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Carlo Uboldi
La varietà
Jazz Life

Carlo Uboldi </br>La varietà</br>  Jazz Life

 4 ottobre 2017

Nome e cognome: Carlo Uboldi.
Luogo e Data di nascita: Como, 1966.
Strumento: pianoforte.

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale? Cosa distingue il tuo lavoro dagli altri?
La caratteristica specifica, e fondamentale, del musicista è la sua capacità di comunicare; perché di questo si tratta nel momento in cui suono o insegno, ovvero di trasmettere un linguaggio e di farlo capire il più possibile senza che esista un “traduttore”. Nel jazz è ancora più difficile perché con l’improvvisazione il mio messaggio è diverso ogni volta che mi esprimo, quindi sta a me fare il possibile affinché chiunque possa capirlo e ogni volta che la stessa persona mi ascolta, è come se avesse un vocabolario con delle nozioni in più per poter comprendere i nuovi fraseggi che gli propongo. Anche nell’insegnamento succede tutto questo, in quanto bisogna aver la capacità di trasmettere questa “lingua musicale” che si basa su un alfabeto molto vario e soprattutto… variabile. Ciò che distingue il mio lavoro dagli altri è che ogni volta che suono sono diversi il pubblico, la situazione, il contesto, l’orario, il livello musicale di ogni persona presente e soprattutto il mio stato d’animo, è diverso e quindi tocca a me saper ogni volta dare il meglio con lo strumento. Quando entri in un negozio scegli qualcosa che ti piace ed esci con un oggetto che puoi far vedere a tutti: quando vai ad un concerto invece torni a casa con delle emozioni interiori che devi raccontare ad ognuno.

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Il cambiamento più tangibile è che tanti anni fa c’erano pochi musicisti e tante possibilità di suonare mentre oggi ci sono tantissimi musicisti e in proporzione meno situazioni musicali: quindi se non ti dai da fare, se non studi, se non progredisci e non ti adegui ai mezzi di comunicazione di oggi, resti a casa! Altro cambiamento è la minor disponibilità economica a disposizione che ha portato alla scomparsa di formazioni numerose (vedi le Big Band) e alla conseguente diffusione del duo, del trio, che hanno un costo più abbordabile.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Considero il mio lavoro una sorta di missione in quanto per tutta la mia vita cercherò di trasmettere il mio linguaggio a più persone possibili, e cercherò di regalare loro tutte le emozioni che potrò. Ho sempre pensato che in qualche modo agli artisti tocchi il compito di abbellire le vite degli altri, di rendere più bella la società in cui viviamo, di illuminare il mondo con la nostra arte: ed è mio dovere fare in modo che alla fine di un concerto le persone presenti tornino a casa con qualcosa in più, che sia un sorriso per lo swing o una lacrima per una ballad, andranno a letto quella notte sentendosi più “ricchi” interiormente; e il mondo deve capire che la ricchezza interiore è molto più salutare della ricchezza economica, e solo l’arte può arricchire così tanto gli animi.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Gestisco tutto da solo. All’età di 22 anni ebbi la fortuna di entrare in un giro di lavoro incredibile in cui per quindici anni consecutivi suonai quasi tutte le sere, e sto parlando di suonare jazz!!! In quel periodo piovevano telefonate tutti i giorni, dovevi solo rispondere sì o no, poi decisi che mi stava stretto questo modo di lavorare, perché volevo crescere con dei progetti miei, dei dischi miei e volevo più tempo per studiar: lasciai tutto e passai un lungo periodo ad imparare la gestione della mia attività, i rapporti con gli organizzatori, i contatti, le telefonate (tutte cose a cui non ero abituato perché gestite da altri). Il modo di porsi e di comportarsi dai quali dipende la sorte della tua carriera. Poi arrivò il momento di internet, ore.. giorni… anni per capire come agire, come comportarsi, cosa scrivere, in che momento, e capire che se non sai muoverti sul web oggi sei tagliato fuori.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? E cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
Un problema che ho sempre riscontrato è quello di far capire che i musicisti professionisti ci campano con la musica perché quella domanda che nel tempo è diventata una barzelletta “ok suoni, ma di lavoro cosa fai?”, ancora oggi te la senti porre! E qui spetta a noi artisti farci valere, non svenderci, tenere la nostra arte a un livello professionale tale da essere considerato da tutti un lavoro che vale un compenso adeguato a tutti gli anni che hai passato a studiare, a suonare, ad imparare. Devo ammettere che la parte più difficile nella mia carriera è stata quella di imparare a rispondere “no” rinunciando anche a dei lavori, ma solo in questo modo ho ricevuto proposte migliori, perché un no ti chiude una porta e te ne apre due più grandi: è solo questione di tempo.
La varietà è ciò che mi piace di più nel mio mestiere. Oggi suono lo swing in duo in un club in zona, domani suonerò in quartetto del be-bop a un concerto a 300 km di distanza, e dopodomani sarà ancora diverso, altro posto, altri musicisti, altro pubblico, altro genere, è bellissimo!!! Mi piace di meno che tra lo studio, l’insegnamento, i concerti, i dischi da registrare… resta poco tempo per la propria vita privata, che per me conta tantissimo, ecco perché ultimamente mi sono ritagliato degli spazi oltre la musica di cui ho bisogno. Per noi musicisti non è mai domenica e il giorno di riposo non esiste!

