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Catania Jazz</br>Intervista a Pompeo Benincasa

Catania Jazz
Intervista a Pompeo Benincasa

 

 30 ottobre 2017

Pompeo Benincasa è uno dei promoter più importanti del jazz europeo. Attivo fin dai primi anni Ottanta, Benincasa ha contributo a diffondere la cultura del jazz nella sua regione, la Sicilia, e ancora oggi è straordinariamente attivo con la sua creatura più amata – Catania Jazz – che quest’anno festeggia le sue XXXV edizioni. Lo incontriamo per saperne di più della sua attività e per cercare di capire come, una rivista di settore come Jazzit – che nasce per contribuire a dar voce al jazz italiano – possa sostenere un lavoro così importante sul territorio locale, che accumuna anche altre migliaia di esperienze su tutto il territorio nazionale.

Di Luciano Vanni

Raccontaci di te. Come e quando è iniziata la passione per il jazz?
Ho iniziato tardi. Il primo disco che comprai negli anni del liceo fu “Come Together” dei Beatles: sono stato un loro devoto come lo sono stato per i Pink Floyd e dei cantautori italiani, da Luigi Tenco a Fabrizio De Andrè. Può sembrare strano, ma il primo impatto col jazz l’ho avuto durante la leva militare. Io, come altri, sono arrivato al jazz relativamente tardi, a ventisei anni, ed era naturale che si legasse tra coetanei e non con ragazzi di diciotto o diciannove anni. Il mio vicino di branda era un appassionato di jazz e così, quando si usciva, si cercavano i luoghi dove poter ascoltare il jazz. Eravamo al confine tra la Lombardia e l’Emilia: io avevo l’auto e andavamo ovunque, soprattutto d’estate, perché avevamo molto tempo a disposizione e una certa tolleranza delle guardie se rientravamo entro l’una di notte.

E poi, il jazz, è diventata protagonista della tua vita professionale. Ci racconti i tuoi esordi da promoter e le tante rassegne che nel tempo hai firmato, e prodotto, in Sicilia? E come nasce Catania Jazz, di cui sei fondatore e direttore artistico fin dal 1983?
Non pensavo minimamente che sarei rimasto invischiato in questo mondo. Tutto è nato per caso e per colpa di Archie Shepp. Succede che io e altri amici catanesi, i futuri fondatori di Catania Jazz, si vada a Messina a inizio settembre 1983 per vedere il festival jazz, l’unico promosso, in quegli anni, nella nostra regione. L’ultimo gruppo in scaletta una produzione con Archie Shepp, Lester Bowie, Ursula Dudziak e altri di cui non ricordo il nome. Ma il concerto non iniziò, passò più di un quarto d’ora e alla fine, nella tribunetta dove eravamo noi, iniziò a circolare la voce che il motivo del ritardo era che Archie Shepp fosse ubriaco. Abbiamo pensato che non sarebbe stata questione di minuti, se lo dovevano rimettere in piedi e quindi decidiamo di abbandonare la tribuna e fare un giro tra gli stand del festival in cerca di cibo e a rovistare tra i dischi in vendita sino a quando avremmoo sentito la band sul palco. Fu allora che uno di noi disse a tutti gli altri se avessimo fatto caso che in quella breve passeggiata avevamo salutato ed eravamo stati salutati da quasi tutti: eravamo a Messina, ma il pubblico era composto quasi interamente da catanesi che ogni sera, per tre sere, spendevano in benzina, autostrada, biglietti e pasti per ascoltare il jazz in un’altra città. Pensammo che se quel festival fosse stato a Catania magari ci sarebbero stati più spettatori e così nello stesso anno decidemmo di toglierci questa curiosità: prendemmo il teatro più grande di Catania, quasi 1800 posti, e iniziammo il 24 ottobre del 1983 con l’Arkestra di Sun Ra e poi altri concerti sino a maggio 1984: un cartellone con McCoy Tyner, il quartetto di Don Pullen con George Adams, Cameron Brown e Danny Richmond, l’AEOC, Braxton, Cobham e Rava. Insomma, ci presero tutti per matti all’inizio perché portammo il jazz dentro il Metropolitan ma in quel teatro abbiamo fatto – da allora e sino al 2011 – tanti soldout, con i 2181 spettatori con Dizzy Gillespie nel 1984 e i quasi 2000 con Jaco Pastorius nell’ultimo suo concerto dal vivo (in tutti i sensi) in Europa. È iniziato tutto così: tanto pubblico, centinaia di abbonati ogni anno ma nessun contributo pubblico. Sino ad oggi mai un contributo del nostro Comune dal 1984, mentre dal 1987 abbiamo meritato un contributo dalla Regione Sicilia in virtù di una legge specifica, ma era di modesto importo in funzione per l’entità dell’attività e i debiti accumulati.

