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Angelo Olivieri</br>Musica e passione</br>Jazz Life
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Angelo Olivieri
Musica e passione
Jazz Life

Nome e Cognome: Angelo Olivieri.
Strumento: tromba.
Web: www.angeloolivieri.it

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale? Cosa distingue il tuo lavoro dagli altri?
L’attività di musicista dal punto di vista professionale ha in sé tutti gli aspetti della precarietà. Sarebbe però riduttivo, almeno nel mio caso, considerare questa attività una semplice attività professionale. L’attività di musicista non ha bisogno di specificazioni. È professionale, ludica, è un’attività di apprendimento, è una disciplina… è un approccio alla vita. Il musicista è un lavoro che più di altri necessita di passione, una parola che uso malvolentieri perché contiene una dose di enfasi eccessiva. Per dirla più direttamente ci devi stare dentro, altrimenti non ha senso. Non so, magari il bancario o il segretario di un qualsiasi direttore può vivere il suo lavoro come quel tempo necessario da vendere per poter vivere poi il resto della giornata. Per un musicista non può essere così, ma credo sarebbe meglio se non fosse così anche per qualsiasi altro lavoro.

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Ho incominciato a fare i primi concerti importanti, una quindicina di anni fa. I musicisti non erano tantissimi e c’era un po’ più di spazio. I cachet erano più alti. C’era più ortodossia. Io suonavo nell’ambito dell’improvvisazione libera e c’era molta diffidenza tra i supporter del bop nei nostri confronti, probabilmente dovuta a pregressi. Negli anni ’80 forse qualcuno di troppo si era messo a fare fischi davanti a un microfono senza un vero perché… di fatto non mi è mai fregato nulla. Ho continuato per la mia strada che credo oggi – senza eccessi di modestia o di sopravvalutazione – mi abbia portato ad avere un’idea chiara rispetto alla musica che voglio fare. Non parlo di stile – non ho mai dato troppo risalto alle questioni di forma – ma di sostanza e di… etica.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Appunto, potrei dire di avere un unico obiettivo ed è di carattere etico. Tutto il resto viene di conseguenza. Voglio suonare una musica che sia diretta immediata, che sia per tutti senza essere banale. Il livello artistico sarà qualcun altro a stabilirlo. Mi sono formato la convinzione che se si suona con sincerità e con la volontà di comunicare, la complessità della musica che si suona è solo uno dei parametri per comprendere la risposta del pubblico. Si può suonare una canzone a Sanremo o si può suonare nella nicchia delle nicchie, l’importante è non barare. L’importante è starci dentro e dare tutto comunque. Il mio ultimo lavoro discografico non è certo improntato alla vendibilità, ma ha avuto un successo molto più grande delle aspettative. La musica è fortemente caratterizzata dall’atonalità delle linee melodiche e da poliritmi, ma non con ambizioni elitarie, anzi tutt’altro. Ogni volta che suoniamo il pubblico resta, chiede informazioni per comperare i CD, si “appassiona”. La stessa passione che vedo alla fine dei concerti della Med Free Orkestra, un ensemble multietnico (un’altra parola che non mi fa impazzire, ma si fa per capirsi) che fa essenzialmente world music, di cui da un paio d’anni sono il direttore musicale. Il pubblico è ovviamente molto più numeroso, si suona normalmente davanti a migliaia di persone che saltano come pazzi. Ecco, io non ritengo quell’aspetto della musica meno importante. C’è sicuramente un altro tipo di comunicazione, ma non gli propiniamo un prodotto, suoniamo a manetta, sempre, senza risparmiarci. Ovviamente mi piacerebbe si creassero le condizioni per suonare davanti a quel pubblico anche con il mio quintetto o con altri progetti la cui musica non è considerata di massa. È solo una questione di ambiente. Finché le radio continueranno a passare musica finta, finché nelle scuole si farà musica come una cosa da fare, senza la dignità delle materie “importanti”, la musica vera – almeno una parte della musica vera – sarà per pochi. Quando la musica pop era pop e non musica commerciale, la massa ascoltava Miles Davis quasi come gli Stones…

