Ultime News
Decanter: la sintesi perfetta del sound di Accordi Disaccordi. Intervista ad Alessandro Di Virgilio
Photo Credit To Gabriella Di Muro

Decanter: la sintesi perfetta del sound di Accordi Disaccordi. Intervista ad Alessandro Di Virgilio

11 settembre 2023

Intervistiamo il chitarrista torinese Alessandro Di Virgilio, leader del trio manouche Accordi Disaccordi, composto da Alessandro, Dario Berlucchi alle chitarre e Dario Scopesi al contrabbasso, un progetto italiano molto attivo nel panorama nazionale e internazionale, che in dieci anni di attività si è esibito in più di tremila concerti con tournée mondiali. Le loro composizioni originali combinano influenze jazz, swing e blues con atmosfere acustiche e gusto cinematografico. Il loro sound è radicato nello stile gipsy jazz, influenzato dal leggendario chitarrista Django Reinhardt. Il loro ultimo album “Decanter” è la sintesi perfetta del loro sound: ce lo racconta il leader del gruppo.

a cura di Andrea Parente

Buongiorno Alessandro e benvenuto su Jazzit. Sulla tua biografia leggo “classe 1988, inizia fin da piccolo lo studio della chitarra jazz. Dopo essersi laureato al Dams di Torino e al CPM di Milano, nel 2015 consegue la laurea a pieni voti al Conservatorio Jazz di Torino”. La domanda sorge spontanea: sei tu che hai scelto la chitarra, oppure è lei che ha scelto te?
Ho iniziato lo studio del pianoforte quando ero piccolo. Ma mi sono subito reso conto che fosse la chitarra lo strumento che avrei voluto studiare e suonare. Così ho cambiato e mi sono innamorato sin da subito di questo strumento, dal quale non mi sono mai più separato.

Photo Credit To Gabriella Di Muro

Raccontaci del tuo percorso musicale. Come si è evoluto nel tempo? Come ti sei approcciato al jazz manouche?
Ho iniziato a studiare la chitarra elettrica da subito, appassionandomi di rock e blues. Per anni infatti ho suonato in progetti funky o blues, nei quali la chitarra elettrica la faceva da padrona. Più avanti ho iniziato ad appassionarmi al jazz più tradizionale ed è qui che mi si è aperto un mondo. Per qualche anno quindi mi sono dedicato allo studio della teoria e armonia jazz, laureandomi infine presso il Conservatorio Jazz di Torino. Il jazz manouche è arrivato proprio in quegli anni, precisamente nel 2012, quando sono rimasto folgorato dalla colonna sonora del film Midnight in Paris (di Woody Allen), piena di musica manouche e sonorità gipsy.

Nel 2012 hai fondato gli “Accordi Disaccordi”, un trio jazz manouche molto attivo a livello sia nazionale che internazionale. La formazione è attualmente composta da te alla chitarra solista, Dario Berlucchi alla chitarra ritmica e Dario Scopesi al contrabbasso. Raccontaci un po’ del progetto.
È partito tutto dal cinema, appunto dal film di Woody Allen. Dario ed io ci siamo subito messi in gioco, provando a suonare un po’ di questa musica in strada, per puro divertimento. E da lì è nato un intenso periodo di busking, che si è sviluppato pian piano, portandoci nei primi locali, fino ad arrivare nei teatri, nei festival e in tour in giro per il mondo. Il primo periodo di attività è stato fortemente connotato da una matrice gipsy jazz, ma attualmente nei nostri spettacoli suoniamo solo la nostra musica originale, che ha influenze più ampie e abbraccia generi come il rock e la musica da film.

