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Canto jazz: intervista a Giorgia Sallustio
Photo Credit To Luca D'Agostino

Canto jazz: intervista a Giorgia Sallustio

12 giugno 2020

Giorgia Sallustio è una poliedrica musicista che, dopo aver pubblicato “Around Evans” nel 2015, sta lavorando al suo nuovo disco. L’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Sei cantante, ma la tua prima “vita” scolastica finisce con un diploma in chitarra classica; cosa ti ha portato alla musica? E alla chitarra? E alla voce?
Il canto rispetto alla chitarra, forse per la sua stessa natura, è stato per me il primo canale espressivo sin dalla tenera età: la voce è il primo strumento che ho potuto conoscere e usare istintivamente da bambina, e cantare è stato per me inizialmente un atto spontaneo, ludico, inconsapevole e liberatorio come avviene spesso da piccoli. Ho ancora memoria della prima esibizione canora durante un concorso locale all’età di tre anni, non c’è mai stata forzatura da parte dei miei genitori, stavo solo facendo qualcosa che mi veniva naturale, mi divertiva e mi piaceva. Sono cresciuta in una famiglia di amanti della musica anche se non di musicisti, con una mamma che mi svegliava da piccola cantando mentre apriva le finestre della mia camera, cantava spesso compiendo semplici azioni quotidiane, ha una bella voce, l’ha sempre fatto in maniera naturale anche lei; un papà che amava ascoltare la musica più svariata dalle canzoni italiane, all’opera, al jazz, al soul. Anche mia sorella maggiore amava cantare e ha suonato per un periodo il pianoforte.


Ricordo che da piccola uno dei passatempi preferiti per alleggerire i lunghi viaggi di famiglia dal Friuli per andare in Puglia, la regione di origine dei miei genitori, era proprio cantare sulle tracce delle audiocassette che i miei ci facevano ascoltare in auto. Sono cresciuta in una casa dove la musica non è mai mancata e questo ha senz’altro influito sul mio avvicinamento e poi totale adesione ad essa. Sono stata fortunata ad avere una famiglia che ha saputo assecondare le mie inclinazioni naturali e passioni. Per anni è prevalsa la componente istintiva e naturale nel canto, inteso come urgenza espressiva, mentre alla chitarra mi sono avvicinata relativamente tardi, intorno agli undici anni e col desiderio iniziale di potermi accompagnare sui brani che avevo deciso di cantare; il percorso poi è stato in breve deviato verso uno studio di stampo più accademico e classico, slegato dal proposito iniziale, sono entrata in conservatorio e ho conseguito il diploma in chitarra classica col vecchio ordinamento che aveva una durata di dieci anni e, successivamente, con la riforma, anche il diploma accademico di II livello. Per molto tempo ho vissuto una sorta di dualità, spaccata tra studi accademici e una modalità di apprendimento e crescita musicale che definirei “di tradizione orale” basato principalmente sulla pratica e  sullo studio (inizialmente con approccio imitativo) di maestri che definirei inconsapevoli, attraverso l
ascolto dei loro dischi, o dei concerti. In tarda adolescenza mi sono avvicinata al jazz che ha proprio rappresentato quella libertà espressiva che probabilmente stavo continuando a ricercare attraverso il canto, ed ho continuato ad amarlo facendone motivo successivamente di studio continuativo ed approfondito anche attraverso seminari e workshop, sino a maturare la volontà di seguire comunque un percorso accademico anche per la voce come per la chitarra, nellintento di cercare la mia strada. Non mi sono mai fermata, sto ancora cercando.