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Durante la mia carriera ho avuto vari rapporti con “addetti ai lavori” che hanno affiancato la mia attività, ma purtroppo in Italia (come disse qualcuno), sono quei pochi musicisti a far lavorare i manager e non viceversa. Un bel tentativo è stato quello di Greedo con la mia attuale moglie, il giornalista Paolo Carradori e il fotografo Carlo Tariciotti. C’era la volontà di promuovere i cosiddetti outsider e di inventarsi nuove forme di rassegne, modi diversi di proporre il jazz. Per un po’ ci sono/siamo riusciti, ma è veramente dura e alla fine la stanchezza vince. Finché la maggioranza dei direttori artistici avrà paura di rischiare, ai festival vedrai sempre gli stessi nomi, che sono i nomi di musicisti straordinari, ma che non sono lì solo perché grandi artisti, ma appunto in quanto grandi nomi. E allora puoi essere un artista forte quanto ti pare, se non hai un nome, te lo devi costruire… e io non so come si fa. Credo ci sia bisogno di uno scossone, altrimenti lo status quo impererà ancora a lungo, anche se ultimamente qualcosa sembra cambiare.
In questo momento Fiorenza Gherardi De Candei cura come ufficio stampa il quintetto (ZY project) perché con gli altri del gruppo abbiamo pensato fosse importante far conoscere quanto più possibile le cose che facciamo prima di pretendere che qualcuno ci cerchi. Tra un po’ dovremo comunque cercare un management/booking perché io sono un vero disastro per quanto riguarda il lato commerciale.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? E cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
Della difficoltà di arrivare alle rassegne più grandi ho appena parlato. Ma i problemi sono molti di più, dovuti a tante lacune. Prima l’incapacità di aggregazione degli artisti (speriamo e spendiamoci per MIDJ), seconda l’assenza di ogni forma di tutela – a meno che la tua popolarità non sia talmente grande che tu possa permetterti di dettare le regole. Ho sempre e comunque soldi da prendere da qualcuno e devi sempre confidare nella buona fede del tuo interlocutore, che per contro c’è quasi sempre, ma spesso sono fatti burocratici ad allungare in maniera estenuante le attese. Qualche volta (una) capita che un committente sparisca, si volatilizzi, insieme ai soldi che deve a te e alle altre persone che hai coinvolto.

Le cose che mi piacciono del mio mestiere sono tante. Praticare, fare esercizi, lavorare soprattutto sul suono, ma anche sull’estensione, sull’agilità; ricercare i rapporti armonici e ritmici e le linee melodiche che meglio rappresentino la mia idea di musica in quel momento, smanettare anche un po’ con l’elettronica e soprattutto immaginare nuova musica; poi ci sono le opportunità di collaborazione con altri artisti, la condivisione… esattamente. Dal punto di vista artistico credo che la condivisione sia un elemento essenziale per stimolare la creatività e soprattutto lo ritengo un elemento fondamentale per avere un’esistenza degna. Ultimamente ho avuto la fortuna di collaborare con personalità del mondo della cultura di altissimo livello, il che mi ha portato ad un’ulteriore crescita artistica. In particolare voglio citare la collaborazione con la regista Wilma Labate per cui ho realizzato, con ZY project, le musiche dell’ultimo lavoro cinematografico e con cui ho progettato e realizzato una performance teatrale con la co-produzione di Roccella Jazz andata in scena lo scorso Agosto.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Ho avuto esperienze internazionali sporadiche e mi è capitato più di una volta di avere difficoltà con gli istituti di cultura italiani all’estero, magari anche perché non sono tanto capace nelle relazioni diplomatiche. Quando sono andato all’estero ho sempre avuto una buona accoglienza, ma credo che questo avvenga anche per i musicisti stranieri qua in Italia. È una sorta di mix tra accoglienza e attrazione per ciò che non è consueto. Sarebbe bello e utile ampliare il raggio delle possibilità in maniera continuativa. Credo di avere un disperato bisogno di un bravo manager.

