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“Early 17”: un omaggio alle fonti d’ispirazione di uno straordinario percorso artistico. Intervista a Francesco Cavestri
Photo Credit To Enrico De Luigi

“Early 17”: un omaggio alle fonti d’ispirazione di uno straordinario percorso artistico. Intervista a Francesco Cavestri

29 ottobre 2023

Martedì 31 ottobre il pianista Francesco Cavestri sarà protagonista della serata “Halloween Night” a Milano, in occasione dell’ottava edizione del festival Jazzmi, all’interno di una delle più importanti istituzioni culturali a livello internazionale, la Triennale di Milano, in cui presenterà alcuni brani originali contenuti nel suo album d’esordio “Early 17”, una combinazione di hip-hop, soul e R&B, con elementi di jazz contemporaneo, che il giovanissimo artista ci racconta in questa intervista.

Ciao Francesco e benvenuto su Jazzit! Per iniziare, ci racconti com’è nata la tua passione per la musica e come ti sei avvicinato al pianoforte e alla musica jazz?
Ho iniziato a suonare il pianoforte all’età di quattro anni, intraprendendo prima lo studio del pianoforte classico, per poi arrivare gradualmente all’improvvisazione. È stato durante il periodo delle scuole medie che sono stato folgorato dalla musica jazz, nello specifico da un album, “Kind of Blue” di Miles Davis, e in particolare da un artista, Bill Evans, al cui stile mi sono ispirato e continuo a ispirarmi tuttora. Alla fine delle scuole medie musicali, su consiglio della mia professoressa di pianoforte, mi sono iscritto all’indirizzo jazz accademico del Conservatorio di Bologna, che ho portato avanti in parallelo con il liceo classico, laureandomi al triennio di pianoforte jazz a pieni voti nel luglio di quest’anno. È stato un percorso intenso e affascinante, anche perché ho avuto modo di poter perfezionare la mia preparazione con un periodo di studio al Berklee College of Music di Boston (dove hanno studiato i grandi della musica jazz come Quincy Jones), conoscendo tra l’altro degli ottimi musicisti americani, che ho avuto l’occasione di portare in Italia per tenere dei concerti con un progetto intitolato “Francesco Cavestri and the Berklee Messengers” (un chiaro tributo agli immortali Jazz Messengers guidati da Art Blakey), e non vedo l’ora di trovare l’occasione per riproporre questo gruppo.

Come potresti definire il tuo stile pianistico, anche per ciò che riguarda il fraseggio e l’aspetto improvvisativo?
Sicuramente ha una forte radice nel jazz contemporaneo. Le mie ispirazioni più grandi, a livello pianistico, sono senz’altro, oltre al già citato Bill Evans, Herbie Hancock, Chick Corea e Robert Glasper. Specialmente da quest’ultimo pianista ho attinto a piene mani dal punto di vista stilistico, sia nel fraseggio che nell’approccio ritmico e di voicings. Nel mio album d’esordio, “Early 17”, si sente molto la sintesi di queste influenze e stili. Anche se credo in una sorta di superamento delle proprie ispirazioni, le quali vanno sempre in qualche modo unite e filtrate per raggiungere, in definitiva, una cifra stilistica e un linguaggio fortemente personali e, auspicabilmente, riconoscibili. Per questo è una grande emozione quando chi ascolta la mia musica si avvicina dicendomi di apprezzare la riconoscibilità e la peculiarità del mio stile pianistico, che credo profondamente sia la qualità che ogni artista dovrebbe ricercare con assiduità.

