, soprattutto quando suono in trio, chiedo sempre di mantenere un “improvisational approach”, logicamente avendo ben presenti i riferimenti della tradizione, sia per superarli, e anche distruggerli, ma anche solo per richiamarli. C’è un aspetto che ritengo importante: la musica, non solo il jazz, deve essere espressione della società corrente e deve quindi sempre modificarsi per rimanere in relazione con essa. Saper cogliere gli elementi di novità significa essere all’avanguardia, nella consapevolezza costruttiva che l’avanguardia di oggi dovrà essere ed inevitabilmente sarà il “mainstream” del domani. Charlie Parker e John Coltrane, ad esempio, ai loro tempi erano l’avanguardia del jazz; oggi, chi suona la loro musica, si trova sostanzialmente nell’ambito “mainstream”. Per cui cerco anch’io, aiutato dai miei ben più giovani partner musicali, di proporre e far riflettere sia sulla tradizione del jazz che sul futuro di questa musica, in rapporto a quello che è oggi il nostro mondo ed a come si sta sviluppando. Piaccia o non piaccia (questo mondo, ovviamente).