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Oggi mi muovo tantissimo su internet per farmi conoscere sul mercato internazionale, ci sono possibilità infinite, senza il web non esisterebbero appassionati di jazz che ti scrivono dal Giappone o dall’Australia per farti i complimenti perché hanno ascoltato la tua musica! Ho lavorato tantissimo in Germania e in Svizzera, e abitare a Como, sul confine, è sempre stata una grande opportunità. Devo però constatare che in questi ultimi anni sto lavorando molto nel mio Paese; e se vi raccontassi che molti jazz club Svizzeri o Germanici dove suonavo un tempo mi hanno risposto che non hanno più i soldi di 20 anni fa e hanno ridotto tantissimo la programmazione dei concerti prediligendo gruppi locali con meno costi e spese naturalmente… non ci credereste! Non è un problema solo Italiano la poca disponibilità economica messa sul tavolo per l’arte.
Per quanto riguarda invece il settore discografico vendo tantissimo in Giappone: anni fa azzeccai un brano in trio dal titolo “Welcome To Nippon” e da allora ogni mio disco vende molto di più in Oriente che in Italia. Ultimamente invece ho scoperto che i miei video sulla pagina artista Facebook registrano decine di migliaia di visualizzazioni nei paesi dell’est Europa quali Ungheria e Bulgaria, un mercato che dovrò valutare e capire.