Cosa significa promuovere jazz? E poi in una regione come la Sicilia? Quali sono gli ostacoli più grandi, e le opportunità invece connesse a questa straordinaria isola?
Sembrerà strano, ma ci siamo resi conto troppo tardi che le avversità incontrate sin dal primo momento a livello istituzionale, e non, derivavano proprio da quei numeri: troppo grandi per un’associazione nata così tra quattro amici senza alcun referente politico alle spalle. A questo aggiungete un dettaglio rilevante: nella commissione che assegnava i contributi in Sicilia ci stavano i più grossi beneficiari dei contributi stessi, cioè gli Amici della Musica di Palermo e il Brass di Palermo che, nei fatti, esprimeva i giudizi e orientava i finanziamenti alle associazioni jazzistiche. Noi, per quattordici anni, siamo stati bastonati da questa commissione e da chi aveva il compito di tutelare il jazz e non solo quello di casa propria. Da qui l’idea di creare un circuito jazzistico in tutta l’isola che facesse diminuire i costi per tutti e al tempo stesso una sempre maggiore attenzione all’incremento della risorsa quasi esclusiva che abbiamo mantenuto sino ai giorni nostri: il pubblico pagante.

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Che ricordi hai di quegli anni?
Ricordo dei tour bellissimi con i quali riuscivamo a portare non solo a Catania e Palermo – ma anche ad Alcamo, Caltanissetta e qualche volta Agrigento e Siracusa – artisti come Joe Lovano o Danilo Perez, Eliane Elias o Dizzy Gillespie e tanti altri ancora; ma anche tanti italiani da Paolo Fresu a Enrico Rava, da Massimo Urbani a Roberto Gatto. Così ci siamo fatti l’idea che in tutta la Sicilia il jazz avesse un pubblico più che dignitoso, come nessuna altra regione italiana. Catania era solo la punta dell’iceberg e continua a esserlo in quanto a partecipazione popolare, ma gli spettatori che a volte vedo ai concerti jazz a Roma o Milano, in Sicilia si fanno anche in piccole cittadine. L’ostacolo quindi non è mai stato il pubblico: sono sempre state le politiche culturali regionali e comunali che hanno sempre penalizzato il jazz ma in generale tutte le attività culturali indipendenti; e non solo dal punto di vista dei contributi, ma soprattutto dal punto di vista degli spazi e dei servizi offerti. Noi in Sicilia paghiamo tutto, e salato: strutture pubbliche comprese.

Correndo la lista degli artisti con cui hai lavorato – da Wayne Shorter a Sun Ra passando per Dizzy Gillespie, Pat Methney e John Zorn – è evidente che ha toccato con mano la storia del jazz. Ci racconti qualche aneddoto e qualche storia connessa a questi grandi protagonisti?
Difficile veramente. Proviamo: Tony Williams che dopo settanta minuti, incazzato con i suoi compagni, lascia il palco e fa finire il concerto solo a Ron Carter e Roland Hanna. Il compleanno di Dizzy Gillespie a Catania, due anni prima della sua scomparsa, con la sua immagine colorata su una grande torta che entra sul palco durante il bis e lui, commosso, che imbocca il pubblico come il prete con l’ostia sacra con un solo cucchiaio. Le centinaia di ragazzi venuti da tutta la Sicilia e la Calabria che piangono davanti a noi perché non c’erano più posti per assistere al concerto di Jaco Pastorius; era il 1986, un secolo fa quanto a prevendite… e li abbiamo fatti entrare tutti a rischio della galera. E poi mi torna in mente la rocambolesca fuga del giovane Hernandez, detto el Negro, al primo concerto fuori da Cuba di Gonzalo Rubalcaba che fu proprio a Catania; per fortuna avvenne a concerto finito. Mi fermo qui o poteremmo scrivere un libro come tutti gli organizzatori vecchi come me.

Quali sono le più grandi soddisfazioni professionali, e umane, legate al tuo lavoro?
Una soddisfazione è recentissima, perché ha rivoluzionato il nostro modus operandi ed è la storia degli abbonamenti al buio, nata cinque anni fa. Le difficoltà economiche ci avevano fatto abbandonare il nostro storico Metropolitan (1983-2011) nonostante i 670 abbonati e i 1300 spettatori di media. Ci rifugiammo dentro il centro congressi dello Sheraton ma a metà della stagione eravamo completamente a secco. Non potevamo continuare perché non potevamo pagare gli artisti e non potevamo fermarci perché avremmo dovuto rimborsare almeno il 50% degli abbonamenti e non avevamo neppure quei soldi. Allora decidemmo di rivolgerci all’unica risorsa che non ci ha mai abbandonato: il pubblico.

E come andò?
Ricordo che salii sul palco e dissi la verità, chiedendo loro di venirci incontro se volevano salvare Catania Jazz e il jazz a Catania. In cambio di uno sconto chiedemmo al pubblico di abbonarsi quella stessa sera o al concerto successivo alla prossima stagione, ma noi non potevamo offrire nè un programma nè una sede di concerto: solo dodici concerti tra teatro e club come il MA, con i 200 posti. Il primo anno, ben 160 dei 400 abbonati di ci affidarono i loro soldi al buio e oggi gli abbonati al buio sono 623 e al MA ogni artista suona tre sere che sono sold-out da mesi. E così tornammo in un teatro di quasi novecento posti, l’ABC di Catania. La nostra stagione inizia il 27 ottobre e siamo quasi a 750 abbonati. Significa che stiamo andando incontro a una stagione memorabile della nostra storia recente perché avremo 30 concerti sold-out sia che si svolgano nel club sia nel teatro da 900 posti. Esiste qualcosa di simile in Italia? Esiste qualcosa di simile in Europa? Esiste a Catania per opera della più povera associazione jazzistica italiana che ancor oggi deve l’80% delle sue entrate al botteghino: seconda solo ad Umbria Jazz.