Pensi che un percorso trasversale, fatto di tanti stili diversi, aiuti la ricerca verso una “voce” originale e personale?
Penso che la ricerca verso la personalità e l’originalità passi inevitabilmente attraverso la crescita emotivo-spirituale dell’individuo, si coltivi attraverso la consapevolezza dei propri talenti, delle peculiarità (che a volte scambiamo per difetti) e al contempo tramite l’abbandono della propria comfort zone e il superamento dei propri limiti. In tutto ciò, la curiosità diventa il motore ed una condizione che presuppone un desiderio che rimane vivo, si autoalimenta e che si traduce in motivazione. Perciò, se un percorso trasversale porta l’individuo a manifestare se stesso, ad abbandonarsi realmente a ciò che è, e non si traduce in una mera rappresentazione, allora secondo me sì, può aiutare.
Ad ogni modo io penso alla musica come totalità, a prescindere dallo stile, genere e linguaggio con il
quale scegliamo di esprimerci e di comunicare, la percepisco come un luogo in cui non vi sono confini a patto che ci si faccia sempre portatori di un messaggio autentico e sincero. In sostanza credo si possa giungere allo stesso obiettivo con percorsi differenti che assumono, a seconda del vissuto e delle esperienze di ciascuno, tracciati più o meno lineari o trasversali.
Durante il mio percorso musicale ho spaziato molto, senza aver avuto in un certo senso la fortuna di un tracciato lineare sin da subito, come a volte capita ad alcuni musicisti da ragazzi, in questo senso penso di poter definire la mia formazione
poliedrica, fatta di tanti aspetti talvolta in contrasto tra loro (o comunque percepiti da me come tale). E così ritorna la dualità, di cui parlavo nella risposta precedente, vissuta a tratti con sofferenza; penso alla fine sia stata fondamentale nel mio percorso di musicista e mi abbia in realtà permesso da un lato di acquisire degli strumenti di conoscenza e insegnato cosa significhi la tenacia e la perseveranza nel raggiungimento degli obiettivi e, dallaltro, la possibilità di preservare la manifestazione della mia espressività ed individualità scongiurando mi auguro, unomologazione in cui si può incappare a volte in ciò che è accademia e proposta accademica. Nel dubbio, continuo a lavorare incessantemente su me stessa, che male non fa.

Dopo tante esperienze diverse nel 2015 pubblichi “Around Evans”, un album dedicato al grande maestro americano. Perché proprio lui? Come hai lavorato agli arrangiamenti? E come hai scelto i musicisti?
Ho scelto Bill Evans per l’affinità profonda che percepisco con la sua musica. Il mio è davvero un amore puro, disinteressato, difficile da descrivere: è qualcosa di viscerale che muove dentro, è quella spinta propulsiva che ti spinge a voler approfondire ogni aspetto della sua figura per poter comprendere di più la figura dell’artista nella sua interezza. Il lirismo ed il potere evocativo della sua musica, a mio avviso duna struggente bellezza, musica che contiene in sé i germi della modernità e che trovo possa essere per certi versi ancora attuale, che ascolterei senza stancarmi mai ed in cui trovo continuamente qualcosa di cui sorprendermi. Riconosco infine in Evans una figura di sintesi e collegamento tra aspetti importanti per una musicista che come me non è nata in America ma in Europa ed è alle prese con una musica di matrice afro-americana proposta nel contesto europeo in cui è nata e cresciuta e da cui è inevitabilmente influenzata.

Nel disco ho scelto di inserire solo alcune composizioni di Evans che percepivo più vicine alla mia sensibilità, cui ho aggiunto alcuni standard che egli aveva amato e riproposto spesso nelle registrazioni dal vivo, inserendo in repertorio anche alcune composizioni originali.

Ho quindi lavorato agli arrangiamenti a volte partendo da unidea ritmica con la quale ho riletto a mio modo le composizioni ma soprattutto pensando al tipo di sonorità che volevo ottenere su ogni brano, e per ampliare le possibilità ho pensato ad un organico di base in sestetto con Nevio Zaninotto al sax tenore e soprano, Alessandro Castelli al trombone, Rudy Fantin al pianoforte e Rhodes, Raffaele Romano al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria, cui si sono aggiunti in alcuni brani come special guest Alberto Mandarini alla tromba e flicorno e Giuseppe Emmanuele al pianoforte (e arrangiatore del pezzo di Bacharach A House Is Not a Home). A parte quest’ultimo brano, tutti gli altri sono stati arrangiati in collaborazione con Rudy Fantin,il pianista di questa formazione nonché grande amico di vecchia data , al quale devo davvero molto nella resa complessiva di questo progetto. Ho scelto dei compagni di viaggio (come amo chiamarli io), nella cerchia degli amici-musicisti, e non è un caso che una parte della formazione sia composta da musicisti del Nord Est (dove sono nata e cresciuta) e l’altra da musicisti del Nord Ovest (dove mi sono trasferita): sono tutte persone che stimo e con le quali mi sono trovata a condividere non solo palchi ma pezzi di vita e qualche taglio di vino o birretta attorno ad un tavolo.