E come descriveresti invece la tua musica? Quali sentimenti vuoi esprimere maggiormente con essa?
Credo che la mia musica, così come il mio stile pianistico, sia una sintesi di tutti quelli che sono i miei ascolti e le forme musicali che apprezzo maggiormente e a cui, di conseguenza, mi ispiro. Sono convinto che ogni musicista, in fondo, sia il risultato della risignificazione che compie rispetto a ciò che ascolta e assorbe, anche inconsciamente. Dunque, una delle caratteristiche che rendono la musica, a mio avviso, interessante e mai scontata, è proprio la varietà e l’eclettismo di ciò che il musicista/artista ascolta. Per questo io sono sempre proiettato alla scoperta di artisti e generi nuovi, epoche storiche e luoghi da me inesplorati. Recentemente, durante un’intervista, mi è stata detta una cosa bellissima: ovvero che «nell’album “Early 17” non c’è una traccia che sia uguale all’altra». Se questo è vero, lo devo anche in parte alla varietà di influenze che ho assorbito e reinterpreto, inserendole nella mia musica. Un esempio? La prima traccia, Intro/Salute to Dilla si apre con un groove in trio (pianoforte-basso-batteria), il cui equilibrio viene presto minato dall’ingresso di un vocoder sostenuto da un leggero pad sonoro creato con un sintetizzatore; questa nuova atmosfera sonora sfocia in un finale in cui viene nuovamente recuperata la dimensione del trio acustico. Tale varietà di suoni, condensata in un unico brano, è la risultante dei miei ascolti di pianisti jazz (come quelli elencati sopra) che vanno a interfacciarsi con realtà più elettroniche, grazie a produttori come Madlib, Kaytranada, Floating Points o J Dilla.

Come hai preannunciato, il tuo primo album si intitola “Early 17”: com’è nata l’idea di questo disco, così importante in quanto rappresenta il tuo esordio discografico, e cosa hai voluto raccontare con esso?
Un tema centrale dell’album è individuabile nel titolo: “Early 17” è infatti un rimando all’età in cui ho ideato, composto e registrato l’intero album, ovvero il mio diciassettesimo anno di età. Vuole inoltre essere un messaggio per la mia generazione, quella di ragazzi e ragazze nati dopo il 2000, o subito prima: il messaggio è che il jazz non è un genere distante da loro, non è uno stile complesso o inaccessibile, ma al contrario è il genere che mi ha ispirato e senza il quale nulla, e ribadisco nulla, di quello che ascoltiamo oggi sarebbe esistito. Nel mio album cito in alcuni brani alcuni dei musicisti e produttori che più hanno contribuito a legare il mondo del jazz a quello dell’hip hop o della musica elettronica (ad esempio: in Intro/Salute to Dilla la seconda parte del brano è un tributo a J Dilla, con una reinterpretazione del brano The Look of Love, scritto da Burt Bucharach e riarrangiato dal produttore di Detroit; in Living the Journey/No One Like You lego a un mio brano originale una citazione di un brano di Robert Glasper, intitolato appunto No One Like You. Un altro tratto caratteristico di questo album è anche la centralità del pianoforte. Diversi brani che ne fanno parte hanno al loro interno degli inserti di musica elettronica, talvolta più evidenti (come in Daydreaming o nel finale di Letter to a lover), talvolta più celati (come in Living the Journey o Figaro), ma tutti sono nati da una forte ricerca introspettiva, che si è interamente sviluppata in un dualismo tra me e il pianoforte. Questa, forse, è anche la ragione per cui, nonostante sia un album dalle forti influenze hip hop e R&B, mantiene comunque una spiccata, direi quasi fondativa, componente melodica. Un esempio lampante sono i due brani registrati con la collaborazione di Fabrizio Bosso: sia In the Way of Silence che Chick’s Sighting hanno un tema poetico e profondamente melodico, durante il quale si aprono degli orizzonti ritmici e improvvisativi vicini a un jazz contemporaneo dai forti richiami R&B e fusion.

