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Francesco Cusa</br>Diario da Istanbul</br>Tour Diary

Francesco Cusa
Diario da Istanbul
Tour Diary

Le magie degli incontri sono ancora una realtà, perfino nella nostra concitata società mediatica e dei consumi. La genesi del mio incontro con Selahattin Kaplan e il Kaknus Ensemble ha un che di romantico e di vissuto d’altri tempi: nasce alla fine di una jam session al Torrione Jazz Club di Ferrara (avevo appena suonato un brano); Selahattin Kaplan e Selim Koytak, rispettivamente il manager e uno dei componenti del Kaknus Ensemble, di passaggio a Ferrara dopo un concerto a Venezia, si recarono al Torrione proprio alla fine della serata e durante quel brano finale. Dopo le presentazioni, Selahattin e Selim espressero il desiderio di avermi come batterista nel loro ensemble: ovviamente accettai e puntualmente, dopo qualche tempo, ricevetti  l’invito di recarmi ad Istanbul per un concerto e una session di registrazione del cd di prossima uscita del Kaknus Ensemble.
Il senso di fascinazione che proviene da questi incontri, l’intima ragione della vita estetica ed estatica del musicista-viaggiatore, sta tutto in questa magiche dialettiche che rendono sorprendente ed emozionante suonare. Peraltro ero molto felice di andare a conoscere uno dei luoghi più affascinanti del mondo, ovvero la millenaria Istanbul, ed al contempo eccitato per l’esperienza artistica che mi avrebbe stimolato a crescere, in quanto unico italiano in un ensemble di musicisti turchi e crimeani. C’è anche da chiedersi se un simile fatto possa mai accadere per tramite di promoter o organizzatori italiani: la risposta la lasciamo ai lettori. Ecco il mio diario dei giorni trascorsi a Istanbul. Buona lettura.
Di Francesco Cusa
L’arrivo a Istanbul è apparentemente simile a quello di tanti arrivi nelle grandi metropoli, ma, fin da subito, il complesso sistema di collegamenti in metropolitana, che affronto con Selahattin, mi ricongiunge al ritmo differente di una città che conserva la fascinazione peculiare delle miscele di antico e moderno, tipiche del sincretismo urbano dei millenni. Da siciliano, “riconosco” luoghi, facce e ambienti, e dunque sperimento una certa familiarità che è al contempo straniante e naturale, come un contrappunto tenue e violento di voci e visioni. I recenti eventi tragici sembrano comunque aver segnato nel profondo l’anima di Istanbul, e questo lo evinco sia dalle conversazioni con Selahattin sia dall’ossessiva presenza dei controlli della polizia ad ogni stazione della metropolitana: praticamente una sorta di perenne check-in, veniamo perquisiti e controllati coi metal detector ad ogni fermata.
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Prima di andare in hotel ho modo di assaggiare, in uno dei ristoranti tipici di Istanbul, un delizioso “kurufasulye”, un piatto semplice composto da riso e fagioli; mi addormento con la visione della città e il canto del muezzin al tramonto, in attesa delle prove serali.
 
Secondo Giorno. Dopo aver sperimentato cosa possa essere il traffico di Istanbul ed aver preso le misure con la guida “creativa” dei tassisti, mi ritrovo nel quartiere di “Galata Tower” dove si terranno per due giorni le prove, all’ultimo piano di un edificio interamente adibito a studi di registrazione e sale prove. Lì faccio la conoscenza dei componenti del Kaknus Ensemble:  le affascinanti cantanti Tuğçe Karaoğlan e Canan Tugberk, il bassista Münir Gür, il leader Mamed Cafarov alle tastiere, Ahmet Selim all’ud e Onur Seçki alle percussioni L’atmosfera è cordiale e rilassata, beviamo il tè e ci scambiamo le prime impressioni; personalmente sono abbastanza preoccupato, giacché non mi è stata inviata alcuna partitura e dunque brancolo in una sorta di buio, avendo ascoltato i loro brani solo da una registrazione su YouTube.
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E infatti non abbiamo alcuna partitura! “Just listen!”, mi dice Mamed, e così cominciamo le prove. La musica è molto orecchiabile ma al contempo riserva dei terribili tranelli: stacchi in 11/8, forme (per il nostro orecchio) apparentemente asimmetriche, un certo modo di portare il “timing”…ma fin da subito c’è intesa e feeling, e le canzoni filano via lisce con le dovute pause necessarie alla decifrazione delle mie “parti”. Alla fine ci ritroviamo a cenare nel cuore della Istanbul mai doma, con ristoranti aperti ventiquattro ore al giorno.
 