Parallelamente alla tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistic, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Ho una mia teoria: chi fa il direttore artistico non dovrebbe suonare, perché troppo spesso finisce che il musicista quando organizza si inserisce sempre o finisce col chiamare gli amici o comunque le persone con cui si trova bene; e questo anche giusto umanamente che succeda, ecco perché sarebbe meglio che non suonasse. E poi sono dell’idea che ogni lavoro porti via tanto tempo se ci si dedica per farlo bene, dovrei passare ore a passare in rassegna decine e decine di mail, telefonate… ore sottratte alla musica, e allora preferisco non farlo.
L’unica attività che ho sempre affiancato a quella di musicista è l’attività didattica. Insegno da quando avevo diciotto anni e ancora lo faccio. Due anni fa ho accettato di insegnare in Svizzera alla PopMusicSchool del cantante Paolo Meneguzzi perché lui mi ha lasciato molta libertà sul metodo d’insegnamento. Sono personalmente abbastanza contrario ai “programmi unificati” essendo dell’idea che ogni essere umano va seguito in modo personale in base all’età, al tempo che ha per studiare, alla sua velocità di apprendimento e soprattutto al fine che questo allievo vuole raggiungere. In questa scuola ci sono, giustamente essendo “scuola”, delle linee guida e dei percorsi da seguire ci mancherebbe, ma nessuno interferisce sul rapporto che ho con ogni mio allievo, sul quale costruisco un programma unico e personale diverso per ognuno di loro.
Ritengo anche l’insegnamento una “missione” durante la quale è mio dovere far capire soprattutto alle nuove generazioni l’importanza della musica, la bellezza della stessa, di ogni genere musicale, e soprattutto che capiscano che è fondamentale saper leggere la musica e le sigle (accordi) perché fanno parte di un alfabeto che ti permette di suonare nel modo migliore.
In tutti questi anni in cui ho insegnato a centinaia di persone e ho avuto anche la soddisfazione di incontrare e far crescere musicalmente un ragazzo giovanissimo, Elia Mascolo, al quale sto trasmettendo tutto il possibile della mia esperienza musicale, che lui recepisce e immagazzina con capacità e velocità incredibili, in modo che un giorno sarà lui la prosecuzione della mia “missione”: una sorta di “erede” perché tutto quello che ho fatto io per la musica non vada perso ma continui con lui.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social? E si quanto tempo e su quali social [facebook, twitter, instagram, etc]? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personal/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, etc … oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Dedico tanto tempo ai social, eccome!!! Le nuove generazioni stanno ore sugli smartphone di conseguenza… se non sei “li dentro” per loro non esisti, e il jazz ha bisogno dei giovani per non morire! Sono uno che ai tempi di Myspace in poco tempo realizzai centomilaentrate, oggi ho la pagina personale e quella di artista su facebook e da qualche mese anche Instagram. Ritengo FONDAMENTALE la rilevanza dei social, altrimenti resteremmo tutti confinati nel nostro quartiere. Personalmente su Myspace ai tempi, e oggi su Facebook, ho conosciuto persone che sono poi venute ad ascoltarmi ai concerti, hanno acquistato i miei dischi, condividono le locandine dei miei concerti aiutandomi parecchio nel pubblicizzare gli eventi, ho conosciuto musicisti bravissimi diventando prima amici e poi collaborando musicalmente, un esempio incredibile è Massimo Manzi, tutto cominciò con uno scambio di battute e barzellette in chat, una grande amicizia online proseguita con l’incontrarci, suonare insieme, incidere un disco… l’importante è che i social non restino fermi dietro lo schermo di un PC o di uno smartphone, ma che si materializzino col tempo nella realtà, in fondo è un modo semplice, gratuito e veloce per conoscere e farsi conoscere.
All’inizio sui social parlavo di tutto, molto velocemente ho capito che bisognava EVITARE di parlare di attualità, politica ecc: ero dell’idea che ogni persona dovrebbe avere il diritto sulla sua bacheca personale di esprimere ogni sua posizione in merito a ogni argomento, ahimè non funziona così, dopo le prime discussioni, i commenti focosi, persone che si offesero a volte per nulla, decisi in fretta di parlare solo di musica o di argomenti “leggeri” perché troppe persone intendono per “democrazia” lo stare insieme se la si pensa tutti allo stesso modo ed eliminare quelli che la pensano diversamente … mentre io sono sempre stato dell’idea che quando suono non mi importa di che partito, religione, squadra di calcio è il collega al mio fianco: mi importa solo che sia una brava persona umanamente e che suoni bene, il resto fa parte della sua vita e non spetta a me fare selezioni!

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager, etc?
La mia strategia si basa da anni tutta sul web perché negli anni è diventato sempre più difficile raggiungere i giornalisti e i promoter. Venti anni fa avevo molti più rapporti diretti con gli organizzatori, con i giornalisti che incontravo per dargli i miei dischi per le recensioni e coi gestori degli eventi mentre oggi è diventato tutto talmente “saturo” che quando scrivi una mail per proporre qualcosa di tuo, per il 90% non ricevi neppure una risposta e questo per vari motivi, tra cui quello che ormai gli addetti al settore ricevono migliaia di e-mail, e credo si siano stancati di star dietro a tutto e tutti! Il problema è che da qualche anno mi sono stancato anche io di scrivere (anche perché faccio parte della categoria “non insistenti” e scrivo una sola volta, se non ricevo risposta non vado oltre) quindi ho pensato che il mio rapporto coi giornalisti e i promoter andasse gestito sui social! So che ormai tutti hanno Facebook, ad esempio, quindi non faccio altro che pubblicare tutto il mio lavoro sulla bacheca, i video, i progetti, le idee, le formazioni che ho, le locandine dei concerti che danno l’idea del mio percorso, e poi… chi è interessato mi contatta, un po’ come per questa intervista! Diciamo che una volta ero come un rappresentante che andava dai clienti a proporre il mio prodotto, mentre oggi ho un negozio (i social) dove espongo in vetrina il mio prodotto e chi ne è interessato mi contatta; e FUNZIONA benissimo perché lavoro bene, parecchio e soprattutto senza dover “bussare” a nessuna porta!!! Dal 2003 ho Alessio Brocca che produce ogni mio disco tramite l’etichetta ‘Music Center’, e quindi non ho mai cercato altri discografici.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale youtube?
Fondamentale! Ho un canale youtube con più di duecento video e cinquantamila visualizzazioni: lo gestisco da anni e ho creato una ventina di playlist in base ai vari progetti che ho. Da anni ho capito l’importanza che ha un video rispetto all’audio. Un esempio semplice ma efficace? Faccio ascoltare un mio disco jazz a un quindicenne totalmente digiuno su questo genere e lo vedo perplesso nel “capire” questo strano/nuovo linguaggi; gli mostro un video e gli si illuminano gli occhi perché oltre alla musica vede le mani che si muovono, quanto studio c’è dietro a quel linguaggio, l’impegno, le espressioni facciali con tutte le emozioni che scaturiscono per ogni nota… e invece di essere perplesso diventa curioso e vuole vedere altri video questo giovincello! Oltretutto oggigiorno la musica è fin troppo “diffusa” perché la sentiamo come sottofondo pure in ascensore, quindi la società si è abituata a non farci attenzione, a distrarsi perché le orecchie seguono la musica anche mentre fai qualcosa d’altro, mentre se fai partire un video stai davanti allo schermo e lo segui senza distrazione. Ultimamente dall’uscita del mio ultimo lavoro discografico “Sapinori Dupi”, grazie all’ amico/collega vibrafonista Marco Bianchi, mi sono dedicato ai teaser ed ai videoclip essendo lui molto attrezzato per le riprese: ho cominciato anche ad investire nei video sulla pagina artista Fb e con l’ultimo video pubblicato ho avuto trentadue mila visualizzazioni in dieci giorni e in sei paesi differenti!!!

