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“Disillusion”: un album ispirato alle varie sfumature dell’esistenza umana. Intervista a Michele Perruggini
Photo Credit To Nico Quaranta

“Disillusion”: un album ispirato alle varie sfumature dell’esistenza umana. Intervista a Michele Perruggini

18 giugno 2024

Il batterista Michele Perruggini ci racconta il suo ultimo album “Disillusion”, pubblicato da Abeat Records, un disco tematico che si presenta come un flusso di coscienza ispirato alle varie sfumature dell’esistenza umana, con una sequenza di composizioni che pongono l’ascoltatore in un intricato e affascinante attraversamento di emozioni, passioni, sentimenti e disillusioni.

a cura di Arianna Guerin

Ciao Michele e benvenuto su Jazzit! Vorrei raccontare la tua storia artistica partendo dalle tue origini musicali: come è nato il tuo amore per la musica e come ti sei avvicinato alla musica jazz e in particolare allo studio della batteria?
Ciao e grazie! Sono molto felice e onorato di esserci. Il mio amore per la musica è nato sin da bambino. Ad esempio, ho amato tanto le colonne sonore dei film dell’epoca. Parliamo degli anni Settanta, periodo in cui iniziavano a girare le grandi produzioni hollywoodiane. E quando mi capitava di assistere a un concerto di qualunque tipo, o persino al passaggio di una banda per la strada, rimanevo incantato. Alle scuole medie la mia professoressa di musica insisteva perché suonassi il pianoforte, ma in famiglia non avevamo le risorse per pagare le lezioni, né tantomeno per affittare o acquistare lo strumento, così mi dedicai allo sport. Ricordo anche che passavo quotidianamente con mia madre davanti a un negozio di giocattoli che esponeva le famose tastiere Bontempi e un paio di batterie giocattolo. Le guardavo con un desiderio infinito, ma non avevo neppure il coraggio di chiedere di acquistarle. Più avanti, i miei fratelli maggiori che già lavoravano, comprarono un impianto stereo con tanto di mobiletto, come si usava allora, e fu così che mi innamorai definitivamente della musica che si ascoltava in casa: i grandi cantautori italiani, il rock, il progressive… La musica jazz, invece, l’ho conosciuta mentre frequentavo le scuole superiori, quando a casa di un amico ascoltai per la prima volta Take Five; rimasi folgorato dal sound magico, dal groove ipnotico, dall’assolo di batteria così musicale e accattivante. In seguito, studiando la batteria e il ritmo swing iniziai a interessarmi ulteriormente al jazz, scoprendo artisti straordinari come Keith Jarrett, Chick Corea, Miles Davis, i Weather Report, Herbie Hancock, Chet Baker, Dave Brubeck, Bill Evans, Pat Metheny… Ho iniziato a suonare la batteria quasi per caso, e dico quasi perché credo alla legge dell’attrazione. Una sera, mentre ero in centro con i miei amici, tra una marea di gente, mi arrivarono all’orecchio le parole di un ragazzo che diceva di insegnare la batteria. Mi avvicinai istintivamente e gli chiesi quanto costasse una lezione. Lui mi disse: «Cinquemila lire». Beh! Cinquemila lire era la paghetta che ricevevo dai miei genitori a fine settimana. Decisi di sacrificarli pur di provare l’emozione di sedermi dietro una batteria. Dopo poche lezioni, questo ragazzo di nome Annibale, con cui ho stretto una bellissima amicizia, si rese conto che avevo talento e mi consigliò di andare in una vera scuola di musica, così implorai i miei genitori affinché potessi frequentarla. Era il 1986, avevo quasi 17 anni. Dopo due mesi avevo già una band.

E come si è poi evoluto nel tempo il tuo percorso musicale? Ci racconti le tappe più importanti della tua carriera?
Ho cominciato suonando in una band con cui facevamo rock progressive (i Mother Shame). Successivamente, da curioso quale sono sempre stato, ho iniziato a interessarmi e a suonare di tutto: musica d’autore, funk, blues, etnica, popolare, celtica, jazz, latin jazz, fusion e, di tanto in tanto, anche musica commerciale per sostenermi, ma ho sempre dato spazio principalmente alla musica inedita. Sicuramente il momento più importante della mia storia musicale è stato nel 1997/1998, quando ho conosciuto Antonio Marangolo e “Lilli” Greco. Suonavo in un gruppo di musica d’autore, i Funambolici Vargas, con cui ci esibimmo anche al Premio Tenco a Sanremo. C’era Vinicio Capossela, Elio e le storie tese, Elisa, Guccini… Pubblicammo un CD con la EMI e suonammo in diverse rassegne, calcando palchi insieme a nomi importanti, come gli Avion Travel, ma in seguito purtroppo, per vari motivi, il gruppo si è sciolto. Negli anni successivi ci sono stati altri progetti per me importanti: con i Radiobunker (musica d’autore), con gli X-Darawish (etno-rock), con alcuni jazzisti locali, tra cui il pianista Mirko Signorile, che adoro. È stato davvero un bel periodo, con tanti concerti in varie città italiane ed europee. Nel 2009 sono stato felice di pubblicare con la Florestano Edizioni il mio metodo per lo studio della batteria (Professione batterista) e nel 2013 ho pubblicato l’app didattica “Prof Drum” su Apple Store e Google Play. Un altro momento importante, e direi di svolta artistica, è stato sicuramente quando ho iniziato a comporre e a pubblicare i miei album, a partire dal 2014 in poi.