Quali sono i musicisti (o gli artisti in generale) che ti hanno ispirata di più?
Non riesco a rispondere a questa domanda, è troppo difficile! Diventerebbe una risposta chilometrica quanto e più delle altre (e mentre lo dico mi viene da ridere). Ho riferimenti in molti ambiti e faccio davvero fatica a scegliere, ho sempre ascoltato tanti dischi e musicisti di ogni tipo di estrazione e credo che tutto ciò mi abbia inevitabilmente influenzata ed ispiratasono passata dagli ascolti dell’adolescenza rock e grunge anni 90 al soul, R&B, alla classica, pop, jazz e tutto il mondo musicale che quest’ultima parola ha contenuto e può contenere, in passato, come oggi: ho amato indistintamente tutto. Sono attratta ultimamente sempre di più dai musicisti che ricercano, sperimentano, mescolano con coraggio, sincerità e onestà intellettuale.

Quali sono i tuoi progetti? Stai lavorando a un nuovo disco? Se sì, sarà nuovamente un omaggio o “parlerà” più di te?
Around Evans” è stato il mio primo disco da leader e traccia un confine con un passato di concerti, registrazioni e collaborazioni avvenute in ambiti anche molto lontani da ciò che è stato poi musicalmente questo album. Contemporaneamente è stato per me una sintesi di tutto il lavoro sul campo, dello studio e delle collaborazioni che ho sempre continuato a portare avanti negli anni in ambito jazzistico. Vorrei che il prossimo disco rappresentasse veramente un ulteriore tassello nella mia crescita musicale/espressiva e fosse anch’esso un personale riassunto di ciò che sono diventata in quel momento; sono pensieri che possono frenare un po’ ma che per onestà verso me stessa non riesco a non fare. Nell’ultimo periodo ho continuato a cantare in diversi progetti di musicisti che stimo molto, uno tra tutti è l’ L.W. sextet capitanato dalla giovane e talentuosa bassista Roberta Brighi con cui abbiamo registrato ciò che già proponevamo dal vivo ovvero musiche di Ornette Coleman, ma ora è tornata forte l’esigenza di lavorare a qualcosa di nuovo e tutto mio, e se dovessi fissarlo in un disco, sì, in effetti vorrei che “parlasse” più di me. Sto prendendo coraggio e sto cercando di sviluppare negli ultimi anni quello che già timidamente si può scorgere nel mio disco di esordio che, è vero, è un omaggio ad Evans ma contiene un paio di composizioni origina; vorrei ripartire da questo discorso legato alla scrittura personale. Ci sto già lavorando da diverso tempo, ho già buttato giù diverse idee e scritto brani ma sento che sarà un processo lungo anche perché in questo momento gran parte del mio tempo è assorbito dalla didattica.

Se avessi una bacchetta magica quale sogno esaudiresti?
Vorrei riuscire a raggiungere un maggior grado di consapevolezza nella musica come nella vita, avere la possibilità di evolvermi attraverso esperienze stimolanti e incontri importanti, poter suonare di più e con persone che favoriscano la mia crescita spirituale/musicale. Mi piacerebbe che tutto questo confluisse nelle mie composizioni e prendesse corpo nei progetti musicali e dischi futuri; sarebbe un sogno poi se l’ascoltatore potesse percepirlo, sarebbe davvero un sogno poter entrare in contatto profondo con me stessa e con l’altro con facilità.

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