Photo Credit To Enrico De Luigi

L’album è composto da nove brani originali, tutti composti da te: da cosa ti lasci ispirare quando scrivi i tuoi pezzi?
Il pianoforte è sicuramente un compagno di viaggio essenziale. Dal mio incontro con esso nascono la maggior parte delle mie idee, che poi trovano compiutezza nel confronto con il trio e nell’aggiunta di elementi elettronici, a cui mi piace dedicarmi nella fase di post-produzione. Nell’album, poi, ci sono diversi brani originali in cui inserisco citazioni e riferimenti ad alcuni pezzi di artisti che mi hanno particolarmente influenzato e ispirato nel mio percorso di formazione musicale. È come se nel mio album d’esordio volessi innanzitutto rendere omaggio a quegli artisti e stili che più hanno plasmato il mio percorso, mantenendo comunque sempre l’originalità e la paternità artistica del progetto. In merito a questo, l’album è diviso in maniera precisa e speculare: le prime quattro tracce sono brani originali al cui interno ho inserito citazioni e riferimenti ad altri artisti (J Dilla nella prima traccia, Herbie Hancock e Robert Glasper nella seconda, Miles Davis nella terza, con un solo piano finale in cui interpreto In a Silent Way, il duo hip hop MF Doom-Madlib nella quarta traccia), mentre dalla traccia sei alla nove sono tutti brani originali senza citazioni esterne, come quasi a indicare che anche, e soprattutto, grazie agli artisti che cito, sono riuscito a raggiungere quell’autonomia compositiva che mostro nel corso dell’album. La traccia di mezzo, ovvero Finally Got Something è particolarmente significativa, in quanto è, tra quelli che costituiscono il progetto, il primo brano che ho composto. Ecco perché il titolo, che tradotto significa “FINALMENTE HO TROVATO QUALCOSA” è tassativamente da riportare in maiuscolo, come un grido di liberazione dopo anni di studio e ricerca.

Photo Credit To Adriana Tuzzo

Hai registrato il disco in trio, con Max Turone al contrabbasso e Roberto “Red” Rossi alla batteria e poi c’è la straordinaria presenza, in qualità di special guests, di Fabrizio Bosso in due pezzi del disco e della cantante Silvia Donati nel brano Letter To A Lover. Come hai scelto i compagni di viaggio di questa tua prima avventura discografica?
Max Turone e Roberto “Red” Rossi sono stati miei fedeli compagni di viaggio fin dai primi concerti che ho tenuto a Bologna e dintorni, a partire dall’età di quindici anni. Il Bravo Caffè è stato un locale che, nonostante il suo prestigio, mi ha dato l’opportunità fin da subito di confrontarmi con un palco e un pubblico pagante. E questi due straordinari musicisti mi hanno accompagnato nel mio percorso di crescita live. Per queste ragioni, quando è arrivato il momento di scegliere con chi registrare il primo album, non ho avuto dubbi sul coinvolgere proprio loro due, che oltre a conoscere il mio modo di suonare e le mie composizioni, hanno sempre avuto un approccio molto ottimista e incoraggiante verso il mio progetto, nonostante la giovane età (o forse proprio per quella e per l’energia che ne deriva). Massimo Tagliata è stato il produttore del mio album, un musicista straordinario dalla notevole cultura e con una curiosità artistica sconfinata. È stata una collaborazione veramente proficua, in un clima sereno, ma dall’alto tasso di concentrazione e di produttività. Fabrizio Bosso lo avevo conosciuto un paio di anni prima al Bravo Caffè, ed era stato in quell’occasione estremamente gentile e disponibile. Una volta giunto il momento di registrare il disco, ho avuto l’idea di coinvolgerlo, affidandogli due brani che avevo scritto e in cui secondo me sarebbe stato perfetto. Mi riempie ancora di orgoglio un messaggio vocale che mi mandò subito dopo aver registrato: «Ciao Francesco, ho registrato i brani, spero ti piacciano… la ballad (ovvero Chick’s Sighting) è molto bella, però caspita il giro armonico non è facile per niente ;-)». Per me, musicista di diciassette anni, sentire quelle parole da un artista del calibro di Fabrizio è stato un grande onore.

Come hai scelto l’etichetta che ha prodotto il disco e ci racconti com’è stata l’esperienza della registrazione?
È l’etichetta che ha scelto me! Essa aveva lavorato in passato con il produttore Massimo Tagliata, con il quale ho registrato l’album in studio, e dopo aver sentito i pezzi mi ha proposto di collaborare. L’esperienza della registrazione è stata molto emozionante: era la prima volta che mi riunivo in uno studio con altri musicisti per registrare un progetto interamente mio. Durante quei giorni di registrazione (quattro per registrare tutte le parti strumentali, più altri sette per le aggiunte in post-produzione) ho profondamente capito che avrei voluto fare della musica la mia vita. Magici sono stati poi i momenti di ascolto nella sala regia, su tutti il giorno in cui ho ascoltato per la prima volta il master dell’intero album.

