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Batteria jazz: intervista a Paolo Franciscone

Batteria jazz: intervista a Paolo Franciscone

23 novembre 2020

Affermato batterista e didatta, abbiamo incontrato Paolo Franciscone tra un lockdown e l’altro.

Di Eugenio Mirti

Quali sono i batteristi o musicisti che ti hanno più ispirato?
È stato un percorso a ritroso, ero innamorato del rock e del funk e quindi sono andato indietro nella mia ricerca; continuo a custodire questo modo di procedere, mi ha portato sempre, come musicista e come insegnante, a scoprire musiche meravigliose.  Come nomi in primis direi Stewart Copeland e Topper Headon, del resto le commistioni mi sono sempre piaciute, poi aggiungerei Bill Brudford e Phi Collins.

La batteria è già in quanto tale una commistione incredibile di impulsi africani ed europei mescolati nel territorio americano e nasce come frutto di una contaminazione pazzesca, e il jazz, per come la vedo io , dovrebbe essere la cosa più libera da qualunque forma di costrizione. Aggiungerei tra gli altri nomi Jeff Porcaro, Peter Erskine, Billy Higgins, Elvin Jones, Roy Haynes e Brian Blade.

Quale dei progetti del tua passato vorresti riproporre se potessi, e e perché?
Per fortuna tanti progetti importanti che mi hanno segnato sono ancora in  attività. Mi piaceva molto il trio con Silvia Cucchi e Davide Liberti,  “ILiberti e la rivoluzione d’ottobre”, c’era una intensità musicale nella quale mi ritrovavo davvero a casa, tra tradizioni jazz e contaminazioni colte.

Il jazz è diventato istituzionale nella formazione, ma diminuiscono i luoghi in cui si suona. È un paradosso?
L’istituzionalizzazione, per me che sono nato tra rock e punk, e già trovare un insegnante era complicato,  è ottima; io per primo non avrei mai immaginato di entrare al conservatorio come didatta.  Per quanto riguarda la “crisi” dei live, non credo ci sia un vero e proprio disinteresse del pubblico. Quando la comunicazione funziona ed è fatta in maniera intelligente infatti la gente si muove. La chiave di miglioramento è complessa, penso che un approccio comunicativo più intelligente potrebbe aiutare.

C’è anche una colpa dei musicisti, in parte: è importante che la musica sia bella ma anche che pensiamo al pubblico, cioè pensare che c’è sempre un pubblico che ci ascolta.

È un concetto che ho imparato con tanti musicisti americani. Noi proponiamo una forma d’arte che è uno spettacolo, e ricordarlo potrebbe portare al pubblico i nostri concerti. Certo è anche molto più difficile organizzare al giorno d’oggi, la burocrazia ha appesantito tanto l’entusiasmo.

Se potessi prendere la macchina del tempo e tornare indietro al te stessio giovane che consiglio ti daresti?
Mi rendo conto che un atteggiamento che tutti i giovani hanno, e io anche ho avuto, e fa parte dell’essere giovani, è una forma leggera di presunzione: forse a volte avrei cercato di ascoltare con più attenzione i suggerimenti dei grandi, e non dare mai nulla per scontato.

Se avessi una bacchetta magica quale sogno esaudiresti?
Mi sarebbe piaciuto essere in studio con Dave Holland e John Taylor al Rainbow studio di Oslo negli anni 80 e fare un disco insieme. Oppure essere il batterista del tour sinfonico di Sting, che adoro!

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