Parallelamente alla tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistico, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Anche per far fronte alla precarietà di questo che è anche un mestiere, quando decisi di dare la precedenza alla musica sulla mia altra attività fondamentale (che era quella di ricercatore di idrodinamica) mi lasciai un tempo parziale da ricercatore. Con gli anni avrei anche potuto lasciare questa seconda attività, ma mi sono reso conto che le due attività creano una sinergia positiva e mi permettono di realizzarmi meglio come persona prima che come musicista. L’aspetto razionale che devo necessariamente coltivare nell’attività di ricerca scientifica mi aiuta nell’avere metodo anche nella mia attività artistica. Le connessioni tra matematica e musica sono infinite e sono legate più alla logica che alle frazioni. L’esigenza di creare modelli di realtà per lo studio dei fenomeni d’altro canto, richiede creatività ed ecco che la sinergia occorre inevitabilmente e più che creare un approccio schizofrenico alla vita, concorre a completare la tua personalità. Svolgere più attività, se da una parte richiede un impegno maggiore, dall’altra permette di esplorare meglio la propria personalità e di conseguenza migliorare in entrambi i campi. Poi può accadere di dover fare una scelta definitiva. Se dovesse succedere non mi tirerò indietro, ma mi piacerebbe andare avanti così ancora a lungo.

L’attività didattica in qualsiasi ambito invece la ritengo un completamento necessario. I ricercatori insegnano all’università, tengono conferenze e così può essere per i musicisti. Una delle cose più divertenti (e stancanti) che mi sia capitata è stato fare un concerto all’auditorium della facoltà di ingegneria di Madrid dopo aver tenuto una master class sulla validazione dei risultati di simulazioni numeriche attraverso i risultati sperimentali nell’ambito di una summer-school europea sull’idrodinamica navale. Si trattava in realtà di una performance multimediale in cui gli “spartiti” erano immagini di acqua in movimento. Eravamo io, Silvia Bolognesi, Marta Sanchez, un’eccellente pianista madrilena e Antonio Pulli, sound designer e chitarrista con cui ho collaborato varie volte, da CAOS Musique a ZY project di cui Antonio ha curato la masterizzazione, oltre ad aver suonato l’elettronica in due brani.

Per quanto riguarda la didattica musicale invece, collaboro da anni con la scuola di musica di Controchiave a Roma dove insegno tromba e tengo un laboratorio di improvvisazione. Ho insegnato e insegno ancora in altre scuole della Capitale tra cui Accademia Nomos (una realtà molto interessante della periferia romana che oltre alla musica diffonde l’arte del teatro). Sto per cominciare una collaborazione con la Scuola popolare di musica di Villa Gordiani dove terrò alcuni Workshop sulla Conduction® e sono stato chiamato dall’Accademia Musicale Romana per tenere i corsi pre-accademici di tromba jazz. Sono stato chiamato come insegnante a numerosi seminari di jazz in tutta Italia e ne ho anche organizzati alcuni nell’ambito della rassegna Note sulla Maremma di cui sono Direttore Artistico. Quest’anno ho anche cominciato una collaborazione con Tuscia in Jazz, dove ho tenuto dei laboratori di improvvisazione.

Sulla didattica musicale vorrei spendere qualche parola. Intanto fatico a chiamarla didattica. Un insegnante di musica deve essere un po’ anche il mentore dell’allievo o degli allievi. Non è un caso che tre dei quattro eccellenti musicisti che suonano in ZY project sono stati miei studenti d’improvvisazione. Generalmente non insegno a chi non ha voglia o a chi pensa sia solo un passatempo. Con questo non dico che insegno soltanto a professionisti o ad aspiranti tali, ma devo sentire che ci sia una passione verso lo strumento e verso la musica in generale, altrimenti è per me una perdita di tempo. Ecco, non sono un didatta.

 

Dedichi tempo, professionalmente, ai social? E si quanto tempo e su quali social [facebook, twitter, instagram, etc]? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personal/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, etc … oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Dedico tempo (forse troppo) ai social, ma soprattutto come forma di comunicazione, non professionale. Come musicista ho una pagina Facebook e un sito internet (ora in rifacimento) che gestisco insieme all’ufficio stampa di ZY project. Abbiamo anche una pagina come ZY project e una come Dialogo con Silvia Bolognesi.

Non ho nessun problema a rendere pubbliche le mie idee e se qualcuno decide di non ascoltare la mia musica per le idee che ho, peggio per lui. Mi piace avere contraddittori su questioni importanti. Mi piace discutere e, al di là del mio ego, cerco di ascoltare le idee degli altri, entro i limiti. Ho avuto anche accese discussioni, anche con direttori artistici… non ho alcuna intenzione di rinunciare alle mie idee per suonare da qualche parte.

