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“Anì”: il racconto dell’amore per una nuova vita. Intervista a Raffaele Casarano
Photo Credit To Marcello Moscara

“Anì”: il racconto dell’amore per una nuova vita. Intervista a Raffaele Casarano

15 novembre 2023

Il sassofonista leccese Raffaele Casarano è in tour con il suo ultimo album “Anì”, edito dalla Tǔk Music, un’opera alla quale l’artista ha lavorato per tre anni e che è dedicato alla figlia Anita Maria, nata all’inizio di quest’anno. Questa ispirazione rappresenta una svolta nel percorso artistico del musicista salentino e offre alla sua musica una straordinaria leggerezza, per proiettarla in una dimensione spirituale e di grandissima energia. In questo progetto Casarano si è cimentato con tutti gli strumenti e ha scelto alcuni fidati collaboratori per interventi specifici: Dhafer Youssef all’oud e alla voce, il rapper e attivista M1, componente del duo Dead prez, il producer Bonnot all’elettronica (anche coproduttore del disco), oltre agli storici Mirko Signorile al piano, Alessandro Monteduro alle percussioni e la new entry Marco D’Orlando alla batteria. Raffaele sarà in concerto sabato 18 novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma per il Roma Jazz Festival: lo abbiamo intervistato per questa speciale occasione.

Ciao Raffaele e bentornato su Jazzit! Vorrei iniziare quest’intervista partendo proprio dalle tue origini musicali: com’è nata la tua passione per la musica e come ti sei avvicinato al sassofono e alla musica jazz?
Ascoltando all’età di sette anni un disco di Charlie Parker. Sarà stata l’atmosfera di una sera d’inverno, con il camino acceso in casa e questo disco che andava, che me ne sono letteralmente innamorato, ma non sapevo di cosa esattamente, sapevo solo che mi sarebbe piaciuto vivere in quell’atmosfera per sempre: in quel preciso momento ho deciso che sarei diventato un jazzista nella vita, perché quel senso di libertà che quella musica, in quella sera, mi aveva trasmesso l’ho ritrovato nel jazz e non mi ha più abbandonato.

E come si è evoluto nel tempo il tuo percorso musicale? Quali consideri le tappe più importanti della tua carriera?
Ho intrapreso gli studi della musica, in particolare del sassofono, diplomandomi al Conservatorio in sax classico e facendo varie esperienze sul campo. Non mi sono mai limitato a una sola esperienza musicale, ma sono passato dalla balera e dal liscio alla banda del mio paese, dai gruppi folk a quelli pop e rock, sino a maturare un mio linguaggio jazz intriso di Mediterraneo, connesso ai luoghi dove sono nato. Parigi poi è stata la città che ha segnato particolarmente il divenire della mia carriera, perché lì ho incontrato per la prima volta, casualmente, Paolo Fresu, il quale mi ha sin da subito sostenuto e continua a farlo; e poi è stato molto importante per me l’incontro con Sting sul palco dell’Olymphia Theatre, grazie al fatto che suonavo nella band di Manu Katché.

Come descriveresti la tua musica dal punto di vista stilistico e improvvisativo, per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo?
Non amo classificare la musica in base ai generi, pertanto credo che la mia sia una musica vocata alla emotività, fatta di sensazioni rarefatte e di parole mute che si esprimono attraverso le note. Vengo dal Salento, terra di confine e di accoglienza, da dove si parte e in cui si ritorna. Dove tutto è sempre in movimento non può esserci staticità. Quindi definirei la mia una musica in movimento.

Da cosa ti lasci ispirare quando componi i tuoi pezzi?
Tutto nasce da una esigenza. Quello che ho vissuto sino a quel preciso momento mi porta poi sempre verso una strada che mi aiuta a scrivere il mio personale modo di intendere quello che è più giusto per me.