Photo Credit To Dario Berlucchi

Cosa ci racconti, invece, di “Decanter”, l’ultimo lavoro discografico autoprodotto del trio? Come avete sviluppato l’iter narrativo del disco? 
“Decanter” è la sintesi dei nostri ascolti e delle nostre influenze musicali. Gli ascoltatori troveranno riferimenti a mondi musicali variegati: dal flamenco al rock, passando da melodie dal gusto cinematografico ad altre in stile gipsy jazz. Nel disco inoltre abbiamo invitato alcuni ospiti speciali: al violino Anais Drago, alla fisarmonica Roberto Cannillo e al vibrafono Riccardo Conti. Ci sono però due elementi che fanno da filo conduttore e legano tutti i brani tra loro: la timbrica e la dinamica. Contrabbasso e chitarre manouche (diciamo le antenate delle moderne chitarre acustiche) creano una timbrica inusuale, soprattutto se usate in un contesto più “pop-rock” come il nostro. L’utilizzo delle dinamiche invece, dai pianissimo ai fortissimo, enfatizza il virtuosismo della mia chitarra solista. Credo che questi siano i nostri punti di forza.

Ascoltando il disco, ho riscontrato una varietà musicale molto estesa, che parte dalla tradizione jazz manouche e arriva alle sonorità musicali più moderne, rendendolo un lavoro molto maturo. Ogni brano del disco presenta sfumature eterogenee e sembra condurti in ambienti emozionali differenti tra loro, che seguono, però, una identità musicale forte e ben definita. L’ho trovato un disco strumentale molto interessante, impreziosito dall’apporto aggiuntivo del violino, del vibrafono e della fisarmonica. Questo lavoro ha soddisfatto appieno le tue/vostre aspettative, ovvero quelle che ogni musicista si immagina una volta finite le registrazioni del proprio album?
Assolutamente sì. Questa diversità timbrica che si riscontra ascoltando il disco rispecchia perfettamente quello che avevamo in mente. Possiamo dire quindi, ascoltando il disco: missione compiuta!

L’album è formato da undici brani originali, tutti composti da te. Ci racconti il tuo iter compositivo? Da cosa ti lasci ispirare, oltre che dal leggendario chitarrista Django Reinhardt?
“Decanter” è il contenitore in cui abbiamo riversato tutta la musica di cui siamo innamorati: dal jazz al rock, dalla classica alle sonorità folk mediterranee. Sicuramente la sonorità gipsy jazz rimane un elemento importante della nostra vena compositiva, anche se non è più la principale protagonista. Chitarristi come Bireli Lagrene e Gonzalo Bergara rimangono sicuramente un punto di riferimento determinante. In questo lavoro emerge particolarmente anche il nostro interesse per le sonorità cinematografiche e per un certo tipo di jazz europeo. A questo proposito ci riempie di orgoglio poter dire che alcuni nostri brani sono diventati a loro volta colonne sonore. Un esempio su tutti è Stay, inserita nella soundtrack del docufilm Fabrizio De André e PFM – Il concerto ritrovato. Credo che tutto “Decanter” sia caratterizzato da una marcata sonorità di tipo cinematografico, ma se dovessi citarti un pezzo, sceglierei Barcellona. Lo abbiamo composto immaginandolo come una ipotetica colonna sonora dell’ultimo film di Quentin Tarantino! Ovviamente si parla di un sogno, ma è stato molto divertente come approccio compositivo!

Negli ultimi anni gli Accordi Disaccordi hanno suonato in tutto il mondo, con concerti in Europa, negli Stati Uniti, in Australia e negli Emirati Arabi. Ci racconti le emozioni di queste incredibili esperienze?
Abbiamo appena terminato di esibirci a Umbria Jazz e siamo entusiasti di come è andata. Abbiamo sempre avuto un pubblico molto caloroso. Negli anni abbiamo organizzato molti tour fuori dall’Italia, come in Russia, negli Emirati Arabi, in America, in Australia e suonare davanti a un pubblico così distante da noi (basti pensare al pubblico siberiano), ma allo stesso tempo così vicino, ci rende sempre molto orgogliosi del nostro lavoro. È da questi concerti infatti che abbiamo la costante conferma di come la musica sia veramente un linguaggio universale. Il deserto di Dubai al tramonto è stato, personalmente, il palco più incredibile e inaspettato in cui abbiamo avuto il piacere di tenere un concerto. A pochi chilometri dalla città, circondati dalle dune… e sullo sfondo il sole rosso fuoco che tramontava! Un paesaggio meraviglioso e del tutto nuovo, che ci ha lasciato senza fiato! Dubai è un melting pot estremamente interessante: un luogo assurdo che riserva un sacco di sorprese e di incontri inaspettati.