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Il giorno seguente trascorro molte ore  in moschea. Indipendentemente da come la si pensi, è davvero impossibile non rimanere rapiti e pervasi da questo profondo sentire comune: i profumi degli incensi e il senso di spiritualità “attiva” rendono magico il senso della partecipazione ad un rito toccante ed eterno. Il vento del Bosforo soffia in circolo fra le navate, straniante è il lucore del diurno: professionisti, manager, anziani, “uomini tecnologici” e vecchi senza una gamba giungono all’acme, il farsi della ora tredicesima; le donne sono dentro un “recinto”; comincia il canto del muezzin. Molti, per via della mia barba, mi scambiano per turco e mi chiedono delle cose. Io faccio segno di non capire. Mi sorridono tutti. Percepisco un senso di grande pace, umile e sincera. Il senso di fascinazione che proviene da questo culto è magnetizzante.
 
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Nel pomeriggio ho modo di andare a vedere il concerto del bravissimo Alessandro Lanzoni, che per coincidenza si trova ad Istanbul nei miei stessi giorni. Ammiro il suo piano solo all’istituto Italiano di Cultura e poi lo invito alle nostre prove.
Prove serali: la musica comincia a girare, occorre ascoltare bene, entrare in una certa dinamica ed empatia con un certo modo di portare il tempo. L’indecisione è sempre la medesima, ovvero quella di assecondare il flusso ma al contempo mantenere un’identità propria; è un equilibrio delicato, una linea sottile da seguire.
  
Quarto giorno: oggi suoniamo nella meravigliosa “Crimean Church”. C’è molta attesa per il concerto e la sala è esaurita. Sono giorni di disturbo fisico per me, con costanti giramenti di testa e nausee, ma la compagnia dei musicisti e di Selahattin, riesce ad alleggerire il peso del malessere. Prima del concerto discuto molto nei camerini con le meravigliose cantanti: parliamo delle nostre vite, delle nostre esperienza e pian piano ci avviciniamo all’ora del concerto. Effettivamente la sala è gremita; con gli altri musicisti ripasso il repertorio che per me è sostanzialmente un grosso esercizio mnemonico e di concentrazione. Quando entriamo nella chiesa, comunque, tutto pare assestarsi e il risultato è davvero emozionante: pubblico in visibilio e noi tutti felici. Il processo di apprendimento per emulazione, imitativo, ha prodotto i suoi risultati. Rispetto al codice della partitura, questo “metodo” consente una diversa concentrazione e un’attitudine all’ascolto non mediata dalla partitura musicale. Si risvegliano capacità di apprendimento sopite da troppe sovrastrutture: erudizione, studi, approcci, dipendenze.
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Quello che comincio a comprendere di questa straordinaria, bellissima città, grazie ai miei amici turchi che mi portano in giro, è che la zona di Besiktas è quella tradizionalmente di sinistra e degli universitari: qui si annidano gli “anti-governativi”. Molte ragazze preferiscono la vita notturna di questa zona (come se nelle altre parti non ce ne fosse, aggiungerei io). È un immenso bazar sempre aperto. E meno male che questo è un periodo di “crisi”.
  