Per il tuo ultimo disco “Anì” sappiamo invece benissimo da quale meraviglioso evento è partita la tua ispirazione: la nascita della tua piccola Anita Maria, nata all’inizio di questo anno 🙂 Questa ispirazione rappresenta una svolta nel tuo percorso artistico e dona alla tua musica una nuova leggerezza, che la proietta in una dimensione più spirituale. Ci racconti questa nuova fase della tua vita e della tua musica, e i sentimenti che vuoi esprimere con essa?
È stato un lavoro iniziato durante il lockdown, perché ritenevo di dover raccontare quello spazio infinito e interminabile che abbiamo vissuto. Poi però questo spazio è stato riempito e colorato tutto d’un tratto dalla notizia che sarei diventato padre. Ma non era ancora accaduto nulla della fase creativa. Solo quando ho ascoltato per la prima volta il battito cardiaco di Anita (velocissimo!!!), ho capito che c’era una nuova energia fortissima che aveva bisogno di essere accolta. “Anì” racconta l’amore per la nuova vita e per la vita in genere, che ha bisogno invece di essere coccolata e amata sempre, in ogni istante, senza perdersi nella fretta dei giorni, senza abbandonare la propria vita in balia del tempo, che inesorabilmente corre in fretta. Il sentimento e l’augurio più forte di questa musica sta nel ritornare a sentirsi umani per davvero. Da soli non siamo nessuno.

Se dovessi descrivere l’universo musicale di “Anì”, considerando anche che in fase di registrazione ti sei cimentato con tutti gli strumenti possibili, come ce lo racconteresti?
Sono sempre stato attratto dal fascino delle stelle e “Universo” è il termine che descrive esattamente “Anì”. Mi è sempre piaciuto andare oltre la mia comfort zone e avevo già in testa gli arrangiamenti ritmici, le linee di basso, i pad, i synth, e così ho registrato quasi tutto da me. Però avevo bisogno di anima e quindi ho chiamato i musicisti che amo da sempre e alcuni bravissimi artisti più giovani, come Marco D’Orlando alla batteria, per me un talento italiano pazzesco.

Come hai scelto gli altri musicisti che hanno collaborato al disco?
Ho invitato dapprima Mirko Signorile, con il quale condivido praticamente più del novanta per cento della musica. Amo il suo approccio al jazz e alla musica in genere, perché riesce sempre a trovare il lato buono, puro ed emotivo che io adoro. Poi ho chiesto a Bonnot di intervenire nella co-produzione sonora del disco, grazie al suggerimento di Luca Devito della Tǔk Music. E poi ho coinvolto le percussioni di Alessandro Monteduro, anche lui spesso nei miei dischi, e alla batteria Marco D’Orlando. Avendo terminato da poco una lunga tournée con Dhafer Youssef in giro per il mondo, e avendo questo lavoro molti colori mediterranei, l’ho invitato come ospite e anche se non ci speravo, lui ha accettato subito. Gliene sarò per sempre grato per il grande artista e uomo che è. Grazie a Bonnot invece siamo poi riusciti a raggiungere M1 dead prez per un featuring in un brano che si intitola Fight Back, una narrazione di vita stupenda, dove è importante non fermarsi mai e continuare a lottare per i propri sogni.

Questo è il tuo sesto disco con la Tŭk Music di Paolo Fresu: ci parli del rapporto che si è venuto a creare nel tempo con questa prestigiosa etichetta?
Sono stato il primo artista giovane a inaugurare la neonata Tŭk Music, per me è stata un’esperienza molto forte, perché mi ricopriva di una responsabilità enorme, e non volevo deludere le aspettative. Poi, fortunatamente, è andata avanti sino a qui, con un legame umano e affettivo con tutto il team e nello specifico con Paolo, che mi ha sempre dato un forte stimolo al fare, senza limiti.

Stai portando il disco in tour e il 18 novembre sarai in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma per il Roma Jazz Festival: che tipo di live hai organizzato per presentare la tua nuova creatura al pubblico?
Non vedo e non vediamo l’ora di esibirci, perché più che un concerto è un racconto sonoro, fatto di intensità musicale e coinvolgimento emotivo. La musica deve poter fare questo. Ci stiamo divertendo molto e la sensazione del giorno successivo è quella di voler ritornare sul palco per ripeterlo ancora, subito. Quindi spero che il pubblico recepisca questo nostro “sentire” e lo faccia suo per la durata dello show e anche dopo.

E per finire, che progetti hai per il prossimo futuro?
Con Giovanni Guidi stiamo lavorando a un nuovo esperimento insieme, che vedrà la luce nel 2024. Poi continuo il lavoro di “Euphonia” insieme a Mirko Signorile ed Eugenio Finardi, e infine ho altre nuove idee, che per l’appunto sono nuove e hanno ancora bisogno di tempo per materializzarsi.

(intervista a cura di Rosario Moreno)

INFO

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