Photo Credit To Dario Berlucchi

Addirittura nel 2018 in Russia avete conquistato il Guinness dei primati come “Primo e più importante tour jazz su larga scala mai organizzato in Russia” con più di 200 concerti in 80 differenti città del paese. Che effetto fa aver conquistato questo primato?
I nostri tour in Russia sono stati organizzati da un manager locale e devo dire che quando ci ha comunicato la notizia eravamo tra l’incredulo e il divertito. È stato un bellissimo riconoscimento per noi. Abbiamo girato la Russia in lungo e in largo, suonando nelle grandi città e finendo in posti lontani come la Siberia o l’Estremo Oriente. Il nostro ricordo più bello è senza dubbio il calore del pubblico, sempre molto partecipe, attento ed entusiasta della nostra musica. Siamo sempre tornati a casa felici e pieni di incredibili storie da raccontare (o almeno quasi tutte!). Avere di fronte un pubblico così diverso da quello a cui siamo abituati è stata veramente un’esperienza pazzesca.

 

Per quanto riguarda il profilo nazionale siete, ormai già da qualche anno, ospiti fissi a Umbria Jazz. Credo sia una bella soddisfazione, considerando che il jazz manouche è un genere di “nicchia”, anche se in costante crescita. Cosa ne pensi al riguardo?
Assolutamente sì. Umbria Jazz è stato il primo festival importante a cui abbiamo partecipato, che ci ha permesso di avere una certa visibilità e di aprire qualche strada nuova. Ne è nata poi una grande amicizia e collaborazione, che ci vede partecipare al festival ininterrottamente dal 2015 come resident band.

Photo Credit To Dario Berlucchi

Tornando a noi, nel marzo del 2022 ho avuto il piacere di conoscerti ed essere ospite nel tuo studio di registrazione a Torino, e ricordo che in quell’occasione mi hai parlato del “Jazz Manouche Lab”. Ci racconti di cosa si tratta?
Il Jazz Manouche Lab è un progetto ideato dal chitarrista Giangiacomo Rosso e dal sottoscritto. Oltre a suonare questa musica, ci piace anche insegnarla. Ed è cosi che abbiamo creato questo progetto, con l’idea di insegnare la chitarra manouche, ma anche con l’obiettivo di organizzare concerti, masterclass e incontri con i grandi artisti del genere, in modo tale da riuscire a divulgare maggiormente questa musica, di cui siamo grandi appassionati.

Da musicista e appassionato di jazz manouche ho una domanda da porti: cosa consigli a chi si volesse approcciare a questo genere? Mi riferisco non solo ai semplici ascoltatori di jazz, ma anche al crescente numero di musicisti attratti dallo stile chitarristico di Django Reinhardt.
Ascoltare tanta musica. E mi riferisco non solo al jazz manouche di Django, ma ai vari sottogeneri musicali che ne sono derivati negli ultimi anni. Oltre allo stile tradizionale di Django, c’è un mondo di musica più “moderna”, molto affascinante. Rispetto a diversi anni fa, il manouche si è allargato, modificato, contaminato. Per questo motivo a me piace ascoltare questo genere in ogni sua forma.

Infine, uno sguardo al futuro. Quali sono i vostri progetti? Che obiettivi vi ponete ora che il progetto è cresciuto così tanto?
Attualmente stiamo portando in tour il nostro show con i nuovi arrangiamenti dei nostri brani originali. Stiamo sperimentando nuove sonorità con strumenti come l’ukulele, il Glokenspiel e soprattutto la chitarra elettrica e l’effettistica in generale. Siamo molto felici del risultato, perché ci aiuta a creare nuove atmosfere oniriche e contemporaneamente a tirare fuori la nostra anima rock! Siamo molto contenti di portare questa musica sui palchi italiani, e non solo. Infatti a questo proposito, non vediamo l’ora di suonare il 29 settembre a Mo I Rana in Norvegia, dove porteremo questa nostra nuova scaletta.

INFO

www.accordidisaccordi.com

 

Abbonati a Jazzit a soli 29 euro cliccando qui!