Quinto giorno. Oggi col mio amico Selahattin vado a incontrare una potente “guaritrice” della tradizione del “kurşun dökme”, un culto pre-islamico ancora attivo anche se inviso dalla cultura islamica e dunque costretto in pratiche nascoste (anche se ci sono molte zone in cui è praticato e tollerato: influenze di matrice zoroastriana, comunque). Percorriamo un strada che a me pare infinita, tra battelli, metro, autobus: una durata di quasi due ore, che per un cittadino di Istanbul è assolutamente la norma. Comunque la città è un immenso bazar: immaginate una sorta di area grande quanto mezza Sicilia tutta fatta di strade, negozi, piazze ecc.
 
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Arriviamo a destinazione, il quartiere è modernissimo, sembra un strada di Londra o di New York, ma Selahattin mi dice che probabilmente sono il primo italiano a mettere piede in questa zona. Mi accolgono con una gran festa in questo piccolo appartamento: la “guaritrice”, i suoi figli, facce sorridenti e festose. Ci sistemiamo in cucina. Loro non parlano una parola di inglese e dunque Selahattin farà da traduttore. Sui fornelli vedo a scaldare della carta stagnola, poi una bacinella piena d’acqua con del pane a mollo che serve – mi riferisce – a fare assorbire il malessere. È un rito antichissimo, di millenni.  Mi viene messa una coperta in testa. Non devo vedere. Poi sento dei gran rumori. Fortissimi. Mi toglie la coperta e mi fa vedere la stagnola che ha preso una assurda forma. “Questo è il tuo cuore, hai un cuore trasparente e limpido”. Poi prende a massaggiarmi la testa, il collo, le braccia. Emette come degli strani sbadigli e poi soffia. È come se prendesse questa energia negativa e la risputasse sotto forma di soffio. Riferisce che mi hanno fatto una sorta di malocchio. Molto tempo fa. Una donna.  Parla di un luogo molto antico dove ho assorbito questa cosa: un cimitero, un castello. Poi materializza la carta stagnola e mi dice “andrai in America e farai dei soldi”. Tutto questo in un’atmosfera solare, grandi risate, e affetto. Mi dice di stare sereno, che da domani passerà tutto e di ritornare la prossima volta che sarò a Istanbul per il secondo e terzo trattamento. Io chiedo allora cosa posso fare per ricambiare, visto che lei non accetta soldi. Lei mi sorride e mi fa “Inshallah! Facciamo tutto questo per la gioia della vita e dell’Altissimo”. E giù grandi risate e sorrisi festanti. Mi abbraccia lei, e poi vengono tutti i suoi figli ad abbracciarmi come se fossi un fratello, uno della famiglia. Il fatto che sono italiano, per loro, è una gioia (penso a quanto orrore e ignoranza becera alberghi in certe nostre visioni del mondo). Indipendente da come possa leggere questo incontro – se riuscirà a guarire o a lenire il mio disagio fisico -, esso rimarrà una delle esperienze più belle della mia vita.
 
Arriva il giorno della registrazione. Dopo essere stato in giro ad acquistare – un must!- i famosi piatti turchi, sono ansioso di provarli direttamente in studio. Registriamo un pezzo tutti insieme (senza le voci), poi registro alcune take sovraincidendo la batteria sulle registrazioni precedentemente effettuate dal Kaknus. Il risultato è più che soddisfacente, e sono davvero contento di aver dato il mio apporto a queste musiche. Ho imparato moltissimo in questa settimana, musicalmente è stata un’esperienza molto importante e densa.
 
Infine mi trovo in attesa dell’aereo che mi riporterà in Sicilia…
A tutti i miei amici Ahmet Selim Koytak Tuğçe Karaoğlan Canan Tugberk Münir Gür Mamed Cafarov, Selahattin Kaplan, Onur Secki, Duygu Eskipınar Fanny Lulu Brawne, Alessandro Lanzoni, un grazie per la bellissima settimana trascorsa a Istanbul e per la vostra gentile e splendida accoglienza. Soprattutto a Selahattin voglio dire un grazie per la pazienza e la cura dedicatami in questo periodo.
 
PS
Incredibile coincidenza che non può essere coincidenza: stasera sono andato a vedere il film  “Inferno” e l’intera sequenza finale è girata a Istanbul nei luoghi dove ero fino a stamane: Santa Sofia, La Cisterna della Medusa…