Come descriveresti la tua musica dal punto di vista stilistico e compositivo, per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo? Quali emozioni vuoi esprimere principalmente con essa?
Non posso fare una descrizione specifica della mia musica a livello stilistico. Posso dirti che mi piace pensare che non abbia confini e che sia trasversale attraverso tutti i generi che mi è capitato di ascoltare e suonare. Sicuramente per me ha grande importanza l’ispirazione, da cui deriva la scrittura. Il comun denominatore dei miei lavori è certamente l’emozione profonda che provo mentre compongo. Se mi viene la pelle d’oca, mi commuovo e vado avanti con l’idea, altrimenti lascio perdere. Ritengo che ogni singola nota debba “parlare” all’ascoltatore dell’intensità emozionale che nasce nell’istante preciso in cui si manifesta l’urgenza compositiva. Sono convinto che non ci possa essere grande musica senza intensità di composizione e ispirazione, anche se ad improvvisare ci sono i migliori solisti al mondo. E lasciami dire che spesso mi capita di ascoltare album, anche di artisti blasonati, in cui c’è poca o nessuna progettualità e la scrittura sembra quasi un pretesto per improvvisare. Per come la vedo io, invece, ogni momento di un brano deve avere un’immagine precisa e fortemente evocativa. Anche negli spazi dedicati all’improvvisazione non mi basta ripetere l’armonia che c’è sotto il tema, come si usa solitamente. Anzi, mi piace spesso cambiarla per aprire nuove pagine e “viaggiare”, lasciando sempre che l’emozione della scoperta conduca lo sviluppo, per poi ritornare al tema. Se proprio devo fare una sintesi, direi che gli ingredienti fondamentali della mia musica sono il Mediterraneo, il jazz, l’Africa e la musica classica. E devo aggiungere che sento molto forte dentro di me la tradizione e l’intensità del grande lirismo italiano.

Parliamo ora del tuo ultimo disco “Disillusion”: come mai questo titolo? Quale storia hai voluto raccontare attraverso i suoi brani?
Racconto dell’esperienza che, più o meno, tutti noi viviamo durante la crescita, quando vengono meno le aspettative dell’infanzia rispetto alla vita reale, verso se stessi, verso i rapporti con il prossimo e verso il sistema sociale in cui siamo immersi. Come dico nel concept, ci ritroviamo ad essere guerrieri senza scelta e a dover parare i colpi che subiamo, prendendo coscienza del fatto che il mondo reale sia molto diverso da quello che ci hanno raccontato da bambini, per proteggerci. Mi piace pensare che le svariate emozioni relative a tutto questo siano evidenti nella musica che ho scritto. Anche se in realtà ogni ascoltatore ha un proprio modo di sentire, che lo porta a vivere in maniera unica il proprio viaggio, indipendentemente dall’input del compositore. E penso che sia giusto così.

Come descriveresti l’atmosfera musicale dell’album, in cui confluiscono tanti generi, melodie, stili e ritmi che hanno caratterizzato la tua storia artistica?
Sicuramente tutto l’album è permeato da un’atmosfera fondamentalmente malinconica e riflessiva, a volte delicata e intima, a volte esuberante, con una mutabilità tipica dell’essere umano. Certo la disillusione provoca grande dolore, ma anche grande impeto, come risposta avida di verità rispetto all’inganno. In più, nel volgere del viaggio alla ricerca di se stessi e del proprio posticino nell’universo, non mancano i momenti di magia, stupore, gioia e amore profondo per ciò che ci è dato assaporare.

Da cosa ti lasci ispirare per creare le tue composizioni? E come realizzi poi gli arrangiamenti?
Mi ispira tutto ciò che vivo e che vedo accadere intorno a me e nel mondo. Sono una specie di termometro sociale con una sensibilità estrema che, nel bene e nel male, mi fa vibrare ed emozionare profondamente… Non riuscendo ad essere distaccato, covo stati d’animo che a un certo punto devo esternare in ogni modo, e da qui nascono le composizioni. I miei brani partono sempre da qualcosa che mi colpisce quando “gioco” con il pianoforte e mi lascio coinvolgere dalle emozioni che mi trasmette mentre esploro la tastiera senza regole, schemi o preconcetti. Poi porto l’idea sul computer con il programma Logic, rifinisco le armonie, il tema, la linea di basso, aggiungo gli archi, le percussioni, un’idea ritmica, metto insieme la struttura, decido gli spazi improvvisativi, fino a quando il brano prende vita e posso finalmente stampare le partiture per sottoporle ai musicisti che registreranno in studio e al caro amico Leo Gadaleta, che si occupa dell’arrangiamento definitivo degli archi.