Dal 1992 sei anche agente per l’Italia della cantante israeliana Noa. Ci racconti del vostro primo incontro e della collaborazione con questa straordinaria interprete?
Devo a Noa la mia fonte di sostentamento giacchè Catania Jazz si regge ancor oggi sul volontariato di decine di soci e di giovani ragazzi. L’ho scovata nel 1991 in quanto invitata ad un festival arabo-mediterraneo di cui avevo la direzione artistica a Gibellina nel 1992. Poi mi chiese di lavorare per lei ovunque e oggi festeggiamo venticinque anni di ininterrotta collaborazione. Ho avuto la fortuna di incontrare una delle persone più speciali che mi sia capitato e non solo una delle voci più straordinarie di questo pianeta: si tratta di una donna coraggiosa, impegnata come poche e che non ha messo mai il danaro davanti alle sue scelte.

Veniamo ai giorni d’oggi: sei fondatore e membro di I-Jazz [coordinamento nazionale dei festival jazz italiani]. Quanto è importante fare rete, e perché? Siete protagonisti di uno dei più rilavanti eventi europei, ‘Il jazz italiano per l’Aquila’: ce ne parli?
Non sono solo uno dei fondatori di I-Jazz ma, nel 1987, sono stato anche uno dei fondatori di Europe Jazz Network e di recente anche del Circuito Jazzistico Siciliano. Che il sottoscritto sia un fervente sostenitore delle reti e del lavoro di squadra lo sanno tutti e non solo in Italia. Penso che ancora tutte le reti succitate non abbiamo espresso il massimo del loro potenziale: EJN penso sia una Ferrari col motore della 500 e I-Jazz, secondo me, in questi pochi anni ha marciato più velocemente della consorella europea. Se sopravvive al difetto che siamo italiani, che ci portiamo dietro gelosie e rancori personali a volte per decenni, i-Jazz sarà una spider nel grigio panorama italiano. Ma la strada da fare è tanta: l’Aquila è stata una cartina di tornasole e ha fatto vedere a tutti, noi compresi, le potenzialità del jazz italiano: che sono enormi e ancora inespresse.

Arriviamo alla XXXV edizione di Catania Jazz. Stupisce, come sempre, la ricchezza e la qualità della proposta artistica, ma ancor di più la risposta del pubblico e le modalità da te utilizzate per promuoverlo. Ci racconti di questa straordinaria esperienza?
Siamo alla 35^ stagione. Guardate i numeri: degli abbonati abbiamo già detto e la nostra pagina facebook è come un giornale online e cresce ogni giorno. Ora siamo a circa 23000 followers, abbiamo dentro le e-mail e i telefono di circa cinquemila appassionati; basta che vengano a un nostro concerto e li abbiamo schedati ma migliaia si sono iscritti sul nostro sito che ha ogni giorno centinaia e centinaia di visitatori. In Sicilia siamo considerati qualcosa più di una semplice associazione jazzistica e siamo una specie di bandiera dell’indipendenza dal potere politico; e per questo il pubblico del jazz ci segue e ci sostiene. Ma sia nell’elaborazione dei programmi che in altre attività ci sono alcune costanti che mai abbiamo abbandonato: l’attenzione alle giovani generazioni, ai giovani musicisti e a tutto ciò che di innovativo si muove musicalmente nel jazz, attorno a esso e fuori da esso. Questo spiega l’attività ormai quasi ininterrotta di workshop e seminari, le maratone coi giovani jazzisti, i biglietti a un euro per gli under 26; anche se l’esperienza ha dimostrato che non conquistiamo le giovani generazioni con l’attrattiva del basso prezzo. Alla fine tutto questo paga. Mi è capitato spesso di vedere lo stesso artista a Catania e poi a Milano o in altra città italiana. Posso affermare senza dubbio alcuno che abbiamo un pubblico più giovane e questo è beneaugurante per il futuro nostro e del jazz italiano.

E infine, qualche sogno nel cassetto?
Sogni nel cassetto? Siamo modesti e umili, lo siamo sempre stati e non facciamo voli pindarici. I sogni anzi a volte sono pericolosi anche se in testa abbiamo sempre obiettivi ambiziosi che certo non riveleremo a nessuno. A noi basterebbe una piccola cosa: che una volta, per la prima volta, dopo trentacinque anni di un’attività così straordinaria e sofferta come è stata Catania Jazz, si possa fare una conferenza stampa con il sindaco della nostra città. Penso che lo meriteremmo.

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