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BBB</br>Intervista a Flavio Boltro
Photo Credit To Samuele Romano

BBB
Intervista a Flavio Boltro

24 maggio 2017

In questi giorni è in sala di registrazione con il suo BBB Trio, ma negli ultimi mesi ha intensificato le uscite dal vivo, alla ricerca del “collaudo” perfetto e dell’amalgama giusta con il pubblico, forte dei suoi compagni d’arme, Mauro Battisti al contrabbasso e Mattia Barbieri alla batteria. Un’esperienza che dura da anni, in realtà, quella tra Flavio Boltro e le altre “B” che compongono la formazione da lui diretta e che, lo scorso 19 aprile, ha fatto tappa anche in Puglia, alla rassegna Aqva Mood di Foggia.

Sonorità e atmosfere in via di definizione, interessanti sperimentazioni attraverso un interplay fortemente consapevole, dosati delay di tromba, brani autografi e commistioni popolari pescate in tradizioni lontane dall’Italia e dal jazz,  come la francese Cocinelle – tutt’altro che scontato il suo tema – o la riproposizione di una canzoncina natalizia del repertorio russo: il tutto farà parte dell’album del quale Flavio Boltro ci ha dato alcune anticipazioni, soffermandosi anche sulla sua carriera e sulle  ultime idee sonore.

Di Alessandro Galano; fotografie  di Samuele Romano.

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Il BBB è prossimo alla registrazione in studio: che disco sarà?
Registreremo a maggio; faremo prima alcuni giorni di prove, anche se sono ormai un paio di anni che suoniamo e il trio è affiatato. Sarà più un momento per stare insieme, per trovare la giusta direzione finale.

Per trovare quel “sound circolare” di cui parli a proposito del progetto, giusto? Ce lo spieghi meglio?
È un sound d’insieme in cui i ruoli, naturalmente, vengono mantenuti: la distinzione tra sezione ritmica e tromba resta quella. Ma l’intenzione costante, da parte di tutti, è quella di muovere in modo sinergico l’energia che si crea: dunque grande ascolto, grande attenzione a quello che sta facendo l’altro, un’azione e una reazione continua… cerchiamo di non creare una forma statica ma un dialogo, per questo è fondamentale l’interplay.

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Il BBB si ispira anche al rock e alle tradizioni popolari non italiane, aprendo alle contaminazioni.
Mi sembrava interessante per il nostro sound trovare nuovi stimoli, cercare delle melodie da sviluppare insieme ma non nel songbook del jazz tradizionale. Il progetto è quello di trovare un sound differente: proporre temi che di solito non si suonano, infatti, può stimolare anche a suonare in un modo diverso, suggerendo altre sonorità. L’importante poi, come dice il grande Peter Gabriel, è che la musica di base funzioni, che sia bella. Poi si può far tutto!

E in effetti voi avete anche dei suoi brani in repertorio.
Sì, c’è un suo brano, “Father Son”, perché siamo dei suoi grandi fan, sia come uomo che come musicista. E farà parte dell’album, naturalmente.

E poi ci sono la Russia e la Francia.
Sì, suoniamo un brano russo, molto conosciuto, che ho scoperto per caso, ascoltandolo per la prima volta cantato da un coro di bimbi di una scuola russa, si intitola Canto tipico popolare russo e ha una tensione viscerale straordinaria. Una cosa simile è accaduta con Cocinelle, composizione della tradizione folcloristica francese, scoperto grazie a mia figlia, un giorno che doveva preparare un saggio a scuola, all’età di nove anni. L’ho ascoltato e poi ho cambiando qualcosa, rendendolo un po’ più moderno: è un tipico brano per bambini, da recita scolastica che però, variato, assume un’atmosfera interessante.

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Non c’è pianoforte, non c’è chitarra, ma c’è l’uso, dosato ma evidente, dell’elettronica sulla tromba: perché questa scelta?
La uso ma, come si dice in Sardegna, “con parsimonia”. Secondo me il contesto del BBB, così com’è fatto, con strumenti acustici, può solo arricchirsi con l’elettronica, perché aggiunge un po’ di atmosfera, aiuta a colorare. Non incide sulle ritmiche, ci tengo a dirlo. Si tratta più che altro di paesaggi sonori. In particolare uso un po’ di delay e di distorsione, per dare un impatto un po’ più accattivante quando suoniamo i brani più tirati.

Di tutte le strade percorribili dal jazz, per rinnovarsi e scoprire nuovi orizzonti l’elettronica è forse quella più idonea?
Dipende da chi la usa, e come. Se la si propone in base alla musica che si sta realizzando, provando a dare qualcosa in più allora ben venga. Se la si usa, invece, solo perché “qualcuno” dice che funziona, allora non va bene. L’esempio giusto è quello dei Radiohead, per me: lì c’è tanta elettronica ma fatta in un certo modo. Se si riesce ad abbinare acustica ed elettronica, con il giusto equilibrio, allora si possono avere anche risultati eccezionali.

Sei forse uno dei pochi musicisti italiani in grado di poter fare confronti compiuti tra il jazz che si suona in Italia e quello che si suona all’estero, soprattutto in Francia, dove sei di casa. Qual è il tuo pensiero, in merito?
In Italia abbiamo tanti, tanti musicisti, tra giovani e affermati, che sono di altissimo livello. Quando mi capita di suonare all’estero, in posti un po’ meno conosciuti, diciamo così, gli italiani sono davvero apprezzati, anche dal punto di vista delle idee. Il jazz italiano è molto, molto amato all’estero e il livello dei nostri musicisti è molto alto.

E tra Europa e Usa?
L’America ha tantissimi grandi musicisti, detta legge per quanto riguarda gli stili, le tendenze. Ma anche lì non è detto che trovi sempre qualcosa in più rispetto all’Europa.

Cosa ha significato, infine, per te, suonare con un grande artista come Michel Petrucciani?
Michel mi ha dato tanto globalmente, non solo musicalmente. Mi ha fatto capire quanto è importante la musica, quando la ami veramente. Me l’ha fatto vivere in modo diverso, perché era un concetto che già intuivo. Ma rendermene conto all’epoca, quand’ero giovane, vent’anni fa, ha avuto un altro significato.

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