Come hai scelto i musicisti che hanno suonato con te nel disco?
I musicisti che suonano le mie composizioni devono necessariamente avere grande umanità e poca mania di protagonismo individuale. Ritengo che siamo noi a dover servire la musica! E non dobbiamo mai mortificarla relegandola al servizio del nostro ego. Di solito per i miei lavori vado in studio con musicisti che, oltre ad essere bravissimi, sono anche amici fraterni: Mirko Signorile (pianoforte) e Giorgio Vendola (contrabbasso). Cito loro due perché penso che il trio sia il cardine fondamentale dei miei progetti, e in particolare il pianoforte. In questo caso, ho voluto mettermi alla prova e cercare nuovi stimoli, affrontando la sfida di coinvolgere musicisti che stimavo già da prima, ma che non avevo mai avuto il piacere di incrociare. Grazie all’aiuto di Carlo Cantini, grandissimo musicista e titolare del Digitube studio, ho potuto contattarli uno ad uno e mettere insieme una “squadra” fantastica. Splendide persone e musicisti straordinari, che con il loro contributo hanno impreziosito il lavoro. Si è creato così un bellissimo legame e un rapporto di empatia e stima reciproca. Per rimanere in argomento trio, con Roberto Olzer (pianoforte) e Yuri Goloubev (contrabbasso) c’è stata sin da subito un’intesa immediata, come se suonassimo insieme da tempo. Infatti la registrazione è filata via liscia e veloce. Abbiamo registrato ben dodici brani in due giorni, nonostante ci fossimo incontrati direttamente in studio con le parti ancora da leggere e senza avere mai fatto alcuna prova precedentemente. E poi devo dire che sono stato felicissimo di scoprire che l’approccio alla mia musica fosse lo stesso anche da parte di tutti gli altri, e cito in particolare Guido Bombardieri e Fausto Beccalossi, che mi hanno sorpreso ed emozionato tantissimo, lasciandomi letteralmente a bocca aperta.

Cosa differenzia “Disillusion” dai tuoi precedenti dischi e cosa aggiunge al tuo percorso artistico?
Dico sempre che produrre un album è come generare dei figli, che saranno inevitabilmente diversi l’uno dall’altro, nonostante la matrice sia la stessa. Il primo (“Attraverso la nebbia”) è stato una specie di reunion con tanti colleghi e amici con cui ho suonato negli anni. Il secondo (“In volo”), più intimo, è quasi musica da camera con incursioni jazz, perché include solo piano, contrabbasso e quartetto d’archi. Non ho voluto metterci neppure la batteria. Quest’ultimo (“Disillusion”) è una specie di viaggio in cui esploro tante sonorità diverse. Si tratta di un concept album che ha una sequenza narrativa ben precisa, con i brani collegati tra loro armonicamente. E anche i titoli ne raccontano la storia. Sicuramente si tratta di un disco di crescita e maturazione artistica, ma non è certo un punto di arrivo. Direi piuttosto che è una fotografia delle emozioni che questo tema mi accende. In realtà, in ogni mia pubblicazione ho sempre inserito il concept che spiega l’umore che ha ispirato il lavoro, perché mi piace che un’opera non sia solo una sequenza di brani. In questo caso, come spiegavo prima, tratto la disillusione legata alla crescita, alla consapevolezza e allo svanire delle certezze dell’infanzia, con tutte le emozioni che si vivono nel percorso che ci porta a scoprire cosa nasconde il velo frapposto tra noi e la verità.

Questo è il tuo terzo album pubblicato dall’etichetta Abeat Records, che vanta un catalogo di grande prestigio e qualità: dopo diversi progetti realizzati insieme, ci racconti che tipo di rapporto si è creato con il discografico Mario Caccia?
Direi che con Mario ho un ottimo rapporto che dura ormai da circa dieci anni. Facciamo spesso delle bellissime chiacchierate su vari temi e credo che entrambi siamo stimolati dai rispettivi punti di vista. Poi lui è molto aperto mentalmente e musicalmente per cui, essendo la mia musica decisamente trasversale, mi ci ritrovo a meraviglia. Per farti avere un’idea di quanto siamo in sintonia, posso dirti che recentemente siamo stati a cena insieme, ci siamo seduti a tavola alle ventuno e ci siamo alzati a mezzanotte e mezza, ma solo perché dovevo andare a prendere mia figlia…

Quali sono i tuoi progetti lavorativi e musicali per quest’anno?
A parte qualche lezione di batteria, come al solito vorrei portare in giro la mia musica, ma non ti nascondo che non è semplice, perché il carattere sinfonico dei miei lavori mi porta ad avere una band abbastanza numerosa e quindi non è facile trovare i contesti giusti, sia in termini di spazi che economici. Nel frattempo, sto ultimando la scrittura di un nuovo album in cui la chitarra ha un ruolo più importante rispetto ai lavori precedenti. E poi, come sogno nel cassetto, sto scrivendo un album per pianoforte e orchestra. Spero di riuscire a realizzarlo prima o poi.

INFO

www.micheleperruggini.it

www.abeatrecords.com

 

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