Di tanto in tanto ricordo sul mio profilo che ho una pagina dedicata alla mia attività artistica e chi non vuol saperne delle mie idee è bene che segua quella… è fatta apposta.

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager, etc?
Ho un problema: instauro rapporti solo con le persone che reputo interessati. Ho una parziale risoluzione al problema che si chiama ufficio stampa. Ho bei rapporti con alcuni giornalisti, alcuni direttori artistici, alcuni discografici e, come credo di ave già detto, avrei tanto bisogno di un bravo manager. Qualche anno fa ho avuto una delle mie discussioni (sempre via social… utili ‘sti social!) con un giornalista che stimo moltissimo e arrivammo a dircele di santa ragione anche in privato. Poi un giorno, lo vidi a un mio concerto e mi disse “vengo in pace”. Se lo stimavo prima, ora la mia stima è triplicata. Anzi devo dire che quella fu anche una bella lezione per me. Continuo ad avere idee diverse da lui, ma il nostro rapporto non ne risente. La sincerità è bella, ma si paga. Per fortuna quando trovi persone intelligenti e sensibili, quello che hai in cambio è molto di più di quello che paghi.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale youtube?
Ho un mio canale youtube, ma dovrei usarlo di più… mi sto attrezzando. Investo (poco) nella realizzazione di video. Devo dire però che se è vero che essere sinceri ti porta ad avere nemici, ti porta ad avere anche l’amicizia e la stima di alcuni. Con questi si crea uno scambio continuo e questa è la miglior forma d’investimento che io conosca. La condivisione. D’altra parte sono e resto anarchico. Ognuno mette quel che può.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Come dicevo, ho il sito web in manutenzione e una ragione di ciò è che comincio a pensare che il sito web stia avendo sempre minor importanza a vantaggio dei social che sono più immediati e facilmente gestibili. D’altra parte un sito web può essere utile per avere un posto dove si possano raccogliere informazioni sulla tua attività artistica in maniera efficace. Devo ripensare il sito e avrò bisogno della collaborazione di qualche… amico.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Il jazz italiano funziona credo a prescindere dallo stato economico che è direi disastroso. Funziona la tenacia di alcuni personaggi di tutti i campi coinvolti che non si rassegnano alla realtà (scherzo, ma è un po’ così). Altra cosa che sembra avvenire è la nascita di un altro pubblico per questa musica, forse anche grazie alle nuove forme di comunicazione. Questo nuovo pubblico è molto diverso da quello abituale (che in buona parte è avvizzito su certi stilemi), è curioso e cerca forme musicali nuove. In questo senso l’esperienza di ZY project mi ha anche un po’ sorpreso. Questo gruppo suscita molto entusiasmo nei cosiddetti neofiti e la cosa mi ha reso molto felice, perché è musica per niente semplice. Di fatto credo sia la volontà di comunicazione e la contemporaneità che rendano vincente un progetto (vincente poi di che… ma si fa sempre per capirsi).

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di CD?
Io i CD li compro e Francesca – mia moglie – mi ha da non molto regalato un nuovo lettore che ho molto apprezzato (la musica del CD è un’altra cosa se hai un buon lettore, rispetto agli mp3, ma anche agli stessi file wav letti da un computer). La discografia invece non so cosa passi. Credo che in generale si investa troppo sui personaggi e poco sui progetti. Ma questo è un discorso lungo e magari da un punto di vista commerciale va bene così. Da un punto di vista musicale, no.