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Ho un sito web www.carlouboldi.com che gestisco direttamente parallelamente alla pagina/blog su Jazzitalia: sempre aggiornati e il più velocemente possibile, perché è uno strumento validissimo e lo sbaglio più grosso è quello di farlo “invecchiare” non tenendolo aggiornato.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Il jazz Italiano versa in buona salute musicalmente, e sono del parere che sia tra i più attivi e professionali esistenti; economicamente vedo invece ogni anno che in molti contesti i soldi diminuiscono o restano per anni sempre gli stessi, e questo crea non pochi problemi agli artisti!
Funziona la voglia di organizzare e quella dei musicisti di adeguarsi e spesso di arrivare a un giusto compromesso (senza svendersi attenzione!), mentre NON FUNZIONA assolutamente la disparità economica che si è creata da anni tra quelli che chiamano “i nomi” e tutto il resto del mondo. Recentemente ho rifiutato un concerto nella mia città perché in quel contesto suonerà un “nome” che si prenderà la quasi totalità dei soldi disponibili, mentre per tutti gli altri è stata proposta una cifra al di sotto della dignità umana e della professionalità per il tipo di evento che sarà, e questo ormai da anni non funziona e sta distruggendo tutto facendo straguadagnare pochi “nomi” e facendo faticare l’altro 90% di musicisti spesso altrettanto preparati e bravissimi! Sarebbe ora di riequilibrare il tutto pagando comunque sempre bene ma meno questi “nomi” e ridistribuendo paghe dignitose anche per tutti gli altri.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di cd?
A mio parere ha ancora senso. Personalmente ho in cantiere tre nuovi CD nei prossimi sei mesi con miei progetti che coinvolgeranno musicisti del calibro di Emanuele Cisi, Felice Clemente, Aldo Zunino, Massimo Manzi, Valerio Della Fonte, Stefano Bagnoli. Purtroppo la discografia è stata in parte uccisa dalla possibilità di avere la musica tramite internet, di averla su una chiavetta pensando che un supporto discografico sia vetusto, ma non è proprio così! In parte è stata accantonata per una mancanza di “educazione musicale” nella gente, qualcuno altrimenti riuscirebbe a spiegarmi perché la stessa persona che ogni giorno spende volentieri 7/8 euro per un aperitivo al bar, fa fatica a comprare un CD da 10 euro a una serata Live con frasi del tipo “eh però 10 euro…”: questa è una mancanza di cultura dove l’immagine data dal fare il figo a un aperitivo assume più importanza del portarsi a casa un pezzo di cultura musicale!!! Chissà perché però appena esco dall’Italia alla fine di un concerto c’è la gente in coda che vuole comprarti il CD!
Comunque al di là delle vendite di un CD, che rispetto ad anni fa sono disastrose, oggi è importante avere un disco perché è diventato il tuo biglietto da visita “musicale”; oggi non dai più un biglietto cartaceo ma regali il tuo CD e lo trovo fondamentale tutto questo, perché un Cd sta a dimostrare l’esistenza di un gruppo, di un progetto, di un lavoro compiuto con serietà per arrivare in sala a registrare, di un impegno economico e di tempo, insomma credo che la voce “discografia” nel curriculum vitae di un musicista abbia ancora una grandissima importanza.