Il 31 ottobre sarai in concerto a JazzMi 2023: in questa speciale occasione presenterai il disco al pubblico?
Sì, sono molto emozionato per il mio esordio a Milano in una serata speciale come l’Halloween night, è da molto che sognavo di presentare il mio progetto anche a Milano e non c’è occasione migliore che farlo in una serata così importante e in un luogo prestigioso come la Triennale. Oltretutto è un onore rientrare nel cartellone di JazzMi 2023 con due eventi, una lezione-concerto/talk dal titolo “Jazz-hip hop due generi fratelli”, in piano solo, e a seguire il concerto in trio, nel quale presenterò sia l’album “Early 17” che alcuni brani contenuti nel mio album di prossima uscita (in cui è contenuta anche una traccia in collaborazione con il grande Paolo Fresu, un musicista straordinario). Al mio fianco ci sarà un gruppo di musicisti giovani, ma con esperienze a livello internazionale: il bassista Riccardo Oliva, che ha 25 anni, e il batterista Joe Allotta, di 26 anni. Con loro ho avuto la fortuna di creare un trio affiatato e con una grande chimica sul palco, avendo la stessa concezione del jazz, ovvero di un genere aperto e contaminato con incursioni e proiezioni in generi diversi; Oliva è un musicista che sperimenta molto tra jazz e musica elettronica e Allotta appartiene a quel mondo ibrido tra jazz e hip hop. Insieme abbiamo cominciato a suonare lo scorso anno con due concerti sold out per il Bologna Jazz Festival e da lì ho avuto l’occasione di presentare il mio album al loro fianco in alcuni luoghi di grande importanza, come la Casa del Jazz e l’Alexanderplatz a Roma, la Cantina BentivoglioBologna o il festival Time in Jazz diretto da Paolo Fresu. Di recente ci siamo esibiti anche in Piazza Maggiore a Bologna, in un concerto registrato dalla Regione Emilia-Romagna (che verrà pubblicato integralmente sui loro canali istituzionali) e al termine del quale ho avuto l’onore di ricevere il prestigioso Premio “Strada del Jazz 2023” come “giovane musicista che unisce presente e futuro”.

Photo Credit To Adriana Tuzzo

E per finire, che progetti hai per il prossimo futuro?
Ho due album di prossima uscita… uno è un disco di inediti, interamente prodotto da me in home studio, in cui esploro ulteriormente i rapporti tra jazz e sonorità elettroniche, mantenendo come fulcro creativo il pianoforte e inserendoci patine di sonorità fortemente contemporanee. Anche in questo album ci saranno delle collaborazioni importanti, tra cui Paolo Fresu e Cleon Edwards (batterista di Erykah Badu, Lauryn Hill, Cory Henry e Shaun Martin). L’altro album di prossima uscita racchiude una colonna sonora che ho registrato di recente per un podcast di produzione Rai, che si può trovare su Rai Play Sound, dal titolo “Una Morte da Mediano”. La registrazione della colonna sonora è stata un tassello importante per me, in quanto parte delle mie grandi ispirazioni proviene da Maestri come Ennio Morricone o Ryūichi Sakamoto, che hanno fatto della musica applicata al cinema ragione della loro missione musicale. Per questo ho scelto di pubblicare, a breve, quella che è la mia prima colonna sonora come raccolta discografica personale. Del nuovo album di inediti presenterò qualche brano anche in Triennale il 31 ottobre, quindi si tratta di una serata davvero imperdibile! Un piccolo indizio: uno di questi pezzi contiene al suo interno un tributo al Maestro Federico Fellini, una delle più grandi figure della storia del cinema, che è scomparso esattamente trent’anni prima dei miei eventi in Triennale, ovvero il 31 ottobre del 1993… chissà, potrei dedicargli un momento del concerto… Non dico altro, magari dei nuovi progetti ne parleremo più in particolare in una prossima intervista ;-). Grazie Jazzit per lo spazio dedicatomi e cari lettori, vi aspetto il 31 ottobre in Triennale Milano per JazzMI!

(intervista a cura di Rosario Moreno)

INFO

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