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Behind The Scenes:
Leonardo Schiavone

Behind The Scenes:</br>Leonardo Schiavone
Photo Credit To Eugenio Mirti

«To me, photography is an art of observation. It’s about finding something interesting in an ordinary place… I’ve found it has little to do with the things you see and everything to do with the way you see them»

Elliott Erwitt

 

Mi avvicinai alla musica nella remota era della mia fanciullezza, affascinato in particolare dal fatto che era (e rimane) un’attività in cui un gruppo di persone può esprimere un valore assoluto molto maggiore della somma delle parti. Ci sono infiniti esempi che potrei ora citare, dai Beatles all’Orchestra di Lipsia ai quartetti di Gary Burton, ma mi sembra un concetto largamente condiviso; ciò tra l’altro spiega bene perchè non sono mai stato un fan dei concerti o dei dischi in solo.

Tutto ciò lo premetto per dirvi che mi ha sempre divertito costruire nell’ambito del mio lavoro dei gruppi di persone che ragionino come band e come tali si muovano; per esempio molti conoscono in questo senso l’associazione Notabene di Torino, composta dai miei più cari amici, che tra le altre sue attività si diverte da anni a partecipare per aiutare alla realizzazione del Jazzit Fest, portando proprio questa carica di energia legata al pensare in collettivo.

Insomma, quando nel 2009 iniziai a collaborare con Jazzit ero un po’ affaticato dallo scoprire che quello del giornalista fondamentalmente è un lavoro di tipo solitario e non legato a un gruppo di lavoro, specie per me che abito a mille km dalla redazione. Naturalmente questa non è una verità assoluta e pian piano ho poi scoperto la fondamentale figura del fotografo, legando quasi tutte le mie avventure giornalistiche a Leonardo Schiavone: credo in effetti che oramai i più ci considerino come il gatto e la volpe. Oltre al lavoro comune abbiamo sviluppato una salda amicizia, abbiamo realizzato epici viaggi di vacanza e lavoro (come quello di Taiwan nel 2015) e ci siamo molto divertiti. Leonardo oltre che essere un caro amico è un fotografo eccellente ed è una persona che tutti conosce e da tutti è benvoluto. Gli ho chiesto ancora una volta (dopo gli infiniti dialoghi effettuati in viaggi realizzati con i più diversi mezzi di trasporto) il suo parere su diversi temi che mi stanno a cuore. Buona lettura!

Come hai sviluppato la passione per la fotografia?

É nata dall’amore per le immagini in genere. Fin da bambino ho avuto un grande interesse per il disegno e in quinta elementare rimasi affascinato da una fotografia sul libro di Storia: era la celebre immagine di Robert Capa in cui un ufficiale americano ascolta, accovacciato, le indicazioni di un contadino siciliano. Non so il motivo, ma decisi che volevo anch’io fare quella cosa lì, fotografare. Anche gli oggetti hanno avuto la loro influenza, in casa c’era la vecchia Zeiss di mio nonno che faceva il sarto, il maestro di scuola e il fotografo; per me era un oggetto di culto in quanto si richiudeva sembrando una scatoletta misteriosa e quando, per caso e di nascosto da mio padre, riuscii ad aprirla mi sembrò che si fosse aperto un mondo. Forse era proprio così.

Quali sono secondo te le relazioni tra musica e immagine?

Le discipline artistiche, i modi che l’uomo ha di esprimersi, di raccontare storie, hanno aspetti in comune: il ritmo, per esempio, è presente nella musica, ma anche nella fotografia o nella poesia. Mi piace pensare in modo multimediale cercando suggestioni di una forma nell’altra; in passato ho collaborato con alcuni musicisti improvvisando graficamente, dal vivo, su immagini predefinite, un po’ come facevano loro con melodie e armonie.

Preferisci lavorare nei live, in studio o per le cover dei CD?

Per quanto riguarda il live mi piace molto poter agire nel sound check o, comunque, in momenti nei quali il musicista esprime aspetti che non emergerebbero su un palco. Le mie fotografie che sono finite sulle cover o all’interno di CD non erano state pensate appositamente per quell’uso, e quindi mi piacerebbe cimentarmi in un progetto vero e proprio. Ultimamente ho invece lavorato abbastanza in studio o in luoghi scelti ad hoc, e specie quest’ultima situazione mi ha interessato molto.

I tuoi artisti preferiti? Il concerto più bello? La foto cui sei più legato?

Una volta me lo sono chiesto anch’io e sono andato avanti mezz’ora a elencarmi tutte le band e i musicisti che mi piacciono. Ho iniziato con il rock, mi sono avvicinato alla musica classica e poi mi sono innamorato del jazz. Non ho mai fatto differenze, ho sempre cercato di ascoltare di tutto. L’artista che sento più vicino è forse Mingus, ma Coltrane, Miles, Zappa, Hendrix, Beatles, King Crimson, Clash non posso non ricordarli. Per quanto io ami la chitarra e il sassofono i concerti di Chet Baker e di Miles Davis sono quelli che non dimenticherò mai: entrambi non suonarono benissimo ma seppero creare un pathos incredibile, Chet anche con la sola voce.

La foto cui sono più legato è senz’altro la prima che mi fu pubblicata, ritrae il sassofonista dei Redskins. Ancora oggi questa foto è presente sulla pagina Myspace della band:

Redskins

Quali sono gli errori di immagine più frequenti?

Direi l’abbinamento delle tinte e la scelta di accessori eccentrici, magari indossati con un abbigliamento del tutto anonimo.

Come è cambiato il lavoro di fotografo nell’era digitale? Quali sono i pro e contro artistici e monetari? Come vedi il futuro?

Una volta se sapevi caricare la fotocamera con un rullino nuovo eri già quasi un fotografo, oggi tutti sanno inserire una scheda di memoria e scattano, per cui l’asticella si è alzata. Poi c’è il fattore tempo che si è contratto in modo estremo: tutti si aspettano tutto e subito.

Non penso però che queste condizioni siano necessariamente negative, almeno da un punto di vista culturale, anzi. Comunque bisogna adattarsi alla realtà che cambia.

In generale, il mercato ha risentito negativamente dello sviluppo tecnologico: la necessità di fare investimenti importanti con minori ricavi ha travolto molti, tanti negozi hanno chiuso o si sono riconvertiti. Aldilà di una certa ripresa, del ritorno alla pellicola, alla Polaroid e ad altre nicchie, credo che oggi la cosa peggiore, proprio per il mercato, sia la diffusa incapacità di leggere e di saper valutare un’immagine. Il fatto di non considerare una fotografia come un bene di valore: il paradosso è che oggi tutti hanno una fotocamera in tasca e mai come oggi si vedono tante fotografie così brutte.

Penso che ciò sia dovuto, prima di tutto, a carenze strutturali e culturali della scuola. Per terminare, rubo ed estendo un concetto che ho sentito spesso dire a proposito della musica: una persona che conosce e che ama l’arte è una persona migliore, magari disposta a spendere qualcosa in più per una fotografia.