Hai dei modelli specifici che riconosci ‘di qualità’ non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Non ho modelli, ma credo ci siano tentativi interessanti di alcune etichette anche gestite da collettivi. Per esempio “el gallo rojo” o “improvvisatore involontario”, ma anche Auànd, Alfa Music o la collana jèi di Terre Sommerse con cui collaboro da molti anni. Ci sono anche etichette un po’ più grandi che alternano produzioni più “rischiose” al mainstream più manieristico, ma anche questo è normale. Tra l’altro ti dico che anche un’etichetta importante nella musica INDY come I-Company ha mostrato interesse per una produzione come quella di ZY project.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
Molto semplicemente: penso che i finanziamenti pubblici (cioè del pubblico) alla cultura in generale e quindi anche alla musica siano importanti come quelli alla sanità o alla scuola. Il problema è che NON possono essere gestiti con criteri privatistici. Mi spiego meglio: il termine di riuscita di una manifestazione realizzata con contributi pubblici NON può essere SOLTANTO l’affluenza del pubblico. Per fare un esempio che non coinvolga la musica: il ministero NON deve finanziare il cinepanettone o anche la commedia da botteghino, così come la fiction. Queste attività devono poter autosostenersi. D’altra parte c’è il rischio di finanziare manifestazioni che siano pippe neanche troppo intellettuali tra i soliti quattro che si danno un tono coi soldi pubblici. Le risposte sono tre: competenza, equilibrio e rotazione degli incarichi di direzione artistica.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se si, in quale direzione?
Certo che un musicista ha un ruolo sociale. Nella direzione che ritiene più consona a lui stesso e alla sua musica. Io sono di sinistra sono antifascista, antirazzista, sono a favore di una società multietnica, anzi, l’etnia delle persone che incontro mi interessa relativamente, se non per l’arricchimento culturale che ne consegue. Non so quanti di voi abbiano idea di cosa significhi suonare ad un happening insieme ad un griot, dove tu sei uno dei tre italiani in tutto tra musicisti e pubblico. Poi qualcuno dice che i senegalesi spacciano? Può essere – anzi è – che alcuni senegalesi spacciano al Pigneto, ma vogliamo dire che il problema della droga sono i senegalesi? Quando sono arrivato a Roma nell’87 al Pigneto non c’era manco un senegalese e trovavi siringhe dappertutto.

Sono a favore del riconoscimento della dignità umana di chiunque sia disposto a riconoscere la dignità umana degli altri. La mia musica (che poi non è mia) non può non riflettere quello che sono. Anzi ti dico, che il motivo fondamentale per cui ho cominciato a collaborare e poi sono entrato a far parte come direttore musicale della Med Free Orkestra e ho cominciato a scrivere testi meno criptici ai miei brani è proprio quello di riuscire a dire certe cose ad un pubblico più vasto.

Un’altra cosa importante a livello sociale è il riconoscersi tra musicisti. Riconoscersi prima di tutto tra noi, se vogliamo avere una dignità rispetto al resto della società. In quest’ottica mi sono spesso ritrovato a far parte di collettivi, “luoghi” importantissimi per una crescita umana prima che musicale. Cito Franco Ferguson e Improvvisatore Involontario di cui ho fatto parte e recentissimamente, insieme ad altri musicisti della Tuscia, abbiamo formato un nuovissimo collettivo di cui spero si sentirà parlare bene presto. Il collettivo si chiama CAT (Collettivo Artistico della Tuscia) e per ora ha l’obiettivo di riunire gli artisti della splendida regione in cui sono andato a vivere con la mia famiglia.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business specificatamente relativo alla musica jazz?
Gli interventi dovrebbero essere in due sensi: ridistribuzione del denaro tra le grandi manifestazioni e le più piccole per limitare il dislivello, in modo che alle prime non vadano le pop-star (anche quelle che mi piacciono come Lady Gaga o quelle che adoravo come Amy Winehouse) che hanno a disposizione altri palcoscenici e alle seconde (le più piccole) non sia necessario sottopagare i musicisti. In secondo luogo, adotterei per gli artisti un sistema contributivo semplice e con una soglia di ingresso. Non si può pagare il 33% di ENPALS come Totti se guadagni 100 euro in un concerto, perché se poi ci metti l’IRPEF e magari anche l’IVA ti restano 20 euro. Ti sembra normale?

Invece dal punto di vista culturale, rivedrei un pochino l’insegnamento della musica nelle scuole, ma giusto un pochino…

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante [promoter, discografico, editore, manager, etc] in questo ambiente, come ti comporteresti?
Mi comporterei male. Cercherei continuamente stimoli, originalità, competenza, onestà.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Non ne ho la minima idea. Progetto e lavoro come se ci fosse un percorso chiaro, ma il percorso chiaro non c’è. E le dinamiche che controllano questo mondo mi sfuggono completamente, o quasi