Hai dei modelli specifici che riconosci ‘di qualità’ non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Il modello di qualità rimarrà sempre la scelta di musicisti che sappiano trasmettere delle emozioni, se il music business riesce a gestire il tutto con questi artisti la qualità ci sarà sempre, nel momento in cui ci si rivolge a musicisti che suonano solo per se stessi fregandosene che il pubblico presente possa “portarsi a casa” delle emozioni… la qualità finirà subito.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
Io penso che sia FONDAMENTALE socialmente e culturalmente che ci siano finanziamenti ai festival, perché la musica è CULTURA e questa è la prima ricchezza di qualunque paese, va diffusa, aiutata, protetta e finanziata. Bisogna solo stare attenti che non finisca spesso in un investimento pubblico che finisce nelle solite tasche personali da arricchire lasciando alla musica solo le briciole… perché così è il danno più grave che si può fare ai contribuenti, ma qui entriamo in un discorso molto complesso nel quale entra in gioco l’essere umano, che può essere onesto o disonesto, la gestione dei soldi dipende sempre dalle mani in cui arrivano.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se si, in quale direzione?
Se pensiamo che soprattutto il jazz è una musica che permette a degli sconosciuti di incontrarsi, di prendere gli strumenti e di suonare per la prima volta insieme improvvisando senza mai aver fatto nulla insieme… è il massimo del ruolo sociale, la musica aggrega, raccoglie le persone l’una vicina all’altra, le fa discutere, interagire, le fa appassionare, le fa emozionare, la musica è una delle più belle esperienze di gruppo che esistano, ed è anche quella che ha un linguaggio universale. Per noi musicisti poi è un’infinità di incontri tra colleghi, tra amici appassionati, tra noi ed il pubblico che ci ascolta.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business specificatamente relativo alla musica jazz?
Prima di tutto alleggerirei fiscalmente (e parecchio!!!) chiunque voglia proporre musica live soprattutto in gruppo, che siano locali, teatri, club, associazioni, festival, e li alleggerirei anche a livello burocratico. Ho visto troppo spesso persone entusiaste e disponibili nel cercare di organizzare musica, dover rinunciare per le troppe spese o le troppe trafile burocratiche, la musica è un bene comune IMPORTANTISSIMO: bisogna facilitarne la diffusione live, non ostacolarla.

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante [promoter, discografico, editore, manager, etc] in questo ambiente, come ti comporteresti?
Rischierei di più!!! So che sto dicendo qualcosa di assurdo che spesso non torna coi conti economici, ma non so quanto può andare avanti nel tempo la “sicurezza” di far lavorare il nome di turno sul quale spesso sei sicuro di avere un ritorno economico, c’è bisogno di più coraggio nel far lavorare molti più musicisti che meriterebbero veramente di più! Nella discografia sono tanti i “produttori” che ormai ti chiedono di portare il master già fatto, la grafica già pronta, e poi di comprare anche tot dischi a tot euro… va bene però… chiamiamoli in altro modo perché “produttore”…!

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Mi vedo molto diverso da oggi, perché pian piano in questi ultimi anni sto cambiando il modo di agire professionalmente: ho deciso di ritoccare in alto i cachet, di non suonare troppo spesso nei locali, di pubblicare CD con miei brani e progetti vari, e soprattutto da parecchi anni ritengo fondamentale CON CHI SUONO, che oltre ad essere musicisti preparati devono anche essere amici, persone con le quali condividere anche la mia vita: ho sempre ritenuto che la musica comunica a chi ascolta se a suonarla sono persone che umanamente vanno d’accordo. Detto in parole chiare, suono molto meglio su un palco con persone con cui sono stato seduto a un tavolo a ridere, chiacchierare e mangiare per ore! Non ho mai accettato imposizioni, nel senso che non suono per soldi con musicisti che a mio parere non hanno nulla da dare, e tutto questo alla fine potrebbe dar da pensare che mi porti meno lavoro; in realtà elimina del lavoro inutile e mi porta solo quello per cui mi sento di essere qui… serate bellissime, dense di jazz, di swing, con colleghi adorabili e con un pubblico davanti che non sa più come gestire le emozioni di una musica così “potente” dalla quale viene investito; e a fine serata me ne torno a casa ricco di felicità e soddisfazione e dormo quella notte pieno di entusiasmo per ripetere tutto ciò anche la sera dopo… e quella dopo ancora… e ancora… fino a quando potrò. E ora ditemi: esiste una “missione” più bella al mondo?