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Angel’s Song</br>Intervista a Stefano Guazzo

Angel’s Song
Intervista a Stefano Guazzo

 1 ottobre 2017

Stefano Guazzo è un sassofonista ligure che ha da poco fatto uscire il cd “Angel’s Song”. Ne abbiamo parlato con lui per saperne di più.

Di Luciano Vanni

Innanzitutto presentati ai nostri lettori. Raccontaci come e quando hai deciso di dedicare la tua vita alla musica; quali sono stati i tuoi primi ascolti e i tuoi primi riferimenti espressivi.
Ho cominciato a suonare il sax a diciotto anni: prima di allora praticavo la chitarra classica, strumento che ho amato molto ma che non mi ha mai dato modo di esprimere compiutamente la mia anima musicale. I primi passi nel jazz li ho mossi al Louisiana Jazz Club, lo storico tempio del jazz genovese. Frequentai per alcuni anni i corsi ivi tenuti dal maestro Cesare Marchini, un musicista di grande spessore (visse e lavorò negli States diventando intimo amico di Lee Konitz). Il Louisiana fu un ambiente molto stimolante in quegli anni formativi e mi diede modo di imparare tantissimo da musicisti allora già esperti ed affermati come Andrea Pozza, Dado Moroni, Aldo Zunino, Luciano Milanese, Claudio Capurro e Giampaolo Casati. In seguito mi sono perfezionato a Milano con Claudio Fasoli e in vari seminari (Siena Jazz, Umbria Jazz, We love Jazz). I miei primi ascolti risalgono al periodo delle elementari. Mio padre è un vero jazzofilo e in casa c’erano tanti dischi. Sono cresciuto con Chet Baker, Benny Goodman, Tommy Dorsey Clarence Williams, Dizzy Gillespie, Frank Sinatra, Gerry Mulligan. Il jazz mi è entrato dentro fin da allora ed è stato proprio grazie a quegli ascolti che ho deciso in seguito di diventare un musicista. I miei modelli strumentali sono stati svariati: ho cominciato con l’alto e ho amato molto Charlie Parker, Lee Konitz e Phil Woods. Passato poi al tenore mi sono innamorato di John Coltrane, Sonny Rollins e Stan Getz, e poi ancora Wayne Shorter, Joe Henderson e Michael Brecker. Fra i contemporanei apprezzo molto Joshua Redman, Chris Potter, Branford Marsalis e Joe Lovano.

Arriviamo alla tua idea di musica. Cosa vuoi proporre al pubblico?
Al pubblico vorrei proporre ciò che sento di essere: la mia personalità, il mio approccio alla vita e il mio amore per essa e per la musica. Vorrei riuscire a dare a chi mi ascolta le profonde sensazioni di gioia e libertà che per me sono elementi fondamentali del jazz. Jazz per me è espressione viscerale, incondizionata, multiforme e imprevedibile; magicamente sfaccettata e mai imprigionabile in schemi rigidi e asfittici. Il jazz non ha regole fisse: è un linguaggio in eterno divenire, ed è questo che lo rende unico e così vicino alla mia sensibilità artistica.

Cosa significa incidere un CD oggi? Ha ancora senso, e perché, oggi, realizzare una nuova produzione discografica?
Incidere un CD per un musicista è sempre stato un punto d’arrivo (o d’inizio per chi lo fa per la prima volta). Questo è il secondo che faccio anche se in passato ho lavorato come sideman in vari progetti. Credo che incidere oggi un cd di jazz oggi abbia ancora un senso, soprattutto perché il pubblico che segue i concerti ama sempre portarsi a casa un ricordo della serata se ovviamente gli è piaciuta; ed è un piacere poter far sì che la propria musica possa diffondersi fra gli appassionati. Nessun jazzista che produce un cd oggi penso abbia obiettivi diversi da questo: portarsi a casa un cd dopo un concerto è un modo per prolungare il concerto stesso fra le proprie mura o nella propria auto e rivivere le emozioni legate alla serata.

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Veniamo ad “Angel’s Song”. Quando nasce l’idea di entrare in studio?
Siamo entrati in studio nel luglio del 2016 e ho lavorato al progetto per circa un anno. Abbiamo registrato il CD in un solo giorno. Nel jazz questo è ancora possibile. Prima della registrazione abbiamo fatto alcune serate nei club per rodare un po’ i brani. È stato tutto molto facile perché con i miei compagni di avventura ho da sempre avuto un ottimo feeling. E questo ha aiutato in tutti i sensi.

Come nasce il gruppo e la selezione del repertorio?
I musicisti con i quali ho deciso di registrare li conosco da molti anni. Abbiamo avuto modo di condividere tante serate insieme e conoscerci a fondo: Daniele, Max e Andrea sono stati subito entusiasti di far parte di questo progetto. La musica che ho scritto li ha stimolati a dare il meglio di se stessi e hanno dovuto studiare perché credo che la mia musica sia solo apparentemente facile da suonare. Inizialmente ho proposto loro una decina di original e siamo poi arrivati insieme alla scelta di registrare solo otto: sei brani miei più due standard rivisitati. Il mio approccio è sempre stato molto aperto con loro. Ho voluto sempre discutere con loro le soluzioni migliori da adottare per far si che la musica si adattasse nel modo più naturale al loro sentire.

Quanto è importante, per te, trovare un equilibro tra scrittura e improvvisazione? Come si muove, a riguardo, il tuo gruppo?
Al momento sento di essere più propenso a dare spazio all’improvvisazione che alla scrittura. Non ho fatto uso di parti troppo obbligate o arrangiamenti particolari con parti scritte in modo rigido da dover eseguire per forza in quel modo: ho lasciato libertà, perché è il mio modo di lavorare. Libertà di … ma naturalmente entro certi schemi dettati dalle strutture armoniche piuttosto articolate che hanno innervato le mie composizioni.

E poi c’è il suono della band, oltreché del tuo strumento. Avevi dei modelli di riferimento?
Il nostro sound direi che potrebbe essere un po’ vicino a certi quartetti di Kenny Garrett, Joshua Redman, Michael Becker: un sound moderno con aperture al funk, r&blues, soul e latin. Un jazz attuale con un sound energico ma saldamente ancorato agli stilemi hardbop.

Come cambia la tua musica sul palco?
Suonare dal vivo trasforma la tua musica più lo fai e più la tua musica si arricchisce di spunti nuovi e imprevedibili. Ci sono serate in cui si decolla versi lidi inesplorati pur partendo da schemi piuttosto consolidati.Quando questo succede la musica diventa magia e non c’è niente di più bello.

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Cosa ha aggiunto questo tuo ultimo CD alla tua carriera? Cosa è cambiato nel corso della tua vita artistica?
Questo CD per me è stato molto importante e ho intenzione di dare presto un seguito: è stato il coronamento di tanti anni di studio e di ricerca, un lavoro costante su me stesso e su ciò che avrei voluto essere musicalmente parlando. Con “Angel’s Song” ho cercato di esprimere le mie tendenze, i miei gusti armonici e melodici; il mio amore per un certo tipo di sound che mi auguro elegante, pulito, curato ma anche viscerale ed energico nella migliore tradizione post-bop.

Ad oggi, ci racconti la più grande soddisfazione vissuta grazie a questo tuo cd?
La cosa che più mi ha ripagato sono stati gli applausi molto sentiti e partecipi ogni volta che chiudiamo il concerto con la title track, “Angel’s Song”: una ballad molto eterea e dolcemente ipnotica che suoniamo sempre con grande pathos .E di questo devo ringraziare Daniele, Massimiliano e Andrea, tre musicisti veramente unici.

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